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Audizione del prof. Carmelo Leotta in II Commissione Salute e Sicurezza Sociale del Consiglio Regionale – Assemblea legislativa della Liguria sulla P.D.L. di iniziativa dei Consiglieri Pastorino, Tosi, Ugolini, Natale, Ioculano, Garibaldi Luca, Sanna, Arboscello, Sansa, Candia, Centi: “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019”

Genova, 13 maggio 2024

Ill.mi Consiglieri,

nel ringraziare per il gradito invito, interverrò in rappresentanza del Centro Studi Rosario Livatino.  

Svolgerò tre distinti temi: 1) il problema della incompetenza legislativa regionale in materia di regolazione del suicidio assistito; 2) la necessità, incompatibile con un intervento regionale, di definire in modo unitario e omogeneo su tutto il territorio nazionale il requisito del «trattamento di sostegno vitale»; 3) la possibilità e l’opportunità per la Regione, alternativa a quella di cui alla P.D.L., di intervenire nella materia del fine vita legiferando in materia di cure palliative.

  1. La Regione è incompetente a dettare norme sui tempi e sulle modalità di erogazione del suicidio assistito

È mia intenzione affrontare l’argomento evidenziando, per cominciare, l’incidenza della disciplina di cui alla P.D.L. sulla materia dell’autodeterminazione terapeutica, che comprende altresì, per il diritto vivente, il diritto al rifiuto della cura e anche la richiesta del suicidio assistito, seppur quest’ultima non qualificabile, stando alla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, come diritto soggettivo.

La materia dell’autodeterminazione terapeutica può essere regolata da una fonte regionale?

È utile, a proposito, un seppur breve richiamo al parere dell’Avvocatura Generale dello Stato del 15 novembre 2023, reso rispetto alla P.D.L. n. 7 della Regione Friuli-Venezia Giulia e alla P.D.L. n. 217 della Regione Veneto. Il richiamo in questa sede al parere dell’Avvocatura Generale, pur riferito ad altre P.D.L., è legittimato in particolare dal fatto che i testi delle P.D.L. del Friuli e della Liguria sono corrispondenti quasi in ogni loro parte.

L’Avvocatura Generale ha preso le mosse dalle affermazioni della Corte costituzionale – contenute nella sentenza n. 242/2019 (cioè la sentenza c.d. Antoniani-Cappato) e nella sentenza n. 50/2022 (sulla inammissibilità del referendum sull’art. 579 c.p.) – che ribadiscono la centralità del diritto alla vita e la irrinunciabilità della sua tutela penale anche dinnanzi alla richiesta di morte del suo titolare. La tutela penale si arresta ove sussistano le condizioni, di cui al dispositivo della sentenza n. 242/2019, che fanno discendere la non punibilità della condotta di aiuto, quale ipotesi eccezionale[1]. Ne discende che una disciplina che dettasse norme, come recita l’art. 1 della P.D.L., su tempi e modalità per l’erogazione dei trattamenti di suicidio assistito assurgerebbe a disciplina sulla titolarità e sull’esercizio di diritti fondamentali, come tale, soggetta a competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, 2° comma, lett. l), Cost., ove si prevede, appunto, la competenza esclusiva dello Stato, tra le altre, in materia di ordinamento civile, cui appartengono senz’altro le norme che disciplinano gli atti di disposizione del corpo (tra cui la richiesta di suicidio assistito) che incidono su aspetti essenziali dell’integrità della persona. Una disciplina regionale in materia di suicidio assistito farebbe venire meno le condizioni di eguaglianza dei cittadini-pazienti su tutto il territorio nazionale in relazione al diritto alla cura e al rispetto della propria integrità fisica e psichica.

Al quesito sulla possibilità per la Regione di intervenire in materia di autodeterminazione terapeutica ha, in realtà, già risposto in senso negativo la stessa Corte costituzionale con la sentenza n. 438/2008, che ha censurato, dichiarandola incostituzionale una legge della Regione Piemonte, la legge regionale 6-11-2007, n. 21, il cui art. 3 dettava norme sulla prestazione del consenso informato (in tal caso dei genitori o dei tutori per l’uso di sostanze psicotrope sui bambini o adolescenti) e sulle relative modalità. 

