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Un’affermazione di Donald Trump ‒ di suo ovvia e scontata ‒ si trasforma in una fake news, ma offre l’occasione per comprendere come l’aborto sia penetrato negli Stati Uniti, come si sia iniziato a debellarlo e quale sia il profilo giuridico del Paese più importante del mondo.

C’è un modo pessimo di svolgere il mestiere del giornalista: creare le notizie quando le notizie non ci sono per somministrare comunque al pubblico la dose quotidiana di “secondo me”, rigorosamente sterilizzata dai criteri per intendere correttamente ciò che accade. Che l’ex presidente Donald J. Trump, in corsa per la rielezione alla Casa Bianca come candidato del Partito Repubblicano, sia contrario all’aborto benché favorevole a eccezioni in caso di stupro, incesto o pericolo di vita della madre ‒ come ha detto l’8 aprile in un video pubblicato sul suo Truth Social ‒ non è affatto una notizia, come invece hanno strombazzato i media. Non lo è nemmeno ‒ come Trump ha sottolineato, quasi per giustificarsi ‒ il fatto che favorevole a quelle eccezioni fosse anche il presidente Ronald Reagan (1911-2004). Non è una notizia neppure che Trump sia contrario a una legge federale che vieti l’aborto su tutto il territorio nazionale e, di conseguenza, neanche la sua idea che il bando o meno dell’aborto debba essere deciso autonomamente da ogni singolo Stato dell’Unione federale nordamericana. Nessuna di queste è una notizia perché nessuna è una novità. Sono infatti le posizioni che Trump sostiene da sempre e sono le posizioni che da sempre sostiene anche la maggioranza dei Repubblicani pro life.

La sentenza «Dobbs v. Jackson» annulla la sentenza «Roe v. Wade»

L’unica notizia vera di questa vicenda è invece ciò che i media non dicono, privando il pubblico di elementi decisivi per comprendere. I media anzitutto non dicono che Reagan, benché ammettesse ‒ discutibilmente ‒ eccezioni, non è stato soltanto lucidamente contrario all’aborto, ma ha pure preso carta e penna per fare ciò che nessun capo di Stato o di governo in carica, statunitense o meno, ha mai fatto: scrivere e firmare (o assumere pubblicamente ciò che i suoi speech writer elaborarono) un saggio di condanna netta dell’aborto, inviato poi al prestigioso periodico The Human Life Review che pubblicò il testo nel fascicolo della primavera 1983. Un saggio, quello di Reagan, dove l’aborto viene più volte collegato concettualmente all’infanticidio, concludendo che «se alcune persone continueranno ad avere il potere di decidere chi debba vivere e chi vada invece abbandonato all’aborto o all’infanticidio, allora smetteremo di essere un Paese libero».

Certo, la presidenza Trump ha abituato bene gli osservatori, sfoggiando la partecipazione ‒ per la prima volta nella storia ‒ di un vicepresidente, Mike Pence, alla Marcia nazionale per la Vita nel 2017, poi la partecipazione ‒ per la prima volta nella storia ‒ di un presidente, Trump stesso, alla Marcia nazionale per la Vita nel 2018, quindi la nomina alla Corte Suprema federale dei giudici Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh ed Amy Coney Barrett ‒ i cui mandati sono iniziati rispettivamente nel 2017, nel 2018 e nel 2020 ‒ che sono stati determinanti nella sentenza storica giunta a conclusione del caso «Dobbs, State Health Officer of the Mississippi Department of Health, et al. v. Jackson Women’s Health Organization et al.». Comunemente nota come «Dobbs v. Jackson», il 24 giugno 2022 quella sentenza ha infatti respinto e annullato la sentenza con cui il, 22 gennaio 1973, il caso comunemente noto come «Roe v. Wade», ovvero «Jane Roe, et al. v. Henry Wade, District Attorney of Dallas County», concluse che negli Stati Uniti d’America l’aborto è non-illecito a livello federale. Ma dire, come dice Trump (e come dice la maggioranza dei Repubblicani pro life), che negli Stati Uniti l’aborto è di competenza dei singoli Stati dell’Unione federale nordamericana è proprio quanto stabilisce la Corte Suprema federale nella sentenza «Dobbs v. Jackson», cioè la maggiore vittoria antiabortistadella storia. E per ripetere una verità che è semplicemente agli atti della storia e della cronaca non è necessario essere fan sfegatati di Trump.

L’aborto non-illecito

Negli Stati Uniti, infatti, una legge che stabilisca essere l’aborto un diritto federale non è mai esistita. La sentenza della Corte Suprema del 1973 ‒ non una legge del Congresso federale ‒ stabilì che l’aborto fosse appunto non-illecito e ciò ebbe l’effetto di invalidare le legislazioni che potevano ostacolare od ostacolavano l’aborto nei singoli Stati, dunque in tutta l’Unione, essendo il presupposto della sentenza la “sanzione” di una “violazione” di un “diritto” costituzionale.

