Il 18 gennaio 2025 nella Sua casa di Roma, tra i Suoi affetti – l’amata Raffaella, i figli Vincenzo e Roberto – e le Sue carte, ha fatto ritorno alla casa del Padre Riccardo Chieppa. Nato a Roma il 24 maggio del 1926, è stato un grande, fine e generoso giurista. Entrò in magistratura ordinaria giovanissimo, seguendo le orme dell’amato padre Vincenzo. Quest’ultimo, insigne magistrato, fra i tanti meriti, fu anche tra i fondatori dei Giuristi cattolici nel 1948, ai quali il figlio Riccardo aderì giovanissimo e diede sempre un impulso fondamentale.

Riccardo Chieppa ha preso servizio nel Consiglio di Stato nel 1958; dal 1990 ha ricoperto l’incarico di Presidente del Tar del Trentino Alto Adige fino al 1993, quando poi diventò Presidente della terza sezione del Consiglio di Stato fino all’elezione a giudice costituzionale nel 1994. È stato eletto Presidente della Consulta il 5 dicembre del 2002.

Al momento dell’elezione a Presidente della Corte costituzionale Egli ha indirizzato un pensiero riconoscente e commosso ai “grandi educatori di vita, di studio, di lavoro”, e cioè “soprattutto” il “padre” e i “due grandi Maestri Carlo Esposito e Costantino Mortati alla cui guida” – così si espresse – “ho avuto una ineguagliabile esperienza per molteplici anni nell’Università e nella rivista Giurisprudenza costituzionale”.

Apparteneva a una generazione che, come Egli stesso disse nel ricordo dell’amico quasi coetaneo (solo un anno di differenza) Leopoldo Elia, il 13 febbraio 2009, a Palazzo della Consulta, “aveva visto e patito le sofferenze della guerra, le limitazioni alle libertà e soprattutto la distruzione di buona parte delle attività produttive e delle comunicazioni, insieme al degrado morale e materiale generale. Questa è stata una generazione impegnata a superare, il più veloce possibile, il periodo della formazione e dell’istruzione, compresa quella universitaria, per poter iniziare il cammino dell’attività di lavoro, che avrebbe caratterizzato la vita di ciascuno, consapevole di un necessario concorso di tutti nella ripresa, non solo economica, ma anche della cultura e della riorganizzazione politica e sociale del Paese”.

E questo, unitamente ad una fede adamantina, mai ostentata, eppure palese, è stato lo spirito che ha mosso il Presidente Chieppa nella intensa attività di studioso e di operatore della giustizia, unitamente ad una grande umiltà, generosità, sempre pronto a consigliare con garbo e fermezza la strada migliore per risolvere molteplici questioni giuridiche assai complesse. Meravigliava anche la modernità del Presidente nell’utilizzo degli strumenti di comunicazione, frutto forse di quella sofferenza patita negli anni della guerra e, al tempo stesso, della comprensione dell’utilità di tali strumenti per la conoscenza e anche, però, dei pericoli insiti in un loro cattivo uso.

È stato presente in tante molteplici battaglie per la difesa dei principi “etici ed insieme culturali e sociali”, alcune promosse anche dal Centro Studi Livatino, sul diritto alla vita,  sul fine vita, sulla procreazione assistita, sull’esposizione del Crocefisso, sulla famiglia, sull’educazione e sulla formazione dei giovani, con testimonianze ferme, scientificamente rigorose, avendo sempre davanti a sé il bene comune, la solidarietà, la giustizia, per “non scardinare le basi essenziali di una società civile”, con uno sguardo fisso alla “persona umana”, quella “persona umana” (termine che ricorre spesso nei Suoi lavori) che sta “dinanzi al giudice che emette una decisione”.

All’apertura dell’udienza pubblica della Corte costituzionale del 25 marzo 2003  il Presidente Chieppa fece, a titolo personale, una coraggiosa dichiarazione  di grande spessore e sicuramente assai ponderata e per lui doverosa: “Permettetemi una considerazione, come più anziano di età nel Collegio e quasi sicuramente il più vecchio tra i presenti, di ricordare, come appartenente ad una generazione che ha visto, nel secolo scorso dopo le ferite della prima guerra mondiale non ancora – negli anni venti – rimarginate, ben tre guerre negli anni 1930 e ’40, spettatore immediato di bombardamenti, di distruzioni, di morte, di famiglie disperate nella incertezza della sorte dei propri cari e poi della loro immatura scomparsa. La guerra è una violenza che non può servire da sola a risolvere conflitti; violenza chiama violenza e terrore, ha sempre provocato e scatenato tanti orrori, deportazioni, stermini anche quelli razziali, che sono altrettanti delitti contro l’uomo e l’umanità intera”. Nell’occasione ricordò con gratitudine le centinaia di migliaia di morti militari, gli innocenti civili vittime della guerra, degli inqualificabili odi razziali, e tutti coloro che sono caduti sotto i bombardamenti, unitamente alle vittime del terrorismo e delle dittature recenti e meno recenti (tutte con le stesse radici di disprezzo della “persona umana”): “tutti, militari e civili, di ogni nazione, religione, ceto … hanno lasciato un messaggio di anelito alla pace, di fratellanza, di rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo e di conciliazione, raccolto dai governanti nell’immediato dopoguerra con la creazione di un ordinamento internazionale tra le nazioni.. Un augurio che il conflitto armato e le sofferenze finiscano presto”. Seguirà la lettura dell’art. 52 Cost., primo comma, e dell’art. 11 Cost., e la richiesta di un minuto di silenzio e di meditazione sul grave conflitto in Iraq che – come sottolineò il Presidente – “mette in pericolo la pace e la convivenza dei popoli: ‘La difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino’. Noi siamo anche cittadini europei!”.

Maria Pia Baccari Vari

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