Ingiustizia creativa. La trasformazione antropologica, di Domenico Menorello e Maurizio Sacconi (con prefazione di Domenico Airoma, postfazione di S.E. Mons Andrea Bruno Mazzocato e con la collaborazione di Achiropita Curti, Eva Sala e Daniele Onori) non nasce per caso. Nasce nel momento giusto. Anzi, nel momento critico. Nasce sull’onda lunga di una stagione in cui la magistratura non si è più limitata ad applicare la legge, ma ha progressivamente preteso di reinterpretare l’umano, anticipando o aggirando il confronto democratico. Ed è un libro che arriva mentre i cittadini sono chiamati, il 22 e 23 marzo 2026, a pronunciarsi su una riforma costituzionale che tocca proprio il cuore del problema: l’organizzazione della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è una questione tecnica per addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo. Si chiede ai cittadini se confermare o respingere una modifica della Costituzione che, mantenendo l’autonomia della magistratura, ridisegna i meccanismi di autogoverno, rafforza la distinzione dei percorsi professionali e introduce – punto assai discusso – il ricorso al sorteggio per superare il potere delle correnti.

È esattamente dentro questo contesto che Ingiustizia creativa trova la sua piena intelligibilità. Il libro mostra infatti come si sia affermato, negli ultimi anni, un vero e proprio sovranismo giudiziario: un potere che non risponde al consenso popolare e che, attraverso sentenze “creative”, ha inciso profondamente sull’antropologia, sulla famiglia, sull’identità sessuale, sulla nascita e sulla morte.

Menorello e Sacconi ricostruiscono con rigore una giurisprudenza che non si limita più a interpretare la legge, ma la produce di fatto, sostituendosi al legislatore. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’idea di un “uomo nuovo”, non più riconosciuto nella sua natura, ma ridefinito da tecniche di nascita, percezioni soggettive e volubili del genere, instabilità programmata delle relazioni affettive, autodeterminazione assoluta dei modi di vivere e di morire.

Qui il libro colpisce nel segno: quando la giustizia diventa creativa, l’arbitrio prende il posto del diritto. E quando questo accade sull’umano, non siamo davanti a un avanzamento civile, ma a una regressione giuridica mascherata da progresso.

Il referendum del 2026 chiama i cittadini a decidere se accettare o meno una riforma che tenta di ricomporre un equilibrio spezzato. Non si vota contro l’autonomia della magistratura, ma contro la sua autoreferenzialità. Non si vota contro i giudici, ma contro un sistema che ha permesso alle correnti di trasformare l’autogoverno in potere politico. E il libro di Menorello e Sacconi fornisce le categorie culturali e antropologiche per capire perché questa deriva non è solo istituzionale, ma profondamente umana.

La tesi è limpida: sulla vita non si governa per sentenza. Le decisioni che riguardano nascita, identità e morte esigono il passaggio parlamentare, il consenso popolare, il confronto democratico. Saltare questi passaggi significa svuotare la democrazia dall’interno, lasciando che il diritto si trasformi in strumento di ingegneria sociale.

Non è secondario che questo libro sia stato reso possibile dall’impegno di oltre cento associazioni riunite nel network “Ditelo Sui Tetti”. Qui non c’è nostalgia né crociata ideologica. C’è la consapevolezza che l’antropologia cristiana, prima ancora che confessionale, è una riserva di razionalità: riconosce limiti, relazioni, corporeità. E proprio per questo difende la persona contro la sua dissoluzione giuridica.

Ingiustizia creativa è un libro che disturba perché dice ciò che molti sanno ma pochi osano scrivere: che quando la giustizia pretende di rifare l’uomo, il problema non è solo dei tribunali, ma della democrazia. E che il referendum del 2026 non riguarda soltanto le carriere dei magistrati, ma il confine tra diritto e potere.

Un libro da leggere prima di votare. E da rileggere dopo. Perché, quando l’equilibrio tra i poteri si spezza, a pagare non è una categoria, ma l’intera società.

Daniele Onori

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