In quella sentenza, la Corte costituzionale spiegava: la «circostanza che il consenso informato trovi il suo fondamento negli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute, in quanto, se è vero che ogni individuo ha il diritto di essere curato, egli ha, altresì, il diritto di ricevere le opportune informazioni in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico cui può essere sottoposto, nonché delle eventuali terapie alternative; informazioni che devono essere le più esaurienti possibili, proprio al fine di garantire la libera e consapevole scelta da parte del paziente e, quindi, la sua stessa libertà personale, conformemente all’art. 32, secondo comma, della Costituzione; discende da ciò che il consenso informato deve essere considerato un principio fondamentale in materia di tutela della salute, la cui conformazione è rimessa alla legislazione statale» (massima n. 33086 da www.cortecostituzionale.it). Pertanto, la legge della Regione Piemonte era dichiarata in contrasto, tra l’altro, con l’art. 117, 2° comma, lett. m), Cost. laddove si prevede la competenza esclusiva dello Stato per legiferare in materia di «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».

Se quanto detto è valso, nel 2008, rispetto alla disciplina del consenso informato in vista della somministrazione di una cura, a fortiori si deve ritenere che sia rimessa in via esclusiva alla legge statale la normazione avente ad oggetto condizioni, tempi e modalità dell’atto di rinuncia alla cura e di richiesta di suicidio assistito, che rappresentano l’espressione più tragica e radicale (e, quindi, l’ipotesi normativa più complessa) di autodeterminazione terapeutica.

In tempi più recenti, la Corte costituzionale ha affrontato la questione di compatibilità con l’art. 117, 2° comma, lett. l) Cost., di talune norme contenute nella legge della Regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia 13-3-2015, n. 4 [Istituzione del registro regionale per le libere dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario (DAT) e disposizioni per favorire la raccolta delle volontà di donazione degli organi e dei tessuti] nonché nella legge 10-7-2015, n. 16 recante integrazioni e modificazioni alla legge n. 4 cit. La Corte costituzionale ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 117, 2° comma, lett. l) Cost., affermando:

«Data la sua incidenza su aspetti essenziali della identità e integrità della persona, una normativa – necessariamente articolata – in tema di disposizioni di volontà relative ai trattamenti sanitari nella fase terminale della vita […] necessita di uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di eguaglianza, ratio ultima della riserva allo Stato della competenza legislativa esclusiva in materia di “ordinamento civile”. Ne consegue che, pur avendo il legislatore statale disciplinato finora solo la donazione di tessuti e organi (legge n. 91 del 1999), l’attuale mancanza di una normativa nazionale relativa alle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario non vale in alcun modo a giustificare l’interferenza della legislazione regionale».

La decisione del 2016, che ha escluso che la Regione abbia competenza per legiferare in materia di DAT, rappresenta un precedente particolarmente chiaro e sicuro per affermare che ad analoga conclusione si deve giungere anche rispetto alla odierna P.D.L. che ha ad oggetto modalità e tempi dell’erogazione del suicidio assistito. Se, infatti, per usare le parole della Corte, il tema delle disposizioni di volontà relative ai trattamenti sanitari nella fase terminale della vita ha incidenza su aspetti essenziali della identità e integrità della persona e, pertanto, rientra nella materia dell’ordinamento civile riservato in via esclusiva alla legge dello Stato, ciò è vero, a maggior ragione, rispetto alla richiesta del suicidio assistito. 

Alla luce di quanto si è detto, appare corretto affermare che, su di un piano strettamente tecnico, a prescindere da qualsiasi altra considerazione valoriale e, quindi politica, circa una scelta di apertura al suicidio assistito – scelta cui chi scrive non aderisce, ritenendo al contrario che la conservazione del principio di indisponibilità della vita sia premessa irrinunciabile per un ordinamento rispettoso della dignità personale – la disciplina sulle modalità e sui tempi dell’erogazione dei trattamenti di suicidio assistito non possa essere dettata da una legge regionale, per contrasto con l’art. 117, 2° comma, lett. l) e lett. m), Cost.

*   *   *

Ciò è ancora più vero se si considera che, diversamente da quanto da taluni sostenuto, la P.D.L. della Regione Liguria avrebbe portata innovativa rispetto alla sentenza n. 242 della Corte costituzionale e non detterebbe solo regole organizzative.

