Referendum in Islanda: vince il No ai negoziati con l’UE. Le vere ragioni del voto, le reazioni dei leader europei e il nodo dell’Europa delle nazioni.

Renato Veneruso

Iceland, la terra del ghiaccio. In realtà, anche la terra del fuoco, data la sua formazione vulcanica, molti dei quali attivi, nota per i geyser, i getti di vapore che si sprigionano dal suolo.  

Remota isola dell’estremo nordovest d’Europa, posta a confine con il circolo polare artico, più vicina alla Groenlandia (290 km) che alla Norvegia (lontana 800 km dalle sue coste).

Remota a se stessa: solo 400mila abitanti (meno dei due terzi di quelli di Palermo) su una superficie grande quattro volte quella della Sicilia.

Eppure, l’isola scandinava è stata nelle ultime ore al centro dell’attenzione dei politici e commentatori europei per i risultati del referendum sulla opportunità o meno di far ripartire i negoziati per la sua adesione all’Unione Europea, dopo un primo abbandono delle trattative nel 2013: ha vinto il NO con il 52,8% rispetto ai SI (47,2%), con una partecipazione pari al 82,5% degli aventi diritto, 225mila votanti con una maggioranza di soli 12.600 voti (a decidere, quindi, sono stati solo 6.300 elettori!).

La modestia dei numeri ed il peso geografico della Repubblica d’Islanda non sembrano, dunque, giustificare l’invece grande interesse nei commenti e nelle asserite lezioni che si è voluto trarre dai risultati referendari, ancor più se si considera che l’Islanda comunque già ha ampio accesso al Mercato Unico europeo, appartiene all’area Shengen di libero scambio di uomini e merci, partecipa al sistema ETS (European Union Emissions Trading Scheme – EU ETS Sistema per lo scambio di quote emissione di gas a effetto serra dell’UE ), ai programmi educativi Erasmus+ ed a Horizon Europe (Orizzonte Europa, programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2021-2027), oltre ad essere tra i Paesi fondatori della NATO essendo situato in posizione di grande rilevanza strategica trovandosi nel cosiddetto GIUK gap (il corridoio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito), un punto chiave nell’Oceano Atlantico e per il controllo dell’Artico.

Tra l’altro, il voto contrario, piuttosto che addebitabile ad una disaffezione per l’architettura unionale, sembra ascrivibile al timore di perdere la libertà di pesca e del commercio del pesce, tradizionale principale attività economica del Paese, a causa dei vincoli che la UE avrebbe imposto per le quote di spartizione fra gli Stati membri rivieraschi, come dimostra anche il risultato dei voti nella capitale, Reykjavik, dove i SI hanno prevalso, ribaltato dagli elettori delle coste e delle aree rurali interne.

Del resto, non sembra neppure che si possa accreditare agli islandesi un approccio culturale identitario particolarmente conservatore: la società, di bassa età media e dal tasso di fertilità ben superiore alla media europea, è fondata sull’apertura delle famiglie a discendenza poliandrica, i figli venendo allevati dalla comunità, impostata su trasmissione matrilineare di chiaro retaggio vikingo, poco nota all’estero ma di grande importanza in patria la APP (!!) che consente ai maggiorenni di verificare i rapporti di parentela con germani ignoti, onde evitare di sposare -o comunque generare figli- con consanguinei.

Gli islandesi, finanziariamente tributari del Regno Unito (il credit crunch del 2008 e la crisi del sistema bancario britannico ha quasi mandato l’Islanda in bancarotta), sono altresì ordinariamente ben disposti nei confronti degli USA, che hanno costruito quasi l’intero patrimonio stradale nazionale dopo la II Guerra mondiale, ed i cui soldati, presenti sul territorio per le sopra richiamate esigenze geopolitiche, hanno significativamente contribuito all’incremento della ricchezza genetica della popolazione (molti dei nati dopo il 1944 con il cognome “…sson” sono loro figli, normalmente non riconosciuti!), tradizionalmente retta dalle quattordici (14!) famiglie del cd. Octopus, l’elite politica ed economica della società islandese.

