Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Tempo del 27 marzo 2018.

Della serie: quando la politica delega alla giustizia. Prescindiamo dai torti (tanti) e dalle ragioni (scarse) di Barcelona e di Madrid: è certo però che la soluzione della questione Catalunya esige una massiccia dose di impegno politico. Invece e stata improvvidamente affidata ai giudici e ad automatismi che non offrono margini didiscrezionalità. La procedura del mae-mandato di arresto europeo è diversa da quella dell’estradizione. Quest’ultima e un rapporto fra governi: l’autorità giudiziaria che deve pronunciarsi sulla consegna di un soggetto a un altro Stato accerta the esistano le condizioni per accogliere la richiesta, ma l’ultima parola è del Ministro della Giustizia. Il quale può comunque far prevalere ragioni di sicurezza o di tutela di interessi nazionali per rifiutare la consegna. Il mae è invece un rapporto fra autorità giudiziarie degli Stati europei, che lascia fuori i governi. Nel caso di Carles Puigdemont, come in ogni altra vicenda nella quale un giudice di un Paese Ue emette un mae, la verifica da parte della corte competente a esaminarlo nello Stato nel cui territorio il ricercato viene sorpreso è strettamente giurisdizionale. Se il magistrato tedesco cui sarà affidato il caso accerterà che i reati contestati nel mandato al leader indipendentista sono previsti come illeciti penali anche dalla legge della Germania, e che l’autorità giudiziaria spagnola ha indicato correttamente gli elementi posti a base delle imputazioni, dovrà convalidare l’eventuale arresto e disporre la consegna alla Spagna. Come è accaduto, il primo poliziotto tedesco che ha incrociato Puigdemont aveva l’obbligo di arrestarlo e di metterlo a disposizione della magistratura del suo Paese, per il semplice fatto che la Audiencia national di Madrid aveva inserito i dati qualificanti del mae nel Sisterna
di informazione di Schengen (Sis). Così, una delle crisi più laceranti che interessano uno Stato cardine dell’Ue è affidata a una procedura che nella routine quotidiana si applica a scippatori e spacciatori. Da tempo si lamenta il crescente superamento dei propri confini da parte dei giudici delle corti europee e delle corti dei singoli stati all’interno dell’Ue. Dipende dall’impostazione ideologica di “giudici attivisti”, che ritengono rientrante nel proprio ruolo la creazione della norma o la prescrizione al governo dell’atto da svolgere. Ma dipende anche, come emerge dalla vicenda catalana, dalla rinuncia della politica – in questo caso, spagnola prima, europea poi – all’assunzione delle proprie responsabilità, che avrebbero potuto e dovuto tradursi in iniziative istituzionali per affrontare la crisi. E adesso the succede? Ipotesi n. 1: la corte tedesca competente a esprimersi sul mae convalida l’arresto di Puigdemont e nei sessanta giorni previsti dalla normativa lo consegna alla Spagna. Ipotesi n. 2: la stessa corte ritiene che invece quel mandato abbia carattere persecutorio per ragioni politiche o di nazionalità e rigetta la richiesta di Madrid. Nell’una come nell’altra ipotesi le ricadute politiche sarebbero enormi. Eppure le istituzioni Ue e i governi dei singoli Stati dell’Unione hanno deciso di restare fuori la porta di quell’aula di giustizia, qualunque sia la sentenza. Non sempre la politica è debole per incursioni altrui. Talora, ed è questo it caso, avviene per propria scelta deliberata.

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