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Nell’incalzante tessitura narrativa di “Delitto e Castigo” di Fëdor Dostoevskij, si dipana un intricato mosaico di temi filosofici che eleva il romanzo a una profonda esplorazione dell’animo umano e delle sue oscure sfaccettature. Ambientato nell’oscura San Pietroburgo dell’Ottocento, questo capolavoro letterario si snoda attraverso i labirinti dell’etica, della morale e della psicologia, gettando una luce penetrante sui recessi più remoti dell’esistenza umana. Il protagonista, Rodion Romanovič Raskol’nikov, incarna la conflittualità di un individuo immerso nel dilemma tra giustizia e crimine, tra il desiderio di affrancarsi da una società corrotta e il peso delle conseguenze morali. Attraverso la sua tormentata psiche, Dostoevskij traccia una riflessione profonda sul concetto di bene e male, sondando le oscure profondità dell’animo umano in un contesto di sofferenza e degrado sociale. L’opera si erge anche come un manifesto esistenziale, offrendo al lettore uno spaccato sulla condizione umana e sulla ricerca di senso nella vita. La presenza costante della polizia, la giustizia come entità impersonale e l’ombra della colpa permeano il tessuto della trama, suscitando interrogativi filosofici sulla natura umana, la libertà individuale e il prezzo da pagare per la redenzione. In questo affresco letterario, Dostoevskij esplora il conflitto tra ragione e passione, tra la logica fredda e calcolatrice di Raskol’nikov e la fervida umanità dei personaggi che popolano il suo mondo. Attraverso il lento disvelarsi dei misteri e delle motivazioni dei protagonisti, il romanzo si trasforma in una complessa riflessione sulla morale, la fede, e la possibilità di redenzione nell’abisso dell’animo umano.”Delitto e Castigo” si configura così come un’opera immortale che, con maestria, pone le basi per un dibattito filosofico senza tempo, guidando il lettore attraverso le intricate vicende della mente umana e offrendo spunti di riflessione profonda sulla condizione umana, la morale e il significato della vita.

Il capolavoro “Delitto e castigo” si configura come un romanzo di portata “universale”, capace di esplorare con profondità i turbamenti dell’animo umano. La trama di questo affascinante racconto si svolge in una imponente e, al contempo, opprimente Pietroburgo, dove vive un giovane studente di legge, Raskol’nikov, afflitto dalla povertà e dai debiti che gravano su di lui a causa di un’usuraia senza scrupoli. Raskol’nikov non può sopportare il fatto che la vita sua e di altri studenti sia rovinata da un individuo avido e spregevole come l’usuraia.

Sopraffatto dalle circostanze avverse e affranto dalla notizia di dover accettare un matrimonio di convenienza tra sua sorella e Lužin, un ricco uomo d’affari che lei non ama, Raskol’nikov prende la decisione di compiere un atto terribile: assassinare l’usuraia e privarla delle sue, seppur modeste, ricchezze.Inizio modulo

Il misfatto si è dipanato con scrupolosa progettazione, ma un’imprevista alterazione della situazione si è manifestata. In pochi istanti dall’estinguersi della vita dell’anziana Ivanovna, emerge inaspettatamente la giovane consanguinea, Lizaveta.

Colpito da improvviso sgomento, Rodion opta per perpetrare anche l’omicidio di quest’ultima mediante l’utilizzo di un’accetta. La concezione che lo guida verso l’atto conclusivo ha gradualmente germinato nella sua mente per un prolungato periodo, sino a cristallizzarsi in una forma definita: non tutti gli individui meritano di coesistere in egual misura, esistono esseri più nocivi che utili all’ordine sociale, la cui presenza in questo mondo comporta una degenerazione del tutto; pertanto, è lecito eradicarli per il bene dell’intera umanità.

Il divario incolmabile tra l’ingiustizia e l’impossibilità di intervenire efficacemente contro di essa costituisce un affronto insopportabile. L’incapacità di mitigare l’ingiustizia attraverso un approccio pratico costringe Raskol’nikov a contemplare un’idea di portata magistrale.