Lo si evince, senza possibilità di smentita, dall’art. 1, 2° comma, che qualifica la richiesta di suicidio assistito come diritto soggettivo individuale e inviolabile. Ben diversa la posizione della Corte costituzionale, la quale ha affermato che l’introduzione della causa di non punibilità nei termini di cui al dispositivo della sentenza n. 242/2019 non richiede l’introduzione dell’obiezione di coscienza, proprio perché il paziente che pur vuole accedere al suicidio assistito non è titolare di una pretesa esigibile dal medico, neppure ove sussistano le condizioni di non punibilità che la stessa decisione costituzionale individua. Pertanto, per la sentenza n. 242, il paziente non è titolare di un diritto soggettivo al suicidio assistito. Già solo per questo motivo, la P.D.L., se approvata, non sarebbe fonte di mere regole esecutive o organizzative del decisum della sentenza n. 242, posto che – può essere utile ripeterlo per maggior chiarezza – trasforma la richiesta di suicidio assistito da mera libertà del malato, cui il medico può decidere, senza alcun obbligo, di dar seguito (sussistendo i requisiti di non punibilità) in un diritto soggettivo, da cui discende, tra l’altro, un obbligo per il sanitario di eseguire la volontà del paziente.

È, dunque, evidente che, fermo restando quanto detto sopra, la P.D.L. operi tra diritto alla vita, dignità e autodeterminazione un bilanciamento nuovo e diverso rispetto a quello realizzato dalla sentenza n. 242, così ingenerando un effetto modificativo (rispetto alla decisione del giudice delle leggi) che investe materie – autodeterminazione, salute e vita – di competenza legislativa esclusiva statale. Né mancherebbero effetti sul piano penale, anch’esso riservato dalla legislazione esclusiva dello Stato (art. 117, comma 2, lett. l, Cost.)

A prescindere dalla sua natura innovatrice circa la qualificazione giuridica della pretesa del paziente all’aiuto al suicidio, la P.D.L. è, poi, gravemente incoerente perché se da un lato qualifica tale pretesa come diritto soggettivo, dall’altro nulla dice in materia di obiezione di coscienza. È pur vero che (neppure) questa materia può essere disciplinata dalla legge regionale; parimenti vero è, tuttavia, che introdurre da un lato un diritto soggettivo al suicidio assistito e dall’altro non prevedere l’obiezione di coscienza per il sanitario, genera una situazione di grave contraddizione tra diritti individuali, sintomo di incoerenza della proposta.

Ancora a proposito del carattere innovativo della P.D.L. (sempre rispetto alla sentenza n. 242) si osservi quanto prevede l’art. 4, comma 4: «la persona in possesso dei requisiti autorizzata ad accedere al suicidio medicalmente assistito può decidere in ogni momento di sospendere, posticipare o annullare l’erogazione del trattamento». Questa norma definisce il possibile contenuto della volontà del malato, il quale, dopo aver formulata la richiesta di suicidio assistito, può chiedere la sospensione o il posticipo o l’annullamento della procedura. Una siffatta norma è innovativa perché la sospensione o il posticipo della procedura di morte assistita sono ipotesi sconosciute nella sentenza n. 242[2].

Se l’osservazione da ultimo esposta riguarda una ipotesi specifica, cioè quella del rinvio della procedura, su di un piano più generale, il carattere innovativo della P.D.L. (sempre rispetto alle previsioni introdotte dalla Corte costituzionale) è confermato se si osserva come le norme di cui agli artt. 1 e 2, L. 219/2017 (in materia di consenso informato) siano richiamate, nella P.D.L., solo all’art. 3, comma 5. Qui si prevede che: «Le aziende sanitarie regionali, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017 n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), forniscono il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza medica per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato presso una struttura ospedaliera, l’hospice o, se richiesto, il proprio domicilio».

Il richiamo agli artt. 1 e 2 della legge sul consenso informato viene, dunque, fatto dalla P.D.L. solo per quanto riguarda la fase esecutiva della procedura di morte assistita. Ben diverso è, invece, il richiamo operato dalla sentenza n. 242, nel cui impianto il rispetto delle prescrizioni di cui agli artt. 1 e 2, L. 219/2017 riguarda non tanto e non solo la fase esecutiva della procedura, ma soprattutto la fase di formazione della volontà del paziente. Infatti, è in questa fase (e non tanto quella esecutiva) che hanno rilevanza prescrizioni (quali sono quelle cui ci si sta riferendo) che regolano:  

– la raccolta della volontà del malato (art. 1, comma 1);

– la promozione e la valorizzazione della relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico, con eventuale coinvolgimento dei familiari (art. 1, comma 2);

– il contenuto dell’atto del consenso informato (compreso il diritto di rifiutare l’informazione) (art. 1, comma 3);

– i modi di manifestazione del consenso informato (art. 1, comma 4);