Oggetto del contendere nel caso «Roe v. Wade» erano gli articoli 1191-1194 e 1196 del Codice penale dello Stato del Texas: i primi puniscono l’aborto come reato, l’ultimo consente invece l’aborto solo in caso di pericolo di vita della madre in attesa. Noti complessivamente come «normativa sull’aborto», gli articoli erano stati introdotti nel 1961 sulla base di una legislazione del medesimo tenore in vigore sin dal 1854 e penalizzavano l’interruzione volontaria della gravidanza. La posta in gioco del caso «Roe v. Wade» venne messa in evidenza dal giudice Harry A. Blackmun (1908-1999), allora presidente della Corte Suprema federale e autore del parere di maggioranza al punto I della stessa: «Normative analoghe sono in vigore nella maggioranza degli Stati» dell’Unione, quindi un giudizio di incostituzionalità sulla normativa del Texas, produrrà l’incostituzionalità di tutte le normative che limitano o vietano l’aborto.

Il fulcro concettuale della sentenza fu il “diritto” alla privacy personale, che il presidente Blackmun ritenne essere protetto dalla Sezione 1 del XIV Emendamento alla Costituzione federale: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e sottoposte alla giurisdizione di essi, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono. Nessuno Stato varerà o applicherà una legge che limiti i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né alcuno Stato potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della proprietà senza un processo equo; né discriminare davanti alla legge alcuna persona posta sotto la propria giurisdizione».

La cosiddetta «clausola sul processo equo» di quella Sezione 1 diventò il cuore della difesa giuridica del “diritto” alla privacy e dunque la pezza giustificativa tout court della sentenza per effetto di quanto il presidente Blackmun scrisse al punto V del parere di maggioranza nella sentenza «Roe v. Wade». Egli sostenne infatti che la normativa antiabortista del Texas «invade inappropriatamente il diritto, di cui si afferma essere titolata una donna incinta, di scegliere di mettere fine alla gravidanza», «diritto», questo, presente «nel concetto di “libertà” personale contenuto appunto nella sezione sul “processo equo” ‒ nell’inglese dell’originale «due process of law» ‒ del XIV Emendamento o nella privacy personale, sponsale, familiare e sessuale la cui protezione si afferma essere garantita dal Bill of Rights o dalle sue penombre».

Costituzione federale ed emendamenti

Il Bill of Rights è il nome che assumono i 10 emendamenti alla Costituzione federale statunitense, varati nel 1791. Ispirato al diritto inglese, tanto da portare lo stesso nome dell’«Elenco dei diritti» approvato dal parlamento di Londra nel 1689, quel documento è la sottolineatura dei diritti di cui godono gli Stati dell’Unione nordamericana nei confronti del governo centrale (federale) ad argine di qualsiasi possibile deriva centralistica. Esplicitano la natura federale degli Stati Uniti, ovvero di un Paese di Stati, e sono all’origine della dottrina degli «States’ Rights», ovvero le libertà costituzionali di cui godono i singoli Stati come soggetti contraenti il patto federale. La difesa della dottrina degli «States’ Rights» contro il centralismo di marca “neogiacobina” è del resto la ragione della Guerra di Secessione nordamericana (1861-1865): la questione della schiavitù ‒ esecranda in sé ‒ ne è solo una conseguenza, tanto che le due non coincidono, ovvero l’una non implica necessariamente l’altra, come diversi fra protagonisti dell’epoca e studiosi mostrano e dimostrano.

Il XIV Emendamento è il quarto di tutti gli emendamenti approvati, in epoche successive e diverse, oltre il Bill of Rights (in tutto oggi gli emendamenti alla Costituzione federale sono 27, l’ultimo approvato nel 1992). Venne ratificato il 9 luglio 1868, dopo la Guerra di Secessione, per garantire pieni diritti agli ex schiavi mediante la parità di protezione di tutti i cittadini davanti alla legge di ciascuno degli Stati dell’Unione. È il secondo degli emendamenti ‒ gli altri sono il XIII e il XV Emendamento, ratificati rispettivamente il 6 dicembre 1865 e il 3 febbraio 1870 ‒ varati durante la cosiddetta «Era della Ricostruzione» (1865-1877) per appunto ricostruire gli Stati Uniti dopo le devastazioni della guerra, ma che in molti casi ha costituito un semplice prolungamento politico, giuridico e culturale di essa da parte dei vincitori a spese dei vinti. In particolare, sul piano giuridico realizzò parte importante di quel centralismo che la dottrina degli «States’ Rights» combatteva.