Considerando l’impossibilità di modificare le condizioni reali del mondo, perpetuamente e intrinsecamente ingiusto nonostante il disgusto e gli strenui sforzi, Raskol’nikov si vede obbligato a rivedere radicalmente le proprie concezioni. A quale nuova filosofia deve egli attenersi? Il giustizialismo emerge come la conseguenza logica dell’ineradicabile impossibilità di accettare l’assenza di una giustizia universale: se, in altre parole, la giustizia non può essere resa equa per tutti, si impone almeno la necessità di garantirla per i “migliori”.

Il giustizialismo trasforma Raskol’nikov in giudice e boia, conferendogli il potere di decidere chi merita la vita e chi invece ne è indegno. La giustizia, pertanto, cessa di essere un concetto universale di riferimento e diventa un obiettivo da perseguire a ogni costo, afflitta da una falla che la rende intrinsecamente contraddittoria: o è universale e valida per tutti, o non è giusta. La giustizia si configura come un’idea inattuabile, ma è proprio grazie alla sua natura ideale, estranea alla realtà, che essa svolge il ruolo di faro orientativo. Questo peso diventa insopportabile per Raskol’nikov.

Egli decide che, pur di acquistare concretezza, la giustizia può rinunciare alla perfezione. Chi sarebbero stati Solone, Maometto o Napoleone se fra di loro e la storia si fosse interposta solo una vecchia usuraia? Una vecchia avara, dedita all’usura fine a sé stessa e priva di finalità positive, deve essere eliminata. Non si tratta solo della banalità del male; prima ancora, emerge la banalità del bene, la quale impedisce a Raskol’nikov di accettare che la giustizia non può essere sempre realizzabile, bensì trova la sua essenza soprattutto nella sua idealità.

La giustizia deve essere idealizzata affinché possa successivamente divenire tangibile, ma non solo: deve dimostrarsi tale al punto da risultare irrealizzabile in maniera costante. Raskol’nikov si abbandonerà dunque alla convinzione della giustizia intrinseca al delitto. Tuttavia, il delitto condurrà al paradosso: l’intenzione di agire giustamente non è sufficiente per conseguire effettivamente tale scopo, poiché l’intenzionalità del protagonista contrasta con la sua stessa volontà di giustizia. Per essere veramente giusti, occorre innanzitutto riconoscere – come un precetto sacro – la libertà altrui.

Il progetto del giovane Rodion si manifesta inizialmente come un successo impeccabile, ma subisce un’interruzione a causa di una peculiare “febbricità cerebrale” che lo relega a letto, provato da episodi di svenimenti e deviazioni nella mente.

Tali avvenimenti inducono il protagonista in uno stato di isolamento, originato dal dilaniante peso della colpa, culminando infine nel suo autoconsegnarsi alla giustizia.

Il suo atto illecito si configura come una sorta di “esperimento”; un tentativo che fallisce nel momento in cui, appena perpetrato l’omicidio, si ritrova travolto da un senso di colpa immobilizzante.

L’angoscia cresce dentro di lui sino a trasformarsi in disperazione, e più egli cerca di giustificare a sé stesso il proprio comportamento, più è pervaso da un malessere devastante.

Il peso opprimente della colpa lo spinge a vivere in completa solitudine, allontanandosi dalla madre e dalla sorella giunte a Pietroburgo per raggiungerlo, così come dagli amici, sconvolti dalla sua condotta.

Perfino la città sembra metamorfosarsi, riflettendo la sua angoscia: ogni elemento perde la sua oggettività per assumere la forma della sua ossessione.

La condizione di Raskol’nikov si è notevolmente aggravata, in aggiunta, a causa del fatto che le indagini della polizia si stanno sempre più concentrando sulle sue tracce. Ilgiudice istruttore incaricato del caso, Porfirij Petrovi, è fermamente convinto della sua colpevolezza e cerca, con raffinata maestria, di esasperarlo durante gli interrogatori, con l’intento di spingerlo a confessare.

Sopraffatto dall’enormità dell’atto perpetrato, il protagonista decide infine di confidarsi con Sonja, la figlia di Marmeladov, coartata dalla matrigna a prostituirsi al fine di guadagnare qualche moneta, e di cui egli si innamora in maniera profonda.

La confessione di Raskol’nikov è permeata da una profondità e completezza straordinarie: ammette di non aver commesso l’omicidio per avidità o per ambizioni di beneficenza nei confronti dell’umanità, ma piuttosto per saggiare il proprio coraggio, per scoprire se egli fosse “un pidocchio, come tutti, o un uomo”.