– il diritto al rifiuto dell’accertamento diagnostico e della cura; diritto di revoca del consenso alla cura; diritto alla interruzione del trattamento (art. 1, comma 5);

– in caso di rifiuto: a) l’obbligo per il medico di “informazione rafforzata” sulle conseguenze del rifiuto; b) la promozione di possibile alternativa di cura e di ogni azione di sostegno al paziente (anche psicologica) (art. 1, comma 5); l’obbligo per il medico di astenersi/interrompere la cura e conseguente esenzione di sua responsabilità (art. 1, comma 6);

– il superamento della regola dell’autodeterminazione terapeutica per le situazioni di emergenza o di urgenza (art. 1, comma 7);

– l’obbligo per il medico di alleviare le sofferenze del paziente, anche nel caso di rifiuto del trattamento o di revoca del consenso del paziente (art. 2, comma 1);

– il diritto del malato alla terapia del dolore e all’erogazione delle cure palliative (art. 2, comma 1)

– il divieto per il medico di accanimento terapeutico (art. 2, comma 2);

– legittimità della sedazione profonda associata alla cura in caso di sofferenze refrattarie alla terapia, con consenso del paziente.

Presa contezza di ciò che gli artt. 1 e 2 prescrivono, ci si rende conto agevolmente che il richiamo a tali articoli nella fase esecutiva della procedura, così come fa l’art. 3, comma 5, P.D.L. svuota completamente di significato il rinvio che a quelle norme fa la Corte costituzionale nella sentenza n. 242, posto che, come è evidente e come già si è detto, i due articoli disciplinano principalmente atti che vengono in essere durante l’iter di formazione della volontà del paziente e non nella successiva fase (eventuale) di procedura di aiuto al suicidio.  

L’omesso rinvio nella P.D.L. alla disciplina della L. 219 nei termini in cui tale rinvio viene fatto dalla Corte costituzionale, implica taluni effetti su cui può essere utile soffermarsi:  

a) fare un rinvio agli artt. 1 e 2, L. 219 in termini diversi rispetto alla sentenza n. 242 comporta una innovazione sul piano normativo, posto che le condizioni procedurali di accesso al suicidio assistito non punibile verrebbero a mutare, perché il rispetto di tali norme sarebbe limitato alla fase esecutiva. Ancora una volta, quindi, è confermato che la P.D.L. non detta norme organizzative, ma introduce regole nuove rispetto alla sentenza n. 242;

b) intervenendo con efficacia novativa sulle condizioni procedurali di accesso al suicidio assistito non punibile, la Regione detterebbe una disciplina anche con ricadute penali, posto che il rispetto di tali condizioni dà luogo a una causa di non punibilità. Tale intervento è precluso dal principio di legalità (art. 25, comma 2, Cost.) che contiene il corollario della riserva di legge statale e dall’art. 117, comma 2, lett. l), Cost., che riserva alla legislazione esclusiva statale l’ordinamento penale;

c) sul piano politico, il fatto che la P.D.L. abbia richiamato gli artt. 1 e 2, L. 219/2017 solo in relazione alla fase esecutiva della procedura è indice del fatto che, nell’impianto della proposta, non si sono intese con chiarezza le ragioni per cui la Corte costituzionale intenda garantire la formazione della volontà del paziente secondo uno specifico iter, anche come esito della proposta a lui rivolta di coinvolgimento in un percorso di cure palliative. In particolare, limitando il richiamo agli artt. 1 e 2 alla sola fase esecutiva, da nessuna disposizione contenuta nella P.D.L. si evince il carattere vincolante della previa proposta di coinvolgimento del paziente nel percorso di cure palliative, ingenerando un insanabile contrasto con quanto invece ritenuto dal giudice delle leggi. Quest’ultimo, nella sentenza n. 242, chiarisce, invece: «Deve quindi, infine, essere sottolineata l’esigenza di adottare opportune cautele affinché “l’opzione della somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente non comporti il rischio di alcuna prematura rinuncia, da parte delle strutture sanitarie, a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere a cure palliative diverse dalla sedazione profonda continua, ove idonee a eliminare la sua sofferenza […] in accordo con l’impegno assunto dallo Stato con la citata legge n. 38 del 2010”. Il coinvolgimento in un percorso di cure palliative deve costituire, infatti, “un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente” (come già prefigurato dall’ordinanza n. 207 del 2018)»[3].

