Ricordo di S. Giovanni Paolo II, memoria liturgica 22 ottobre.
Giovanni Paolo II ci insegna che la sofferenza ha senso e che essa è atto d’amore; Wojtyla ci insegna che la vita stessa ha un senso anche se si sta soffrendo.
La più alta espressione del pontificato di questo grande Papa è espressa proprio dal pudore e dall’amore con cui egli ha abbracciato il dolore negli ultimi tempi della sua vita terrena: non lo ha rifiutato, ma ha accolto la via crucis quale via lucis.
Quale immenso esempio si può trarre da questo gesto di abbandono benedicente alla vita, specie in un epoca in cui si vuole far passare l’idea che l’essere umano è padrone di essa anche nel decidere di “staccare la spina”…
Invece, Giovanni Paolo II ci insegna che una vita sofferente non va eliminata, perché ogni dolore è mistero d’amore.[1]
Di questo grande papa, poi, da laici vogliamo ricordare l’esortazione apostolica postsinodale “Christifideles laici”[2].
In quest’opera Giovanni Paolo II richiama tutti i fedeli ad essere “operai della vigna” (Mt 20,1-2). Non esiste il solo lavoro, dimenticandosi di Dio; così come non esiste la sola preghiera, dimenticandosi del proprio lavoro, della propria missione, della propria vocazione, dell’essere figli di Dio, sposi, padri, mariti[3] …
La vita del laico è completa soltanto se vi è complementarità tra questi due aspetti: contemplazione e azione.[4]
Rosario Livatino nella ferialità del quotidiano coniugava la preghiera silenziosa presso la Chiesa di San Giuseppe – prima di entrare nel suo ufficio in Via Atenea ad Agrigento – con il lavoro operoso sulla scrivania della sua stanza del Tribunale, perché il Beato era ben consapevole che “per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta”.[5]
L’ “Ora et labora” è regola di vita per ogni cristiano, a partire dai laici, perché il credo della propria fede interiore si trasformi nella credibilità della testimonianza e nella operosità della propria vita. Del resto, Giovanni Paolo II affermava: “La vigna è il mondo intero (cf. Mt 13,38), che dev’essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista dell’avvento definitivo del regno di Dio”[6]; perché, come ricordava Giorgio La Pira: “Se la città non è cristianamente costruita, l’opera di conversione individuale è tronca e può rapidamente decadere”.[7]
Gianluca Caputo
[1] “La vita umana, anche nella condizione dolente, è portatrice di una dignità che va sempre rispettata, che non può essere perduta ed il cui rispetto rimane incondizionato” (cfr. par. 52 “Dichiarazione DIGNITAS INFINITA circa la dignità umana”, Dicastero per la dottrina della fede, Roma, 2 aprile 2024).
[2] GIOVANNI PAOLO II, “Christifideles laici. Esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II su vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo”, Roma, 30 dicembre 1988 (Ed. Paoline, Roma 1989).
[3] “In particolare si possono ricordare due tentazioni alle quali non sempre i fedeli laici hanno saputo sottrarsi: la tentazione di riservare un interesse così forte ai servizi e compiti ecclesiali, da giungere spesso a un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico; la tentazione di legittimare l’indebita separazione tra la fede e la vita, tra l’accoglienza del Vangelo e l’azione concreta nelle più diverse realtà temporali e terrene” (Ibidem, par. 2, pag. 5).
[4] Ci si ricordi gli atteggiamenti di Marta e Maria alla presenza di Gesù (Lc 10, 38-42).
[5] MARIA DI LORENZO, “Rosario Livatino. Martire della giustizia”, pag. 42, Ed. Paoline, Roma 2000.
[6] Giovanni Paolo II, Christifideles laici cit., par. 1, pag.3.
[7] G. La Pira, La nostra vocazione sociale, in G. La Pira, La Pira autobiografico, p. 75, Torino, SEI, 1994.