Attraverso la figura di Sonja e la lettura, da parte sua, di un passo evangelico riguardante la resurrezione di Lazzaro, Raskol’nikov si apre alla possibilità della redenzione.

La via della croce, che porta alla completa ammissione di colpa e all’umile accettazione di una legge condivisa da tutti gli esseri umani, emerge chiaramente. Il suo pentimento, sebbene non ancora completo, lo induce a scegliere di scontare la pena per il suo crimine e di abbracciare una nuova prospettiva di vita: l’accettazione della croce offertagli da Sonja e il gesto di prostrarsi a baciare la terra, dopo il colloquio con lei, divengono simboli tangibili di questa trasformazione.

Il romanzo si conclude con un incubo vissuto da Raskol’nikov, ormai condannato ai lavori forzati in Siberia: in tale sogno, egli immagina una sorta di apocalisse mostruosa, dove l’umanità è flagellata da una terribile pestilenza che trasforma gli individui in creature arroganti e presuntuose.

Delitto e castigo si erge di fronte a imponenti tematiche etiche, con al centro la suprema considerazione dell’essenza umana in quanto entità intrinseca, indipendentemente dalla sua utilità o nocività all’interno della collettività.

Situandosi al di là del bene assoluto incarnato da Dio, l’uomo non può conferire a sé stesso una valenza suprema: l’archetipo umano e la concezione divina sono, pertanto, indissolubilmente intrecciati, e l’utopia di una personalità fine a sé stessa risulta essere un’assurdità.

Qualsiasi aspetto in grado di appropriarsi di una significatività assoluta lo consegue unicamente presupponendo l’esistenza di Dio; così come l’uomo, anche l’imperativo morale, per il solo fatto di esistere, richiede il riconoscimento del divino. In questo modo, Dostoevskij si avvicina notevolmente alle prospettive di Kant, il quale sottolinea la divinità come fondamento supremo della moralità. Nella coscienza etica dell’individuo, si specchia un bagliore di trascendenza, conferendogli un valore infinito.

Tuttavia, non tutti gli esseri umani condividono in eguale misura una coscienza morale e si manifesta qui una nuova intricata questione: come conciliare la grandezza infinita dell’uomo e la sostanziale uguaglianza che ne deriva con le differenze oggettive, dal punto di vista etico, tra gli individui? Questa complessità è pienamente incarnata da Raskol’nikov.

Da una prospettiva utilitaristica, la sua prospettiva etica si presenta inoppugnabile: qualora la moralità o immoralità di un comportamento sia determinata esclusivamente dall’utilità o dal danno che ne può derivare, si può argomentare che una straordinaria scoperta scientifica, capace di preservare la vita di milioni di individui, giustifichi, se necessario, il sacrificio di qualche singolo individuo. È stata proprio questa logica a condurre alla rovina di Raskol’nikov.

L’errore da lui commesso risiede nel tentativo di giustificare logicamente ciò che, per sua stessa natura, non tollera una razionalizzazione. Egli aspirava a una dimostrazione logica della morale, ignorando che la legge morale non è soggetta a dimostrazione, essendo, in termini kantiani, un principio a priori che trae legittimazione non dall’esterno, ma dall’interno di ogni individuo.

Non esiste altra motivazione che possa imporre all’uomo il rispetto per la vita di ogni altra creatura, se non un “devi perché devi”, basato sul principio infinito della divinità e privo di un fondamento logico. La legge morale sfugge all’indagine razionale, così come sfugge tutto ciò che esiste per propria natura, indipendentemente dalla nostra volontà.

La nostra coscienza morale afferma inequivocabilmente la sacralità della vita, configurandosi come la legge morale per eccellenza. Indipendentemente dall’origine di quest’ultima, essa possiede una realtà tanto concreta quanto le leggi della natura.

Il protagonista di “Delitto e castigo” si sforza di negarla, ma in tal tentativo precipita; allo stesso modo, chiunque violi questa legge è destinato a soccombere.

La reale possibilità di riscatto si manifesta a Raskol’nikov alla conclusione del romanzo, quando, dopo numerosi anni di lavori forzati e con il sostegno di Sonja, avviene in lui una trasformazione: egli riconosce la sua colpa e rinascendo, abbraccia una nuova vita.

Daniele Onori

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