  • L’incertezza nella definizione di “trattamento di sostegno vitale” e preclusione di una definizione del requisito da parte della legge regionale

L’esigenza di uniformità di disciplina, quale garanzia di eguaglianza, è resa ancora più cogente dal fatto che il requisito del trattamento di sostegno vitale, quale requisito indicato dalla sentenza n. 242/2019, e nella P.D.L., all’art. 2, comma 1, lett. b), è oggi fatto oggetto di una lettura assai ondivaga dagli operatori del diritto.

La sentenza n. 242, peraltro richiamando l’ordinanza n. 207/2018, aveva individuato il trattamento di sostegno vitale nella ventilazione, nell’idratazione e nell’alimentazione artificiale (cfr. punto 2.3. del Considerato in diritto). Un noto quanto tragico caso della giurisprudenza di merito ne ha invece vistosamente ampliato i contorni, facendovi rientrare anche il trattamento, diverso da quello di sostegno per l’attività respiratoria, cardiocircolatoria o renale, in assenza del quale il malato andrebbe incontro alla morte (cfr. C. Ass. Massa, sent. 27 luglio 2020, dep. 2 settembre 2020; confermata da Corte di assise d’appello di Genova, 28 aprile 2021, dep. 20 maggio 2021, c.d. “caso Trentini”), specificamente ravvisando nella terapia farmacologica in atto e nelle operazioni di evacuazione intestinale la sussistenza del trattamento di sostegno vitale.

A breve, come noto, la Corte costituzionale dovrà esprimersi di nuovo sulla q.l.c. dell’art. 580 c.p., sollevata dal Tribunale di Firenze nello scorso gennaio, il quale ritiene che sia irragionevole, e pertanto violi, tra gli altri, l’art. 3 Cost., esigere, ai fini della non punibilità dell’aiuto al suicidio, l’attivazione previa di un trattamento di sostegno vitale.

Le incertezze applicative cui ora si è fatto solo cenno rispetto al significato da attribuire al requisito “trattamento di sostegno vitale” – requisito che, peraltro, ha immediati effetti in materia penale – evidenziano ancor di più come l’intervento di una legge regionale (e, pertanto, di più leggi regionali) sarebbe fonte di una parcellizzazione di disciplina, in grave contrasto con l’art. 117, comma 2, lett. l) Cost. Né, per far fronte a tale incertezza, la legge regionale potrebbe definire cosa sia il trattamento di sostegno vitale, appartenendo senz’altro tale definizione alla materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato.

  • Le cure palliative

Si deve osservare, infine, che P.D.L. non contiene un richiamo esplicito alle cure palliative, come pre-requisito all’accesso alla richiesta di suicidio assistito. Non si deve dimenticare che l’accesso alle cure palliative è definito dalla Organizzazione mondiale della sanità un diritto umano fondamentale, come anche si legge nel parere sulle cure palliative del Comitato nazionale di Bioetica del 14 dicembre 2023[4].

È pur vero che l’art. 3, comma 4, P.D.L. antepone all’intervento della Commissione in vista dell’avvio della procedura di suicidio assistito il «…. rifiuto delle cure con sedazione profonda continuativa e di ogni altra soluzione praticabile ai sensi della legge 22 dicembre 2017, n. 219...» e che, tra le soluzioni contemplate dalla L. n. 219, vi sono anche le cure palliative (art. 2, L. 219). Vero è anche che l’art. 3, comma 5, P.D.L. vincola al rispetto delle prescrizioni degli artt. 1 e 2, L. 219 nella fase esecutiva del suicidio assistito e che proprio l’art. 2, comma 1, L. 219 garantisce al paziente l’accesso alle cure palliative.

Tuttavia, si deve osservare che il concetto di «cure con sedazione profonda», effettivamente presente nella P.D.L. non corrisponde a quello di cure palliative, posto che palliazione e sedazione sono trattamenti diversi e la prima non comporta la perdita della coscienza.  Parimenti, la proposta di coinvolgimento nelle cure palliative, stando alle indicazioni della stessa sentenza n. 242, non deve porsi nel momento della esecuzione della procedura di suicidio assistito, come fa la P.D.L. richiamando gli artt. 1 e 2 L. 219 per quella fase, ma è condizione essenziale nella fase antecedente di scelta del malato.