Eppure la norrenica Islanda, abitata per primi da monaci anacoreti irlandesi e poi civilizzata dai norvegesi divenendo territorio cristiano al battesimo del Re di Norvegia nel 999, è anch’essa Europa, l’Europa degli uomini del Nord -i ‘normanni’-, che hanno liberato la mediterranea Sicilia dalla presenza islamica già nel XI secolo e grazie ai quali è tuttora possibile incontrare in Trinacria tipi umani dal capello fulvo e gli occhi chiari.

E’ evidente che l’interesse suscitato è allora da collegarsi alla valenza politica del voto referendario, che i diversi approcci dei politici europei hanno voluto trarre.

In particolare, gli esponenti cd. populisti hanno fatto a gara a dichiarare che l’esito del voto dimostra lo scarso appeal della UE (“se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?”): il ‘padre’ della Brexit, Nigel Farage, leader del partito britannico Reform Uk, assai avanti nei sondaggi in Gran Bretagna, si è congratulato su X con l’Islanda «per aver votato a favore di mantenere la propria indipendenza». Marine Le Pen, la probabile prossima Presidente della Repubblica francese, ha accolto con favore un voto che «ha ricordato un’evidenza: l’adesione all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di ogni democrazia europea».

Tale approccio pone, da un lato, un falso problema; dall’altro, esprime una esigenza più profonda che pure merita di essere analizzata.

Il falso problema risiede nella opportunità di superare la utilità dell’Unione medesima, in un contesto internazionale dove è, al contrario, evidente la necessità di competere con attori (gli USA, i cd. BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, e gli emergenti Paesi del cd. global south), già attualmente ben più performanti, verso i quali occorre un’Europa delle nazioni semmai ancor più coesa e non certamente il ritorno ai singoli Stati nazionali, strutturalmente destinati alla sorte dei vasi di coccio a contrasto con quelli di ferro.

L’esigenza reale è, invece, come sottrarre le legittime aspirazioni dei Paesi membri alla fagocitazione burocratica dei meccanismi unionali, che, per l’appunto, pretendono -tra l’altro- di stabilire, a tavolino, nelle segrete stanze delle Direzioni Generali della Commissione a Bruxelles, quale e quanto pesce poter pescare!

Europa delle nazioni, dunque, ma come? Attraverso la riforma neofederalista, promossa dalla intellighentsia europeista -sostenitrice di un accentramento sovranazionale dei poteri in capo agli organismi eurounitari-, o, al contrario, su un rinnovato modello di tipo imperiale rispettoso delle nazionalità? Un modello, quest’ultimo, basato -come già, nella carta dei Trattati- sui princìpi di sussidiarietà (per cui le strutture unionali intervengano dove i singoli Stati membri non possono arrivare) e di attribuzione (con competenze della UE limitate solo agli ambiti di effettivo suo interesse, tra cui, in primis, la difesa comune).

L’auspicio è che anche tra i tanti, troppi, detrattori della UE (la stessa Le Pen ha altresì commentato il referendum dicendo: «in un momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo e il trasferimento della sovranità alla Commissione europea, questo voto ci ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa di nazioni libere e sovrane che cooperano volontariamente su questioni di interesse comune», mentre Nicola Procaccini, co-Presidente di ECR, il gruppo dei Conservatori Europei, ha commentato: «Se un Paese europeo prospero, democratico e aperto al mondo non è convinto che la ripresa dei negoziati di adesione all’Ue possa essere la strada giusta,l’Unione europea dovrebbe chiedersi come poter rispettare meglio la sovranità e il principio di sussidiarietà, diventare più efficace e competitiva e concentrarsi con maggiore chiarezza sui settori in cui la cooperazione europea apporta un valore reale»), possa cominciare una seria riflessione politica in tali ultimi sensi.

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