Questo è il monito della Corte costituzionale. Ma in Toscana sembra rimasto inascoltato.

Un uomo, affetto da morbo di Parkinson, all’età di 64 anni, ha potuto accedere poche settimane fa al suicidio medicalmente assistito secondo le modalità indicate dalla legge regionale della Toscana. È il primo caso dall’approvazione della legge regionale.

Una normativa, quella toscana, che è oggetto di impugnazione innanzi alla Corte costituzionale italiana. La Presidenza del Consiglio ritiene, infatti, la legge illegittima, poiché la materia del fine-vita non rientra tra le competenze della Regione ma è di competenza esclusiva dello Stato, ex art. 117 Cost. La Corte costituzionale sarà chiamata a decidere a breve sulla costituzionalità della legge. Sul tema dell’incompetenza delle Regioni il Centro Studi Livatino ha partecipato alle audizioni nei Consigli regionali e ha pubblicato molti contributi sul proprio sito, ai quali si rimanda per l’approfondimento.

Al di là del singolo caso concreto, nel massimo rispetto per le condizioni di sofferenza umana, appare innanzitutto preoccupante l’atteggiamento di chi ritiene tale morte una vittoria.

Bisogna rifiutare la pressione di derive sociali e culturali che ritengono il suicidio un diritto e la dignità umana un valore graduabile, da proteggere in base alla percezione del singolo e, a ben vedere, sulla base di condizioni personali e sociali. Tali derive che “inducano le persone malate a scelte suicide”, come ha ricordato recentemente la Corte costituzionale nella sent. n. 66 del 2025, dovrebbero, invece, essere contrastate. Esse rappresentano, infatti, uno “scivolamento”, una caduta: segnano la morte di una persona nella vulnerabilità, ma anche la fine della solidarietà sociale e lo stravolgimento del diritto.

La Società italiana di cure palliative ha reso noto ad aprile 2025 che il 70 % dei pazienti non oncologici non ha accesso oggi in Italia alle cure palliative: sono esclusi dai servizi di cura e assistenza, nonostante il diritto sancito dalla legge n. 38 del 2010. La condizione di dolore e di sofferenza, di abbandono, di migliaia di pazienti e delle loro famiglie però non fa notizia. Pazienti con malattie croniche, demenza, malattie neurologiche degenerative e altre malattie rare, che “spesso affrontano anni di sofferenza, di autonomia limitata, di necessità sanitarie e assistenziali senza un supporto adeguato, con sintomi non controllati e famiglie, laddove esistano, lasciate sole ad affrontare il peso emotivo e pratico della malattia”[1].

La notizia è, invece, il primo caso di morte in tempi rapidi, tramite un farmaco-veleno, con l’assistenza dell’Asl, in base alla procedura e a un diritto alla morte sanciti da una legge regionale, di cui si valuterà la legittimità. La prospettiva della morte come unica via di uscita potrebbe, sì, essere, come affermato dalla Consulta, “un irrimediabile abbaglio”: la conseguenza non è però una mera “svista” ma l’irreparabile fine della vita umana.

Centro Studi Rosario Livatino


[1] SICP, Cure Palliative, un diritto universale (ancora) troppo spesso negato, 7 aprile 2025.

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