La serie Portobello riporta alla memoria il caso Tortora, emblema dell’errore giudiziario nato da accuse prive di riscontri e consolidate nel processo di primo grado. L’assoluzione in appello mostrò quanto la decisione giudiziaria possa essere influenzata dalla forza dell’ipotesi iniziale più che dalla prova. Il caso solleva una questione filosofica centrale: la giustizia è credibile solo se riconosce il dubbio come metodo e limite del potere di giudicare.

La serie Portobello di Marco Bellocchio riporta al centro della riflessione pubblica la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, divenuta simbolo dell’errore giudiziario nella storia repubblicana. La ricostruzione analitica del caso mostra come un impianto accusatorio fragile, fondato essenzialmente su dichiarazioni di collaboratori di giustizia prive di adeguati riscontri, sia stato inizialmente accolto e consolidato in sede giudicante, per essere poi integralmente smentito in appello. La vicenda Tortora consente oggi di riflettere in chiave sistemica sul funzionamento della giustizia penale e sul significato della riforma costituzionale della magistratura, che interviene su alcuni dei nodi strutturali emersi in modo evidente proprio in quel processo.

Sul piano filosofico, il caso richiama un problema antico quanto il diritto stesso: il rapporto tra verità, prova e potere. Ogni processo penale è un tentativo istituzionale di trasformare l’incertezza in decisione, ma proprio questa trasformazione comporta il rischio che l’esigenza di concludere prevalga sull’esigenza di dubitare. La storia della filosofia del diritto ha più volte ricordato che la giustizia non coincide con la semplice coerenza interna di un ragionamento, bensì con la sua capacità di resistere alla critica. Quando il dubbio viene percepito come ostacolo e non come garanzia, l’errore diventa possibile anche all’interno di procedure formalmente corrette.

La nascita dell’accusa e l’arresto del 1983

Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora, noto conduttore della trasmissione Portobello, viene arrestato nell’ambito di una vasta operazione contro la Nuova Camorra Organizzata coordinata dalla Procura di Napoli. Il suo nome compare nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Le accuse riguardano associazione camorristica e traffico di stupefacenti.

L’impianto accusatorio si fonda quasi esclusivamente su dichiarazioni testimoniali. Non emergono intercettazioni, non vi sono sequestri di droga o denaro riconducibili all’imputato, non esistono riscontri oggettivi documentali. Una delle principali fonti accusatorie presenta evidenti profili di inattendibilità e nel corso del procedimento modifica più volte le proprie dichiarazioni. In più occasioni vengono segnalate incongruenze cronologiche e logistiche tra i racconti accusatori e gli impegni televisivi documentati del presentatore.

Nonostante tali criticità l’arresto viene eseguito con modalità clamorose e con immediata diffusione mediatica. L’effetto simbolico è devastante e contribuisce a consolidare nell’opinione pubblica un giudizio anticipato di colpevolezza.

Qui emerge un primo nodo filosofico: la forza della narrazione rispetto alla forza della prova. Quando un’accusa appare plausibile sul piano simbolico, il rischio è che venga ritenuta vera prima ancora di essere dimostrata. La filosofia della conoscenza insegna che la mente tende a confermare ciò che già ritiene verosimile, e questa dinamica non scompare nelle istituzioni, ma può anzi rafforzarsi quando più soggetti condividono la stessa ipotesi iniziale. Il processo penale dovrebbe essere il luogo in cui questa tendenza viene contrastata, non confermata.

Il processo di primo grado e la condanna

Nel dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Napoli emergono ulteriori contraddizioni. Le dichiarazioni dei collaboratori risultano divergenti su date, luoghi e modalità dei presunti incontri. L’agenda sequestrata che conterrebbe un riferimento al nome di Tortora si rivela ambigua e priva di elementi certi di identificazione. La difesa insiste sull’assenza totale di prove materiali.

Il 17 settembre 1985 la Corte condanna Tortora a dieci anni di reclusione. La sentenza valorizza la pluralità delle dichiarazioni ritenendole convergenti, pur in assenza di riscontri esterni significativi. Le incongruenze vengono considerate secondarie rispetto alla coerenza complessiva dell’impianto accusatorio.

Si manifesta in questa fase una dinamica di consolidamento dell’ipotesi iniziale nella quale la revisione critica appare attenuata. L’accusa, una volta strutturata, viene progressivamente difesa e riassorbita all’interno della decisione giudicante. È in questo passaggio che l’errore giudiziario assume una dimensione sistemica.

Dal punto di vista filosofico, questo fenomeno è stato descritto come effetto di chiusura cognitiva delle istituzioni. Quando un sistema deve decidere, tende a proteggere la decisione già avviata, perché rimetterla in discussione comporta costi organizzativi, simbolici e psicologici. Il diritto moderno ha cercato di prevenire questo rischio attraverso regole sulla prova, sul contraddittorio e sulla presunzione di innocenza, ma nessuna regola è sufficiente se non è accompagnata da una cultura del dubbio. La giustizia non è soltanto un insieme di norme, ma anche un atteggiamento intellettuale.

L’assoluzione in appello e la frattura valutativa

Nel giudizio di secondo grado la Corte d’Appello procede a una rilettura rigorosa dell’intero materiale probatorio. Le dichiarazioni accusatorie vengono analizzate nella loro attendibilità intrinseca e nella necessità di riscontri esterni. Emergono l’inconsistenza oggettiva delle accuse, le contraddizioni insanabili e l’assenza di elementi concreti di collegamento con ambienti criminali.

Il 15 settembre 1986 Tortora viene assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. La Corte di Cassazione rende definitiva l’assoluzione nel 1987. Il contrasto tra primo e secondo grado evidenzia una divergenza profonda nella valutazione della prova e segnala la difficoltà del sistema nel correggere tempestivamente un errore.

Questa frattura tra due decisioni opposte, entrambe pronunciate in nome della legge, mette in luce una verità spesso dimenticata: la giustizia non è infallibile perché è umana. Proprio per questo la filosofia del diritto ha sempre insistito sulla necessità di costruire istituzioni che non presuppongano la perfezione dei loro interpreti, ma che prevedano la possibilità dell’errore. L’errore giudiziario non è soltanto una colpa individuale; è anche il segno che il sistema deve essere progettato in modo da permettere il dissenso, il controllo reciproco e la revisione critica.

Il caso Tortora continua a interrogare la coscienza giuridica perché mostra quanto sia sottile il confine tra convinzione e prova, tra autorità e verità. Una giustizia che rinuncia al dubbio per guadagnare certezza apparente rischia di perdere la sua legittimazione più profonda, che non deriva dalla forza della decisione, ma dalla fiducia dei cittadini nella sua imparzialità. Proprio per questo ogni riflessione sull’ordinamento giudiziario non può limitarsi agli aspetti tecnici, ma deve confrontarsi con la dimensione filosofica della responsabilità, della fallibilità e del limite, che costituisce il fondamento stesso dello Stato di diritto.

Daniele Onori

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