Nel suo ultimo film, La grazia, Paolo Sorrentino sceglie di collocare il tema dell’eutanasia al centro di una narrazione solenne, rarefatta, apparentemente prudente. Mariano De Santis, Presidente della Repubblica giunto alla fine del mandato, è chiamato a firmare una legge che ne legalizzerebbe la pratica, mentre riflette sulla concessione della grazia a due condannati per omicidio e sulla soppressione di un cavallo ormai malato. Tre decisioni, un unico potere: stabilire se una vita possa essere tolta o risparmiata.

È qui che il film rivela la sua ambiguità più profonda. La grazia non difende esplicitamente l’eutanasia, ma la introduce come orizzonte morale possibile, trattabile, ponderabile. E nel farlo, rinuncia a una difesa chiara del valore indisponibile della vita.

L’eutanasia come pratica amministrabile

Nella costruzione narrativa di Sorrentino, la proposta di legge sull’eutanasia viene presentata come uno dei dossier istituzionali che attendono De Santis negli ultimi giorni al Quirinale. Non è uno spartiacque morale, ma una pratica da valutare con cautela, al pari di una grazia presidenziale o di una scelta simbolica.

Questo slittamento è decisivo. L’eutanasia non è mai trattata come una frattura antropologica — la possibilità che lo Stato legittimi la soppressione intenzionale di una vita innocente — ma come una questione di sensibilità, di equilibrio, di tempo. Il problema non è se sia giusto togliere la vita, ma se chi governa sia interiormente pronto a convivere con quella decisione.

Così, il film sposta il fuoco dal valore della vita alla serenità della coscienza del decisore.

L’assenza del corpo, l’assenza del limite

In La grazia non c’è il malato. Non c’è il corpo devastato, non c’è la dipendenza totale, non c’è la voce di chi chiede di morire o di chi chiede di vivere nonostante tutto. L’eutanasia resta un concetto, un’astrazione, una parola grave pronunciata nei corridoi del potere.

Questa assenza non è neutra. Senza il corpo fragile, la vita perde la sua concretezza e diventa un oggetto di valutazione. La sofferenza non interpella più, non obbliga, non pone un limite invalicabile: diventa una variabile. E quando la vita diventa una variabile, può essere bilanciata, sacrificata, sospesa.

Il film evita accuratamente di affermare che la dignità umana non dipende dalla qualità dell’esistenza né dall’autonomia residua. Così facendo, accetta implicitamente una visione condizionata del valore della vita.

Grazia, omicidio, eutanasia: una confusione morale

La scelta di intrecciare la legge sull’eutanasia con la grazia concessa a due omicidi — in particolare il caso di Isa Rocca, che rivendica una sorta di “omicidio compassionevole” — produce un cortocircuito etico rilevante. Il film invita lo spettatore a comprendere, a empatizzare, a sospendere il giudizio.

Ma la comprensione non è giudizio morale. La grazia riguarda la pena, non la legittimità dell’atto. L’eutanasia riguarda direttamente la possibilità di trasformare la morte in strumento di soluzione. Mettere questi piani in continuità narrativa significa normalizzare l’idea che togliere la vita possa diventare, in certe circostanze, comprensibile, forse persino giusto.

È una confusione che il film non chiarisce mai, preferendo affidarsi all’atmosfera del dubbio.

Il cavallo e la naturalizzazione della soppressione

Il cavallo malato, la cui soppressione viene rimandata più volte, è la metafora più esplicita del film. La sua fine appare inevitabile, dolorosa ma necessaria. L’analogia con l’eutanasia umana è evidente e inquietante.

Qui La grazia compie il suo passaggio più problematico: suggerisce che la logica dell’eliminazione compassionevole sia naturale, razionale, persino misericordiosa. Ma ciò che può apparire accettabile nel trattamento di un animale non è automaticamente trasferibile all’uomo, se si riconosce alla vita umana un valore radicalmente altro.

Il film non difende questa differenza. La lascia scivolare via, come se fosse già superata.

Il dubbio come maschera dell’assenso

Sorrentino eleva il dubbio a cifra morale assoluta. Ma quando si tratta di eutanasia, il dubbio non è una posizione neutra. Accettare che la morte sia un’opzione da valutare significa già aver rinunciato a un principio: che la vita non è disponibile, nemmeno quando è fragile, dipendente, priva di autonomia.

La grazia non afferma che l’eutanasia sia giusta. Ma la rende pensabile, gestibile, amministrabile. E in una cultura etica, ciò che diventa pensabile diventa presto praticabile.

Conclusione

La grazia è un film elegante, controllato, formalmente alto. Ma proprio questa eleganza diventa il suo limite morale. Davanti all’eutanasia, il film sceglie la sospensione invece della responsabilità, il dubbio invece del principio, la comprensione invece della difesa della vita.

Non è un’opera apertamente favorevole all’eutanasia. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: un film che rinuncia a dire che ci sono limiti che non dovrebbero essere oltrepassati. E quando il cinema rinuncia a nominare questi limiti, contribuisce anche senza volerlo  a spostarli.

Daniele Onori

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