Nel dibattito contemporaneo sull’acquisizione della cittadinanza, lo ius sanguinis – ovvero il principio secondo cui è cittadino chi nasce da cittadini – viene spesso trattato come un retaggio antiquato da superare in nome dell’integrazione e dell’inclusività. Si contrappongono a esso lo ius soli, che riconosce la cittadinanza per nascita sul territorio nazionale, e lo ius scholae, che la concede a chi ha frequentato per un certo periodo le scuole italiane. Ma siamo davvero certi che estendere la cittadinanza in modo automatico, quasi meccanico, sia un atto di giustizia? O non rischiamo piuttosto di svilirne il significato profondo?

Concedere la cittadinanza non è come rilasciare un permesso di soggiorno. Essa rappresenta l’ingresso in una comunità politica e culturale, fondata su una storia, una lingua, una memoria collettiva e un sistema di valori. Come ricordava Giambattista Vico, i popoli si fanno prima con la religione, poi con la lingua, poi con le leggi: non si diventa italiani semplicemente vivendo in Italia o studiando per qualche anno, ma interiorizzando un’appartenenza più profonda, che lo ius sanguinis tutela con maggiore coerenza.

Nel momento in cui la cittadinanza viene distribuita senza legame con l’identità storica e culturale di un popolo, essa perde valore. Come scriveva Simone Weil, “l’appartenenza a una tradizione è una radice dell’anima[1]: recidere queste radici significa produrre individui sradicati, incapaci di sentire un’appartenenza autentica. Lo ius soli e lo ius scholae, per quanto animati da buone intenzioni, rischiano di ridurre la cittadinanza a un fatto meramente burocratico, senza legame con la cultura e la tradizione nazionale.

Lo ius sanguinis non è solo una forma di selezione “biologica”, come alcuni superficialmente affermano. È, piuttosto, un criterio basato sulla trasmissione della cultura e della responsabilità intergenerazionale. Edmund Burke, filosofo del conservatorismo moderno, parlava della società come di “un contratto tra i vivi, i morti e i non ancora nati[2]: la cittadinanza ereditaria si inserisce in questa visione, valorizzando la continuità e la fedeltà a una storia comune.

Difendere lo ius sanguinis non significa negare il valore delle persone che arrivano da altri Paesi. Significa però affermare che l’ingresso nella comunità nazionale dev’essere un processo consapevole, non un automatismo. La cittadinanza è un atto di riconoscimento reciproco: lo Stato riconosce un nuovo cittadino, ma il cittadino riconosce e abbraccia lo Stato, la sua storia, le sue radici. Concederla a chiunque senza questo passaggio rischia di svuotare il senso stesso dell’identità nazionale.

La storia ci insegna che il valore della cittadinanza non può essere svilito senza gravi conseguenze. Quando si rompe il legame tra cittadinanza e identità, si apre la strada a fenomeni di frammentazione sociale, perdita del senso di appartenenza e, nei casi più estremi, persino al collasso dello Stato.

Nel declino dell’Impero Romano, ad esempio, l’estensione indiscriminata della cittadinanza a intere popolazioni sottomesse – culminata con l’Editto di Caracalla del 212 d.C. – se da un lato serviva esigenze fiscali e militari, dall’altro contribuì a dissolvere l’unità culturale e politica dell’Impero. L’idea di essere “romani” perse significato, e con essa si indebolì la coesione necessaria per far fronte alle crisi interne ed esterne.

Più recentemente, la Francia post-coloniale ha sperimentato la concessione automatica della cittadinanza a milioni di figli di immigrati, senza un reale percorso di integrazione. Il risultato, spesso, non è stato l’inclusione, ma la nascita di enclavi etniche e culturali prive di legame con la nazione francese, in cui si sono alimentate tensioni, radicalismi e rifiuto dei valori repubblicani.

Come osservava José Ortega y Gasset in “La ribellione delle masse”, la nazione non è la somma degli individui, ma la coscienza di un destino comune. Se perdiamo quella coscienza, se riduciamo la cittadinanza a una semplice formalità anagrafica, creiamo cittadini senza patria, individui presenti nel territorio ma assenti dalla comunità.

La cittadinanza è un patto implicito di fedeltà reciproca tra Stato e cittadino. Svuotarla di significato significa spezzare quel patto. E una comunità senza fedeltà condivisa è destinata al conflitto e alla disgregazione.

Difendere un criterio di cittadinanza che valorizza l’appartenenza – come lo ius sanguinis – significa difendere anche il sentimento di unità nazionale, che è la base di una società forte, solidale e capace di guardare al futuro. Il patriottismo, spesso frainteso o banalizzato, è in realtà una delle più nobili espressioni dell’animo umano: l’amore per la propria terra, per la propria storia, per le proprie radici.

Quando una comunità si riconosce in simboli comuni, in un passato condiviso e in valori tramandati, sviluppa coesione sociale, senso del dovere e spirito di solidarietà. Il cittadino non è più solo un individuo che reclama diritti, ma anche un soggetto attivo che partecipa alla vita della Nazione, contribuendo con responsabilità.

Jean-Jacques Rousseau parlava della “volontà generale” come fondamento del contratto sociale: ma questa volontà non nasce dall’aggregazione meccanica di individui, bensì da un’identità collettiva. Solo quando ci sentiamo parte di una comunità possiamo veramente volerla, difenderla e migliorarla.

Il patriottismo, in questo senso, non esclude, ma include in profondità: chi entra nella Nazione non per caso ma per vocazione, per eredità o per scelta consapevole, trova in essa un luogo dove l’identità non è smarrita, ma riconosciuta e valorizzata.

In tempi di crisi globale, frammentazione culturale e insicurezza diffusa, recuperare l’orgoglio della propria appartenenza significa dotare la cittadinanza di un valore etico, culturale e civico. Solo così si può costruire una società realmente giusta, che non si limita ad accogliere, ma insegna anche ad appartenere. Difendere la cittadinanza come atto profondo di appartenenza non significa erigere muri. L’Italia, per storia e vocazione, è una terra aperta, che ha accolto e valorizzato molte culture. Ma integrare non vuol dire annullarsi. Accogliere significa offrire una casa, non svuotarla dei suoi arredi.

Una vera integrazione si fonda sul rispetto reciproco: da un lato, lo Stato apre le porte a chi condivide i suoi valori; dall’altro, chi entra accetta e riconosce l’identità della Nazione che lo accoglie. Come insegnava Roger Scruton, l’identità nazionale non è un’esclusione, ma una condizione per la convivenza. Senza un’identità riconoscibile, infatti, non c’è integrazione ma assimilazione forzata o confusione.

Dunque, essere favorevoli allo ius sanguinis non significa rifiutare l’inclusione, ma chiedere che essa avvenga con consapevolezza, gradualità e rispetto. Perché una cittadinanza che non chiede nulla, non insegna nulla. E una cittadinanza che non insegna nulla, non forma cittadini: forma ospiti permanenti.

Perché una Nazione che regala la cittadinanza senza chiedere appartenenza è una Nazione che ha smesso di credere in sé stessa. Chi non crede in sé stesso, non crede nel proprio valore. Senza valori, senza un credo forte, nessun popolo può prosperare.

Avv. Giacomo Idolo Piscitelli


[1] Simone Weil, Lenracinement (La prima radice), Gallimard, 1949. Trad. it. SE, Milano, 1990

[2] Edmund Burke, Reflections on the Revolution in France, 1790. Trad. it. Laterza, Bari, 2003

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