fbpx

Dino Buzzati scrisse Procedura penale nel 1959, raccontando l’«incubo inquisitorio» in cui viene di colpo a trovarsi la protagonista, la contessa Mauritia Delormes, sottoposta ad un’istruttoria condotta dall’amico Giandomenico, improvvisatosi implacabile ed iniquo accusatore. Il libretto dello scrittore bellunese può anche essere letto come una rappresentazione artistica della «paura del processo» ancora oggi riscontrabile nel dibattito pubblico.

Lo scrittore Dino Buzzati e il celebre compositore Luciano Chailly si cimentarono in un audace esperimento nel 1959, durante il Festival di Como, presentando un’opera lirica intitolata: Procedura Penale.

Lo scrittore, nativo di Belluno, non si limitò alla concezione delle scenografie e dei costumi per la rappresentazione, ma contribuì anche alla redazione del libretto, il quale vide la luce grazie all’editore Ricordi, prestigiosa casa editrice nota per accogliere i grandi capolavori dell’opera lirica.

Dino Buzzati concepì l’opera “Procedura penale” nel 1959, dipingendo magistralmente il “terrore inquisitorio” che improvvisamente si abbatte sulla protagonista, la contessa Mauritia Delormes, sottoposta a un’inchiesta condotta dal suo amico Giandomenico, trasformatosi in un implacabile e iniquo accusatore.

Il testo dell’autore bellunese può essere interpretato altresì come una rappresentazione artistica della “paura del processo” che permeava gli anni ’50, sia nei dibattiti pubblici che nelle sfere interne al mondo giudiziario

Fu un periodo in cui, dinanzi ad una magistratura molto spesso schierata nel difendere assetti che la società civile cominciava a contestare, si aprirono nuove prospettive sia nella giurisprudenza di merito sia attraverso opere narrative che mettevano in discussione lo stereotipo del giudice tradizionale.

Un esempio è dato dal libro Diario di un giudice, del 1955, per il quale Dante Troisi si attirò gli strali dell’alta magistratura concretizzatisi poi in un provvedimento disciplinare per offesa all’ordine giudiziario e nella sanzione della censura.

Già nel 1953 Pietro Calamandrei, in La crisi della giustizia, affermava, attraverso un’acuta analisi della realtà processuale a lui coeva, che in Italia «tra un crollo di regime, una guerra perduta, la instaurazione di una repubblica», il giudice doveva applicare leggi non più rispondenti alla coscienza sociale.

Per i magistrati si poneva allora un dilemma, tra diventare «da servitori della legge, critici della legge», o restare legalitari che, «dopo avere per vent’anni considerato il fascismo come l’ordine e gli antifascisti come sovvertitori dell’ordine» dovevano «rovesciare il loro conformismo»[1]

Un anno dopo, l’avvocato e giornalista viterbese Achille Battaglia, allarmato da un possibile ritorno del «despotismo» giudiziario, stigmatizzava, in Processo alla giustizia, il comportamento di polizia, pubblici ministeri, giudici istruttori i quali, «ad onta di tutti i precetti costituzionali», continuavano «ad imprigionare a loro talento il cittadino», a mettere «a soqquadro il domicilio» e a diffonderne «i più gelosi segreti»[2] non appena sorgesse il minimo sospetto.

Nell’ambito del contesto storico-giuridico precedentemente esaminato, l’opera buffa “Procedura Penale” di Buzzati/Chailly emerge come una metaforica rappresentazione dell’angoscioso incubo inquisitorio, temuto tanto dalla dottrina processualpenalistica italiana quanto dall’opinione pubblica dell’epoca.[3]

La trama si sviluppa nel contesto di un salotto borghese, dove l’interrogatorio prende avvio con una domanda rivolta alla contessa Mauritia Delormes da uno degli ospiti: se il venerdì antecedente si trovasse per caso a Roma. La contessa, inizialmente incerta, è pressata dall'”amico” Giandomenico per una risposta più precisa.

La situazione si complica quando le viene rivelato che in quel preciso venerdì a Roma è avvenuto l’omicidio di Leo Sterziani. La contessa, pur sostenendo di conoscere appena la vittima, si trova improvvisamente catapultata in una scena surreale: tutti i presenti si trasformano in giudici e, assisi su scranni elevati, la accusano con veemenza dell’omicidio, basandosi sulla testimonianza di chi l’ha vista a Roma quel giorno. La Delormes riesce a sventare l’accusa mostrando il biglietto del treno, che attesta la sua visita a Vimercate per vedere un parente, ma i giudici non demordono.

Segue un’ulteriore accusa ancor più assurda: la contessa viene incriminata per l’assassinio di diverse figure innocenti e vulnerabili in una data improbabile, il 5 giugno dell’anno 903. In questo processo grottesco, la condanna della sventurata contessa appare inevitabile.

Buzzati e Chailly, attingendo al genere consolatorio dell’opera buffa, sembrano suggerire che l’accusa, impercettibile e ineluttabile, incomba su ogni individuo. Come è stato acutamente osservato, una certa familiarità con gli studi antropologici permette di riconoscere, nell’affascinante costrutto teatrale di Buzzati, gli elementi distintivi della persecuzione collettiva.

Improvvisamente gli amici divengono nemici e ha inizio la persecuzione verso la vittima designata che non potrà trovare difesa alcuna di fronte a un’accusa molteplice, incredibile, perfino surreale (…): la contessa, così come ciascuno di noi, non è semplice accusata (o imputata), ma diventa vittima designata che le dinamiche sociali tendenzialmente inclini alla violenza reclamano di sacrificare per ritrovare un necessario equilibrio. [4]

Inoltre, ecco servita la kafkiana condanna alla contessa: «a vivere con noi vita natural durante», che implica la pena di vivere in un contesto sociale nel quale in ogni momento può scatenarsi «la persecuzione sotto forma di accuse surreali delle quali è impossibile difendersi e alle quali si dovrà perciò soggiacere»[5].

In Procedura Penale, la persecuzione collettiva di una persona è scatenata dalla presunzione della sua colpevolezza, piuttosto che dalla certezza che il crimine sia stato effettivamente compiuto. Il testo di Buzzati mostra un diritto che non difende gli individui né protegge la società dalla violenza e una giustizia asservita ad un inquietante Stato-Leviatano.

Daniele Onori


[1] P. Calamandrei, La crisi della giustizia, in G. Pallieri-P. Calamandrei-G. Capograssi-F. Carnelutti-G. Delitala-A.C. Jemolo- A. Ravà-G. Ripert, La crisi del diritto, Padova 1953, p. 165

[2] A. Battaglia, Processo alla giustizia, Bari 1954, p. 13

[3] Il punto centrale come ben sintetizzato da Franco Cordero, era che le regole del codice Rocco «tagliate su misura autoritaria» risultavano, di fatto e problematicamente, «compatibili con una società democraticamente assestata» ( F. Cordero, Procedura penale, Milano 2006, p. 87).

[4] V. Vitale, Diritto e letteratura. La giustizia narrata, Milano 2012, p. 67.

[5] Ibid.

Share