Per tali motivi, la P.D.L. appare poco propensa a recepire l’impostazione della sentenza costituzionale del 2019 che rivolge, invece, grande attenzione al tema della palliazione, esprimendo per essa una netta preferenza rispetto al suicidio assistito. Si legge nella sentenza n. 242:

«Deve quindi, infine, essere sottolineata l’esigenza di adottare opportune cautele affinché “l’opzione della somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente non comporti il rischio di alcuna prematura rinuncia, da parte delle strutture sanitarie, a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere a cure palliative diverse dalla sedazione profonda continua, ove idonee a eliminare la sua sofferenza […] in accordo con l’impegno assunto dallo Stato con la citata legge n. 38 del 2010”. Il coinvolgimento in un percorso di cure palliative deve costituire, infatti, «un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente» (come già prefigurato dall’ordinanza n. 207 del 2018). Peraltro, nel parere del 18 luglio 2019 («Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito»), il Comitato nazionale per la bioetica, pur nella varietà delle posizioni espresse sulla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito, ha sottolineato, all’unanimità, che la necessaria offerta effettiva di cure palliative e di terapia del dolore – che oggi sconta “molti ostacoli e difficoltà, specie nella disomogeneità territoriale dell’offerta del SSN, e nella mancanza di una formazione specifica nell’ambito delle professioni sanitarie” – dovrebbe rappresentare, invece, “una priorità assoluta per le politiche della sanità”. Si cadrebbe, altrimenti, nel paradosso di non punire l’aiuto al suicidio senza avere prima assicurato l’effettività del diritto alle cure palliative».

Oltre all’insuperabile contrasto con l’art. 117 Cost. per le ragioni di competenza anzidette, la P.D.L. non valorizzando adeguatamente le cure palliative – certo neppure escludendole, perché esse rientrano tra i rimedi offerti dalla L. 219 – svela, a ben vedere, anche la propria inadeguatezza su di un piano politico, perché disattende il dovere costituzionale di solidarietà, elemento aggregante di una comunità umana. Ciò che il sistema sanitario italiano deve poter offrire al malato sofferente non è la richiesta di morte, neppure dopo la sentenza n. 242, ma la cura del dolore, insieme alla tutela della vita, a riprova del fatto che, per lo Stato italiano e per le sue Regioni, ogni vita umana è degna di essere vissuta e protetta.

La priorità anche politica non è, dunque, favorire l’accesso alla morte, ma curare la sofferenza. È questo ciò che i malati chiedono; è questo il bisogno cui la politica deve dare una risposta, anziché assecondare visioni ideologiche che osannano il presunto diritto dell’uomo di darsi la morte come atto estremo di dignità e di controllo sul proprio corpo e sulla propria vita.

Liberi, sì, ma per vivere soffrendo il meno possibile, non liberi per morire.

Grazie per l’attenzione,

Carmelo Leotta


[1] Per mera comodità si riporta il testo del dispositivo della sentenza n. 242/2019, con cui la Corte costituzionale «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) – ovvero, quanto ai fatti anteriori alla pubblicazione della presente sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, con modalità equivalenti nei sensi di cui in motivazione –, agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

[2] Peraltro, il fatto che si preveda una norma che consenta di posticipare il trattamento di morte, senza avviare ex novo l’intervento della Commissione e/o del Comitato etico, è indice che il requisito dell’attualità della volontà non è apparso così rilevante al legislatore proponente (il che desta non poche preoccupazioni). Al contrario, in caso di richiesta di posticipo, sarebbe proprio il principio dell’autodeterminazione individuale ad esigere l’avvio di una nuova procedura di verifica sulla sussistenza attuale dei requisiti, ai sensi dell’art. 2, comma 2.

[3] Cfr. Corte cost., sentenza n. 242 del 2019, cit., punto 2.4 del Considerato in diritto. L’accesso alla terapia del dolore deve costituire un pre-requisito indispensabile per una scelta sul fine vita anche per S. Canestrari, I tormenti del corpo e le ferite dell’anima: la richiesta di assistenza a morire e l’aiuto al suicidio, in F.S. Marini-C. Cupelli (a cura di), Il caso Cappato, riflessioni a margine dell’ordinanza della Corte costituzionale n. 207 del 2018, Napoli, 2019, 60, il quale, in commento all’ord. n. 207 del 2018 della Corte costituzionale, scrive: «[…] per garantire un’autentica libertà di scelta nelle decisioni di fine vita, occorre sempre fornire ai pazienti la possibilità di una adeguata assistenza sanitaria e in particolare tutte le cure palliative applicabili…».

[4] Cfr. https://bioetica.governo.it/it/documenti/pareri/cure-palliative/#:~:text=Nella%20sezione%20iniziale%20del%20Parere,misurano%20con%20patologie%20cronico%2Devolutive

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