Abstract del volume: Aldo Rocco Vitale, Orbite veloci intorno al diritto. Scorci di universo giuridico osservati da un rationauta, Giappichelli, Torino, 2024.
Nell’epoca della frammentazione dell’essere e della negazione del dover essere, in cui ognuno è norma per se stesso, poiché la verità non esiste, o ciascuno la fabbrica da sé in base alla propria visione e alla propria opinione, anche l’umano e il sapere si coriandolizzano in una infinità di mondi la cui pluralità non riesce più ad accedere ad una unica comunità di senso.
L’uomo, tuttavia, è una unitarietà di senso, sia nella dimensione etica sia in quella giuridica: a maggior ragione in quella noetica, per cui non è possibile scomporre l’umanità in base alla molteplicità dei saperi che sono deputati ad esplorarne la natura.
Tale consapevolezza emerge con chiarezza raffrontando la ratio comune che spesso sottende ambiti del sapere tra loro molto distinti, come per esempio l’astronomia e il diritto.
Se la prima studia e descrive le regole dell’interazione dei corpi dell’universo, il secondo si affanna e si preoccupa di comprendere le regole di interazione degli esseri umani.
Sia l’astronomia che il diritto, però, pur ciascuno secondo la propria diversità e la propria specificità, sembrano tradurre una unica certezza di fondo, cioè che esiste e resiste, nel tempo e nello spazio, una ratio universale che non può essere piegata, storpiata o negata senza violare lo statuto epistemico intrinseco della natura, tanto della natura dell’universo quanto della natura del diritto, come, infine, ovviamente, della natura dell’uomo stesso.
La razionalità giuridica, specialmente nel mondo contemporaneo, è stata tragicamente offuscata tanto da potersi concepire una vera e propria forma di triplice eclisse, cioè quella del giurista, ridotto a “meccanico dell’interesse”, quella del diritto, ridotto al mero funzionalismo dell’ordinamento e, infine, quella della giustizia ridotta a vera e propria sovrastruttura della fenomenologia giuridica.
Sempre più evidenti sono divenute le forze che tentano di occultare quella che dovrebbe essere l’intrinseca e adamantina razionalità del diritto.
Il percorso filosofico seguito dal volume è chiaro: tentare di depurare il diritto dagli elementi irrazionali che possono contaminarlo, e, così, depurare altresì la ragione medesima dal pericolo sempre presente della sua autoreferenzialità, cioè depurarla da quel vizio originario di cui il positivismo, filosofico prima e giuridico poi, non è mai davvero riuscito a liberarsi.
In questa direzione il testo si orienta nell’ambito di uno scenario espressamente gius-razionalista e problematizza i rapporti tra la legge e la libertà, tra il diritto e la volontà politica, tra la prudenza e la giustizia, appellandosi a tal fine a tutto il Pantheon della cultura filosofico-giuridica occidentale: da Aristotele a Tommaso d’Aquino, da Tocqueville a Calamandrei, da Kant a Radbruch, condividendo, in conclusione, la sicura speranza di Carnelutti per il quale «anche al fondo di questa oscurità, albeggia la luce del diritto naturale».