Proprio il XIV Emendamento, utilizzato dal presidente Blackmun per dichiarare non-illecito l’aborto nella sentenza «Roe v. Wade», è considerato responsabile di parte sostanziale del nuovo assetto giuridico statunitense. Interprete di una vasta letteratura critica in materia, lo storico statunitense delle idee Russell Kirk (1918-1994), nell’importante studio Diritti e doveri. Saggio sullo spirito conservatore della Costituzione americana (trad. it. a cura di Agostino Carrino, Editoriale Scientifica, Napoli 2024), pubblicato in edizione originale nel 1990, quindi in versione ampliata nel 1997, facendo proprio il giudizio del pensatore statunitense Orestes A. Brownson (1803-1876) ‒ “riscoperto” da Kirk negli anni 1950 ‒ afferma che il XIV e il XV Emendamento furono «devastanti per le finalità della vecchia Costituzione. Quegli emendamenti erano stati incorporati incostituzionalmente nella Costituzione e dietro di essi incombeva il dispotismo democratico» e così (parole di Brownson) «l’Unione ha cessato di essere una unione di Stati […]» e «la repubblica federale» è diventata «una repubblica una, ovvero una democrazia centralizzata “una e indivisibile”» appunto “alla giacobina”.

Il punto nodale è proprio la clausola sul processo equo nel XIV Emendamento di cui si servì il presidente Blackmun nella sentenza «Roe v. Wade». Infatti, spiega Kirk, fu quello lo strumento che, lentamente (Kirk avvisa che non fu immediatamente così), permise ai tribunali federali di ampliare la giurisdizione e di aumentare il potere del governo federale contro le prerogative degli Stati, danneggiando quell’equilibrio fra i poteri ‒ in inglese «check and balance» ‒ che la Costituzione federale e il Bill of Rights garantiscono, giacché «l’obiettivo principale del Quattordicesimo Emendamento era […] quello di accentrare il potere politico a Washington». Dunque, «con il Quattordicesimo Emendamento i poteri dei vari Stati cominciarono ad affievolirsi».

Il diavolo si nasconde nelle «penombre»

Al punto VIII del parere di maggioranza nella sentenza «Roe v. Wade», il presidente Blackmun affermò però nettamente: «La Costituzione non menziona in maniera esplicita alcun diritto alla privacy». Dove risiede allora quel “diritto”, che allo stesso presidente Blackmun è servito per dichiarare non-illecito l’aborto a livello federale e quindi a causare, lungo quasi mezzo secolo, più di 63 milioni di vittime fino al 2021, secondo i calcoli di National Right to Life, a cui vanno aggiunte le innumerabili vittime dell’aborto cosiddetto chimico? Blackmun affermò che «alcuni tribunali o singoli giudici» avrebbero «trovato se non altro le radici di quel diritto» e che esso risiederebbe «nelle penombre» della Costituzione, e che tale “diritto” «si estenda un po’ ad attività che hanno relazione con il matrimonio», con «la procreazione», con «la contraccezione», con «le relazioni familiari» e «con l’allevamento e l’educazione della prole».

Secondo Blackmun, «questo diritto alla privacy», che alcuni, come Blackmun stesso fece (scrisse Blackmun stesso), riscontrano «nel concetto di libertà personale contenuto nel XIV Emendamento» o altrove nella Costituzione come ‒ scrive sempre Blackmun ‒ altri fanno, «è ampio abbastanza da comprendere la decisione che una donna può prendere di porre termine a una gravidanza o no». Aggiungendo invece che «il danno che lo Stato imporrebbe a una donna incinta negandole questa scelta è del tutto evidente».

Il presidente Blackmun si premurò peraltro di sottolineare che «non è possibile considerare il diritto alla privacy […] come assoluto», motivo per cui la sentenza «Roe v. Wade» contempla alcune limitazioni al “diritto” di aborto (per esempio la sua illiceità dopo un certo tempo di gravidanza), ma questo perché, se il «diritto alla privacy personale include» sicuramente «la decisione di abortire», «questo diritto non è incondizionato e accanto a esso va tenuto conto degli interessi importanti che lo Stato può avere nel limitarlo». È un’arma a doppio taglio.

Certamente questa disposizione mette la vita delle persone nelle mani di un governo invece di riconoscerne l’intangibilità a priori, e di fatto ha aperto alle più svariate interpretazioni filoabortiste tendenti a giustificare sempre e comunque l’aborto, ma pure introduce ‒ forse inavvertitamente ‒ l’idea che uno Stato possa avere un interesse importante nel limitare l’aborto.

Come che sia, Blackmun non ebbe dubbi e concluse che la normativa antiabortista del Texas fosse incostituzionale e dovesse pertanto decadere, analogamente a tutte le altre normative simili vigenti in altri Stati.

Marco Respinti

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