Articolo di Andrea Zambrano pubblicato il 13 giugno 2019 su La nuova Bussola quotidiana.

Dopo Silvana De Mari e Simone Pillon, anche Massimo Gandolfini viene condannato da un tribunale per il reato di diffamazione in un processo che ha visto come denunciante Arcigay o una associazione ad essa legata.

Se dovessimo usare un linguaggio sportivo potremmo dire che Arcigay batte il mondo pro family e pro life tre a zero, ma dato che si tratta solo del primo tempo, è bene non piangersi addosso perché anche le migliori finali di Champions League insegnano che i risultati sono fatti per essere ribaltati.

C’è però un dato che balza agli occhi immediatamente. Ed è l’escalation di colpi sotto cui sta cadendo il libero pensiero. Colpi che evidenziano un condizionamento culturale da parte degli arbitri, certi giudici, rispetto ad una narrazione dei diritti Lgbt che viene presentata come dogmatica e inscalfibile. Tutto ciò che è alieno da una narrazione positiva della cultura gay friendly è passibile di reato.

A ragione il Centro Studi Livatino – nel commentare la sentenza Gandolfini dell’altro giorno – ha riconosciuto che c’è «”un’ingerenza giudiziaria”, frutto di una “pressione sociale”, e una manifestazione di pensiero» che sembra non voler esser presa in considerazione.

Questo nonostante la sezione I della Corte EDU (sent. 7/03/2019 Sallusti c. Italia, ric. 22350/13) abbia condannato l’Italia per la pronuncia per diffamazione a carico di Alessandro Sallusti (direttore del Giornale), ravvisando il contrasto con l’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la libertà di espressione. Ebbene: questa sentenza appare contraddetta dalla sentenza a carico di Gandolfini.

In tutto questo corto circuito è un dato di fatto che i processi nei confronti del mondo pro family stanno conoscendo una impennata, anzi non solo i processi, ma anche le condanne, per non contare le innumerevoli diffide e minacce di querela, quando non proprio indagini, nei confronti di giornalisti non allineati al pensiero unico gay friendly. Si può parlare di accanimento giudiziario nei confronti del mondo pro Life? Se tre indizi fanno una prova, i casi Pillon, De Mari e Gandolfini sembrerebbero far propendere verso il si. Un drammatico sì, che annienta la libertà di espressione e anche quella di religione visto che certi milieu culturali bollano come ultra-cattoliche le posizioni di chi ritiene, concordemente con il dato di natura, che l’omosessualità non sia una variante della sessualità e la famiglia naturale unita in matrimonio tra uomo e donna, l’unica possibile per il bene della società e non per i desideri individuali di ognuno.

A questo si aggiunge il fatto che mentre il martelletto del giudice batte forte sul tavolo delle aule giudiziarie contro i pro life, non si hanno notizie di inchieste giudiziarie o di condanne nei confronti «di coloro che turbano lo svolgimento di iniziative pubbliche pro family e pro life, interrompendole e impedendo ai relatori di parlare, né – per restare alla figura del prof Gandolfini – nei confronti di chi esibisce in tali circostanze  immagini o scritte di esecuzioni capitali».

Mostrare esponenti pro life appesi come a piazzale Loreto, augurarsi il loro male, coprirli di ogni tipo di insulto, è sempre indice di espressione di libertà e di democrazia? A quanto pare sì dato che nessun magistrato si è mai interessato a perseguire licenze del genere o di tutelare le vittime.

Tutto questo non è rassicurante. Ma tutto questo, si badi bene, è figlio anch’esso di una cultura che si alimenta di un odio ideologico che porta a pensare meccanicamente ad un nuovo odio di classe socialmente giustificato.

E di questo sentimento di avversione sembrano farsi portatori anche diversi magistrati, che hanno in particolare fastidio quel mondo pro life e pro family che ora viene condannato dalla stessa Giustizia italiana. Basti riflettere sull’assemblea di Area Democratica per la Giustiziail raggruppamento di magistrati dichiaratamente di Sinistra derivante dall’accorpamento delle correnti di Magistratura democratica e di altri movimenti che ha concluso il suo secondo congresso nazionale.

E’ curioso che questo mondo pro life e pro family sia avversato dichiaratamente da giudici e magistrati in carica.

Maria Cristina Ornano, segretario generale della corrente di Sinistra nella sua relazione questa avversione ce l’ha ben chiara tanto da dedicare più due capoversi del suo intervento proprio a chi ha partecipato – sul versante politico – al Congresso di Verona della famiglia.

Partendo da «salute, multiculturalismo, sessualità, parità di genere, gender» come «conquiste realizzate sul terreno dei diritti sociali» la Ornano ha legato «il riemergere sulla scena politica, anche nel nostro paese, di forze dichiaratamente fasciste e xenofobe» proprio a quanto accaduto a Verona.

Qui si è svolto un congresso che (nientemeno! ndr.) è stato «patrocinato dal Ministero della Famiglia e della Disabilità» e «al quale hanno partecipato alcuni Ministri della Repubblica e con il quale si è data visibilità a esponenti politici e attivisti di organizzazioni, operanti in Italia e all’estero, i quali, sostenendo di voler tutelare la famiglia tradizionale». Ebbene, che cosa pensa la Ornano di loro?

«Propugnano la subalternità delle donne rispetto agli uomini; le relegano in un umiliante ruolo riproduttivo che non contempla il diritto alla maternità consapevole; non riconoscono i diritti delle “nuove famiglie”; considerano l’omosessualità come una devianza da contrastare o una patologia da curare anche forzatamente; non riconoscono i diritti LGBTQI, il divorzio, gli studi di genere; considerano l’immigrazione come fattore di disordine sociale, prima ancora che economico».

Le cose – come abbiamo scritto più e più volte – non stanno ovviamente così, per ogni accusa lanciata c’è in realtà un linguaggio più equilibrato che inquadra e giustifica concetti così grossolanamente esposti e offensivi e in tanti si sono sforzati di provare a chiarirlo, ma la lettura che ne ha dato la Ornano è la stessa di quei partiti politici che hanno gettato fango sul Congresso delle Famiglie e sulla marcia conclusiva. Una lettura che criminalizza.

Ora, potrebbe essere anche questa una libera espressione di un pensiero. Ma essendo pronunciata da un giudice non fa certo ben sperare per la libertà degli altri, quelli, cioè, che sono visti ormai come “nemici” e che oggi si chiamano Pillon, Gandolfini e De Mari e domani potrebbero avere probabilmente altri nomi. Quando l’opinione politica entra nelle aule giudiziarie, il rischio che a farne le spese sia la libertà è dietro l’angolo.

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