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Universale e individuale, assoluta e storica, inafferrabile e quotidiana. Così è la legge; esposta a dilemmi, contraddizioni e paradossi, e soprattutto a una domanda: quale il suo fondamento? Detto altrimenti, con le parole del poeta Pindaro: come può essere la “legge sovrana” (nómos basiléus)? Legge e diritto, ovvero la legislazione positiva e il diritto naturale. Il problema è se la legge sia codice convenzionale dell’uomo oppure codice iscritto nella natura. Il sofista Antifonte sosteneva che “la maggior parte delle cose giuste secondo la legge sono nemiche della natura”; il contrario esatto del pensiero di Cicerone, per il quale “noi non possiamo distinguere la legge buona da quella cattiva in base a nessun’altra norma, se non a quella di natura”.

La più antica personificazione letteraria di Nomos risulta essere successiva rispetto a quella già omerica di Themis e anche a quella esiodea di Dike. Si tratta infatti di un celebre frammento di Pindaro che sarà citato in un altrettanto noto passo di Erodoto e poi molte volte altrove, e in particolare in Platone:

Nomos, che di tutti è Re, dei mortali e degli immortali, guida rendendo giusta la cosa più violenta, con mano che tutto sovrasta.[1]

Solo apparentemente contrastante, ma in realtà complementare alla posizione contenuta nelle sentenze eraclitee, il frammento tratto dalle liriche di Pindaro, da molti considerato il testo fondativo di tutta la cultura giuridica dell’Occidente.

Pindaro, parlando di un Nomos signore non solo degli uomini, ma anche degli dèi, doveva invece probabilmente attribuire al termine un valore non solo maggiore ma universale, in una coincidenza fra legge umana e legge divina che ritroviamo espressa in forma diversa – quella di una derivazione dei plurali nomoi umani da un’unica legge divina – in un frammento di Eraclito:

Tutte le leggi umane vengono nutrite da una sola legge, quella divina: essa domina, infatti, tanto quanto vuole, e basta a tutto e sopravanza[2].

Lo sfondo storico di tutto questo pensiero intorno alla giustizia e al diritto nella letteratura greca primitiva fu il sorgere della nuova polis, che prese la sua forma caratteristica durante il settimo e sesto secolo, e culminò nella democrazia ateniese del quinto secolo. La lotta per un nuovo ordine sociale che doveva prendere il posto della vecchia società aristocratica fu chiaramente descritta da autori contemporanei come Solone e Teognide.

È bensì vero che essi videro la grande rivoluzione del loro tempo da punti di vista opposti, dato che Solone era il campione del popolo mentre Teognide rappresentava la classe un tempo privilegiata che era stata privata da poco dei suoi poteri ereditari. Ma anche la classe dirigente spodestata si univa nell’appello per il diritto e la giustizia dato che lo stabilirsi di un saldo ordine legale era la sua sola speranza di sopravvivere.

La legge era il porto nel quale le due parti trovavano un ancoraggio sicuro nella tempesta che entrambe le minacciava. Alla fine, si trovarono entrambe saldate nei forti ceppi della nuova legge, per codificare e umanizzare la quale il popolo aveva combattuto per secoli.

Questo sviluppo significò in effetti che la comunità della polis era stata fondata una seconda volta. La legge, nomos, divenne il suo re, come Pindaro dice.

Questa citazione famosa fu ripetuta da molte generazioni successive, che si vantarono della isonomia come del più alto compimento della civiltà greca. In tutta la letteratura greca troviamo numerose riflessioni intorno all’alta stima in cui i Greci di tutte le tendenze politiche tenevano la polis, la loro caratteristica forma di stato.

L’ atteggiamento del pensiero moderno verso il concetto ellenico dello stato, il quale come fatto storico è indiscutibile, fu assai vario, dall’ammirazione di Hegel alla amara critica mossa da Jacob Burckhardt all’ideale della polis antica.

La discussione del problema è stata spesso ispirata più da zelo politico che da una obbiettiva comprensione della storia. Non intendiamo qui di sollevare questa questione; ma non bisogna scordare in proposito che la polis deve la sua alta posizione tra i Greci e specialmente nella democrazia ateniese al fatto che lo stato si identificava con l’ordine legale per il quale il popolo aveva combattuto per secoli.

Quando parliamo di democrazia, pensiamo anzitutto alle libertà che essa concede ai suoi cittadini. Nell’età eroica della democrazia ateniese, dopo l’espulsione dei tiranni, si parlava di isonomia come supremo ideale, cioè di un ordine sociale basato sull’eguaglianza di fronte alla legge.

Era la polis che rappresentava questo principio e salvaguardava la libertà degli individui contro la pressione di gruppi potenti. Quando traduciamo la parola greca polis con la parola moderna “stato” la quale risale al tardo concetto romano di “status”, dobbiamo ricordare che la polis greca non implica un ordine meccanicamente imposto dalla autorità dello stato nel senso moderno.

La legge sulla quale era fondato non era un semplice decreto ma il nomos, che in origine significava la somma di quello che era rispettato da tutti come consuetudine viva riguardo a ciò che è giusto e ingiusto[3].

Daniele Onori


[1] Pindaro, Frammenti, in Id., Tutte le opere cit., pp. 658-59 (dove compare come fr. 49; traduzione modificata). Un riferimento a questo frammento, e più precisamente all’espressione nómos basiléus che in esso compare, è in Erodoto, Storie, III, 38. Una citazione pressoché integrale si ritrova nel Gorgia platonico (484 b, 1-10): «Anche Pindaro, mi sembra, ha sostenuto quel che penso io in quel canto che dice: “il nómos sovrano di tutti mortali e immortali…”, ebbene questo, lui dice, “guida con mano potente, rendendo giusta la cosa più violenta”». Interessante è anche l’esemplificazione addotta da Callicle nel prosieguo del testo platonico: «In ogni modo, dice che Eracle portò via le vacche, senza averle comprate e senza che Gerione gliele avesse donate, affermando che questo fosse per natura suo diritto, e che tanto le vacche, quanto le altre cose che sono in mano ai peggiori e ai più deboli, appartengono al migliore e al più forte»

[2] Heracl. fr. 114b DK.

[3] M. Cacciari e N. Irti, Elogio del diritto, pp 19-20, La Nave di Teseo Milano 2019

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