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Ricorre oggi la memoria liturgica del Beato Rosario Angelo Livatino. Si tratta, dunque, di un giorno di grande festa per il nostro Centro Studi, a Lui dedicato, e più in generale per la Chiesa terrena pellegrinante verso quella celeste.

Sul sito si possono trovare tanti scritti che ricordano Livatino, a partire da questa pagina https://www.centrostudilivatino.it/rosario-livatino/. A essi oggi affianchiamo l’intervento del dott. Giovanni Di Leo, Procuratore della Repubblica di Agrigento, dal quale traspare l’ammirazione per il Suo collega e la grande sofferenza arrecata dalla barbara uccisione di Livatino. Il dott. Di Leo ha partecipato al Convegno in memoria del beato Livatino, intitolato L’eredità morale e giuridica di Rosario Livatino, svoltosi il 21 ottobre scorso ad Agrigento  (https://www.centrostudilivatino.it/event/leredita-morale-e-giuridica-di-rosario-livatino/).


Il 29 ottobre è la ricorrenza del Beato Rosario Livatino, martire della giustizia, beatificato dalla Chiesa cattolica romana.

Io non so se Rosario fosse un Santo, o semplicemente un uomo, nel senso più nobile che si può attribuire a tale sostantivo. Non spetta a me dirlo né mi pongo il problema più di tanto.

Per me, quando l’ho conosciuto era soltanto un collega più anziano, mite, colto, generoso del suo sapere, di una innata disponibilità verso gli altri.

Non spetta a me dire se Lui era credente come manifestava, se il modo in cui si porgeva al prossimo era il portato della sua educazione, della sua Fede, o di una naturale cortesia e bontà d’animo. Era semplicemente così.

Ho fatto soltanto poche udienze con Lui, due o forse tre, ma come giudice che ne ha preso il posto nel collegio,  in quegli anni in un Tribunale di Agrigento sotto shock e dimezzato negli organici, ne ho un ricordo nitido, chiaro, immerso in un immenso rammarico per non avere potuto, in un certo senso, rubargli il mestiere, imparare da Lui. Questo casuale privilegio mi è stato tolto dai suoi assassini. Come è stato tolto ai suoi colleghi di quel tempo, che sembra oramai lontanissimo, ma che in realtà non lo è per chi lo ha conosciuto.

Ho imparato un pochino dai suoi atti,  che ho dovuto studiare nei processi che trattavamo. Ho percepito il modo in cui lavorava dalle sue istruttorie sommarie, codice vecchio rito, che Lui aveva condotto fino a pochi mesi prima del mio arrivo ad Agrigento. Ne traspariva il profondo senso di umanità con cui si poneva verso chiunque si sedesse nella poltrona davanti la Sua scrivania, e nello stesso senso il rigore morale e giuridico del Suo agire da magistrato. Mai sopra le righe, ma mai accondiscente.

Si poteva definirlo un integralista razionale del diritto e del primato della Legge, applicando la quale, certamente, si rifaceva agli insegnamenti ricevuti ed a ciò in cui credeva, ma rispettandone lo spirito e la lettera, senza tentennamenti.

Sono passati trentatré anni da quella telefonata che mi diceva di andare ad Agrigento, che avevano sparato a Rosario, da quella corsa verso il burrone sulla Agrigento Caltanissetta dove aveva cercato scampo. Ricordo la camera mortuaria del cimitero dove il corpo di Rosario venne portato. Lo ricordo con un viso sereno ed un cerotto sulla fronte a coprire il segno dell’odio efferato, sul tavolo di marmo. Ricordo commenti improvvidi di alti rappresentanti dello Stato.  

Nella dottrina cattolica uno dei cardini della Fede, che il Vangelo insegna e proclama è l’invito agli uomini a pentirsi, e perdonare chi ci fa un torto, chi ci dà uno schiaffo, a rimettere i debiti altrui nella speranza di avere rimessi i nostri. Scusate se io non riesco a perdonare chi ha tolto la vita ad un uomo per bene.

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