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Mario Monicelli, un cineasta attento alle dinamiche familiari, già esplorate in opere come “Padri e figli”, “Caro Michele” e “Speriamo che sia femmina”, porta sul grande schermo la commedia “Parenti serpenti”. In questa pellicola, Monicelli dipinge un quadro acido e disilluso dell’istituzione familiare: quattro fratelli, due maschi e due femmine, che durante le vacanze natalizie si recano a trovare i loro anziani genitori, ognuno di loro porta con sé la propria famiglia, insieme a numerosi bagagli che includono regali, abiti festivi e, inevitabilmente, frustrazioni, segreti e dolorosi conflitti irrisolti. La trama si sviluppa con il rituale incontro dei parenti, tra momenti affettuosi e ipocrisie, confidenze e pettegolezzi, doni e veleni fino alla raggelante decisione unanime di uccidere i due anziani genitori, simulando un incidente domestico nella notte di Capodanno, tramite una stufa a gas difettosa da loro regalatagli.

La Vigilia di Natale in un tranquillo paese degli Abruzzi, nove membri della famiglia, tra figli, generi, nuore e nipoti, si riuniscono per celebrare le festività natalizie e di Capodanno insieme ai loro anziani genitori. L’atmosfera è carica di felicità e allegria, senza segni evidenti di tensioni.

Tuttavia, Mauro, il giovane nipote, osserva attentamente i genitori, gli zii e i nonni, scrutando ogni dettaglio degli eventi. Mentre ci si diverte, si mangia e si beve, i più anziani evocano ricordi dell’infanzia e della giovinezza. La famiglia incarna l’immagine di una tipica famiglia piccolo borghese, permeata da buoni sentimenti. Sono proprio questi sentimenti positivi che la nonna, Trieste, sfrutta quando, durante il pranzo di Natale, annuncia improvvisamente che lei e il marito, nonno Saverio, hanno deciso di andare a vivere con uno dei loro figli, da scegliere di comune accordo.

Trieste offre, con semplicità, metà della loro pensione e la casa del paese a chiunque decida di accoglierli. La sua dichiarazione apparentemente innocua scatena una serie di eventi inaspettati tra i figli. Le tensioni della sera precedente si trasformano improvvisamente in lacerazioni profonde, insulti e dichiarazioni gravi. Nessuno sembra desiderare di prendersi cura dei due anziani genitori.

I figli esaminano attentamente tutte le possibili soluzioni, quando improvvisamente la situazione prende una svolta inaspettata. L’annuncio in televisione dell’esplosione di una casa a causa di una bombola di gas ricostituisce l’accordo tra i membri della famiglia. Nella serata dell’ultimo dell’anno, tutti i figli si presentano con una nuova stufa di alta qualità. I vecchi sono commossi dal regalo aggiuntivo, mentre Mauro, il nipote, osserva la scena con perplessità. Quando scocca mezzanotte, la famiglia festeggia in un locale il veglione di fine anno con fuochi d’artificio e bottiglie di champagne mentre la casa dei nonni, in un colpo di scena tragico, salta in aria. Un crimine perfetto? Forse no. Quando Mauro torna a scuola dopo le vacanze, scrive un tema che narra della morte dei nonni, delle festività e della strana coincidenza della nuova stufa arrivata proprio il giorno dell’esplosione della casa.

Esagerazione, crudeltà eccessiva, fantasia perversa? Non si direbbe, perché, se pure nella realtà, e per fortuna, non si giunge a tali aberrazioni, è lampante che, nella stragrande maggioranza dei casi, l’anziano è un peso ormai insostenibile per le nuove generazioni, troppo concentrate su stesse e lontane mille  miglia dallo sperimentare quei sentimenti di gratitudine verso chi, un giorno, le ha generate, accudite, guidate, sia pure sbagliando, dal momento che il mestiere di genitori non è contemplato in alcun curriculum scolastico, ma s’impara sul campo di battaglia della vita.

La consapevolezza della intrinseca limitatezza e della finitezza dell’esistenza umana che si raggiunge con la vecchiaia è alla base dell’idea di dignità della persona, che può essere intesa come la versione secolarizzata del concetto teologico della grazia.

