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La Corte di Cassazione (3^ sez. pen. ud. 15/10/2021 R.G. 8762/2021 ric. L. Grizzaffi) ribadisce che la sosta del fercolo del Santo in corrispondenza dell’abitazione della famiglia di un capo di Cosa Nostra costituisce turbamento della funzione religiosa. Ma la questione irrisolta rimane quella dell’inchino sociale.

1. La vicenda all’esame dei giudici della Suprema Corte non rappresenta certo una novità. Si tratta della processione del Santo patrono che viene fatta deviare dal percorso prestabilito per sostare e rendere omaggio alla famiglia mafiosa; comportamento penalmente rilevante poiché idoneo ad arrecare turbamento all’esercizio della funzione religiosa. Tuttavia la questione non può dirsi chiusa con la condanna dei responsabili. Molte sono le questioni che rimangono aperte, soprattutto se si considera la frequenza di tali inchini e che cosa è a essi sotteso[1].

2. La prima questione attiene al comportamento di coloro che partecipano alla processione. E’ plausibile ritenere che tutti patiscano a tal punto la condizione di soggezione tipica di un ambiente mafioso, da subire senza accennare alla benché minima reazione, neppure confidando nella forza della comunità, riunita attorno al fercolo del Santo, o nell’autorevole presenza di Sindaco e forze dell’ordine? Oppure deve concludersi che, al di là della denunzia doverosa dell’accaduto, vi sia una diffusa condivisione del gesto? E se così è, anziché chiudere gli occhi dinanzi al fatto, riducendolo a residuale manifestazione di una mentalità retriva, realismo imporrebbe di intervenire sulle cause di un atteggiamento di tale ostentata riconoscenza verso gli uomini d’onore.

La realtà, invece, è che riesce molto più comodo e indolore derubricare il tutto a comportamenti individuali, da reprimere penalmente. E ciò perché l’indagine sulle cause rimanda necessariamente ai vuoti che l’organizzazione di tipo mafioso tende a colmare: vuoti istituzionali, sociali ed esistenziali. Dal bisogno di sicurezza, avvertito soprattutto nelle periferie e nei paesi lasciati privi di qualsivoglia presidio di polizia, alla ricerca di un’occupazione stabile o di un’abitazione dignitosa; dal bisogno di ambienti e sodalizi che corrispondano alla naturale esigenza di socialità, alla insopprimibile domanda di senso per cui spendere la propria esistenza.

“Cosa Nostra conserva qualcosa di cui gli altri membri della collettività sono privi: la cultura dell’appartenenza e la fedeltà a valori fondamentali. In un mondo privo di punti di riferimento, i mafiosi tendono a conservare la loro identità”. L’analisi, insuperata, profondamente vera, è quella di Giovanni Falcone. Rispetto ad essa, l’antimafia dei maître à penser va nella direzione esattamente opposta. Pensa di sconfiggere il familismo, attaccando la famiglia; di debellare gli inchini, scardinando il sentimento religioso; di abolire i codici d’onore, eliminando ogni regola. In realtà, altro non fa che amplificare quei vuoti e rendere sempre più diffusi quei bisogni che solo la cecità ideologica impedisce di vedere; sicché, a dispetto degli slogan che incitano alla liberazione dalle mafie, l’esito è quello di contribuire a rendere ancora più strette le maglie delle catene della soggezione mafiosa.

In definitiva, si preferisce puntare il dito sull’inchino del Santo patrono e liquidare la questione come materia da informativa di polizia, anziché guardare ad un altro inchino, sempre più esteso, difficile da reprimere con sanzioni penali, quello di buona parte del corpo sociale. E se fino a qualche tempo fa l’aspirazione a diventare uomini d’onore era circoscritta ad ambiti già pregiudicati dall’incistamento del cancro mafioso e appannaggio di giovani dal destino segnato, le cronache giudiziarie riferiscono di una penetrazione del fascino del mafioso e del camorrista anche in contesti che non rispondono al clichè del disagio sociale e della emarginazione.

2. La seconda questione che pone la vicenda dell’inchino riguarda i destinatari del gesto. E’ fin troppo semplice, anzi semplicistico, sostenere che i mafiosi strumentalizzano le cerimonie religiose come forma di consolidamento della propria autorevolezza, ottenendo il pubblico ossequio anche dei rappresentanti dell’istituzione-Chiesa. Che vi sia stato e vi sia qualche sacerdote o religioso che svende il proprio abito e la propria dignità al mafioso in cambio di qualche favore, è dato sovente emerso all’attenzione degli investigatori. E tuttavia, ancora una volta, pensare che i mafiosi ricerchino la pax religiosa solo per non avere fastidi da quel versante, rappresenta una sottovalutazione delle cause più profonde che spingono alla ricerca di un legame con il sentimento religioso e la pietà popolare che ne rappresenta la manifestazione sociale più evidente.

Sono almeno due i fattori che fanno sì che la religione non sia elemento esotico dell’universo mafioso. Il primo è il bisogno che hanno gli appartenenti a tali sodalizi di sentirsi e di presentarsi in sintonia con gli stili di vita dominanti nell’ambiente in cui vivono e si muovono, rispetto ai quali la religiosità è una quinta certamente non secondaria. Il secondo chiama in causa direttamente lo stile di vita del mafioso: egli sa di rischiare la vita ogni giorno e sa che dalle sue decisioni spesso dipende la vita stessa degli altri. Tale condizione esistenziale conduce il mafioso ad avere un approccio perennemente drammatico che, soprattutto nelle giovani generazioni, quelle delle paranze, giunge a porsi quasi come una sfida ostentata alla morte; un approccio che spinge il mafioso anche a concepire il rapporto con la divinità quasi da pari a pari, inebriato dalla convinzione di poter egli decidere le sorti del suo prossimo. Dinanzi a una tale tracotanza, esasperata spesso anche dall’uso di droghe, l’unico antidoto davvero efficace è la minaccia del giudizio di Dio, come profeticamente fece San Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, dopo che apprese del sacrificio del beato Rosario Livatino.

3. Non è, dunque, la sociologia che temono i mafiosi. E neppure le fiction stile Gomorra, che anzi ne rafforzano la fascinazione. Trattandosi di cosa prodotta dagli uomini e non piovuta dal cielo, la storia finirà quando gli uomini smetteranno di sentire il bisogno di inchinarsi alla mafia. E non si tratta semplicemente di non deviare dal percorso stabilito per una processione religiosa. Si tratta di riprendere la retta via, come singoli e come istituzioni; quella strada le cui coordinate sono scritte nel cuore di ogni uomo, da sempre.

Domenico Airoma


[1] Sul punto cf. A. Mantovano – D. Airoma I(r)rispettabili. Il consenso sociale alle mafie, Rubbettino 2013, pag. 48 ss.

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