Vi è però anche un’etica sociale della vecchiaia, che estende le sue concezioni normative anche alle altre età della vita. I giovani sono i vecchi in potenza, un’applicazione del principio kantiano dell’universalizzazione delle massime soggettive indica la necessità etica e pratica della giustizia e della solidarietà comunicativa tra generazioni. Ciò che secondo la società in tale prospettiva dovrebbe proporsi è dunque l’elaborazione di una cultura dell’invecchiamento improntata ad umanità, in cui vengono istituzionalizzate le possibilità comunicative tra le diverse generazioni. Ciò presuppone il rifiuto di un’antropologia pessimistica della vecchiaia, a favore di un’idea non consolatoria ma realistica della normalità, universalità e continuità dell’essere uomo in tutte le fasi della vita.

Un punto di partenza può essere la tesi di Romano Guardini che dovrebbe fare da presupposto teorico a qualsiasi discorso – filosofico, politico o sociologico – che abbia come tema di riflessione la vecchiaia: «Nessuna fase della vita – si legge in un saggio del 1953 – può essere dedotta da un’altra».[1] 

Significa che la vita non si configura esattamente come una rigida articolazione di stati anagrafici e che, come non ha tanto senso dire che si diventa adulti quando si smette di essere bambini, altrettanto dovrebbe valere per la senilità e l’età della vita che la precede. Altrimenti la vecchiaia sarebbe un libro già scritto che si chiude con il più prevedibile e indesiderabile dei finali. Evitare che sia così è una delle grandi sfide del nostro tempo.

Si afferma, quasi con rammarico, che l’Italia (come il Giappone) è un “paese di vecchi”. Invece si dovrebbe enfatizzare che questo della longevità è uno dei segni della civiltà. Se in un paese la vita si allunga significa che si è raggiunto un certo benessere sanitario e che, se uno si ammala dopo una certa età, lo si cura e si cerca di permettergli di fare ancora una vita decente. In Italia, oltre al ruolo importantissimo delle famiglie (alle quali spesso tocca l’onere maggiore del sostegno al vecchio e al malato), e di certe istituzioni religiose, esiste ancora un sistema sanitario basato prima di tutto su valori umani. E nonostante tante inefficienze, e pratiche errate, gli anziani e i vecchi non vengono per principio abbandonati al loro “destino” di sofferenza ed emarginazione.

Il Novecento è stato il secolo dell’immaturità, ma anche quello dell’inizio della guerra alla vecchiaia. Lo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares immagina, nel romanzo Diario della guerra al maiale[2], che un bel giorno, all’improvviso, i giovani di Buenos Aires, decidano che chi abbia più di cinquant’anni è inutile alla società. Si scatena così una strana e misteriosa guerra: la “guerra al maiale”, e per una settimana intera i giovani si impegnano a dare la caccia ai vecchi e sterminarli.

Lo storico Alessandro Barbero in una intervista[3] ha detto: “Fin dagli anni Cinquanta, gli scrittori di fantascienza americani hanno cominciato a immaginare un futuro nel quale l’uomo sarebbe stato messo di fronte a una scelta crudele: uccidere gli anziani, troppo costosi da mantenere, per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. E non mi sorprende che, in questa circostanza, il tema emerga. L’astratta ragione economica, di fronte alla decimazione dei vecchi, potrebbe dire: ‘Bene, d’ora in poi avremo un costo in meno da sostenere’. La ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere. Poiché dice: ‘Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo’

C’è tutta un’ideologia e un diffuso senso comune, nefandi, dietro queste affermazioni, ed eventuali scelte. Un’ideologia che ritiene che l’uomo debba essere messo al servizio dell’economia, invece che l’economia al servizio dell’uomo. Una selezione darwiniana in nome dell’efficienza, della produttività e pure del risparmio. La salute, lo si è visto e si vede spesso, anche in certe scelte recenti, non viene prima di tutto.

Daniele Onori


[1] R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 2017, p. 8.

[2] Diario de la Guerra del Cerdo, 1969; trad. it. Cavallo di ferro, Roma 2007

[3] Cfr. http://[3] Cfr. https://www.ilpost.it/francescocataluccio/2020/03/26/la-guerra-agli-anziani/

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