Riflessioni suscitate dal suono scomodo di campane sanremesi.
L’urlo della Verità tra le museruole dell’ipocrisia
C’è un silenzio che grida più forte di mille parole.
È il silenzio a cui da troppo tempo abbiamo abituato la nostra coscienza, mentre attorno a noi il mondo si riempiva di slogan, proclami, accuse, processi mediatici.
Oggi più che mai, è diventato un delitto parlare.
Eppure, il vero scandalo non è ciò che si dice, ma ciò che si tace.
Quando la preghiera fa paura
Viviamo in un tempo in cui anche le iniziative più pacifiche, come la preghiera silenziosa, vengono guardate con sospetto.
Non per ciò che fanno, ma per ciò che rappresentano.
Pregare innanzi a un ospedale, a favore della vita, viene considerato un atto “provocatorio”.
Non perché si alzi la voce, ma perché si tace troppo forte.
Turba. Smuove. Interpella.
E infatti, queste presenze silenziose, non armate di odio ma di rosari, vengono trattate con freddezza o apertamente osteggiate, perché disturbano le coscienze.
Ricordano che la vita vale, anche quando è piccola, nascosta, fragile.
Ricordano che esiste un’altra strada, che ogni scelta ha un peso e che ogni cuore ha una voce.
E questo, oggi, è inaccettabile.
È paradossale, davvero, che chi difende la vita – dal concepimento fino alla morte naturale – venga accusato di cattiveria.
Anche solo se prova a suonare un campana.
Viviamo un’epoca in cui la cultura della morte è diventata mainstream e ogni capriccio si erge a diritto, ogni desiderio diventa pretesa, ogni verità viene demolita in nome del relativismo.
Il volto dell’ipocrisia moderna
Viviamo in un mondo che ha imparato a rovesciare i ruoli: chi costruisce la pace viene chiamato guerrafondaio, e chi incendia le città si proclama pacifista.
Si scende in piazza con bandiere della “pace” e si lanciano bastoni, si urlano parole di giustizia e si distruggono le auto di chi lavora.
È la società dell’ipocrisia, dove il bene viene deriso e il male travestito da virtù.
Una pace vera, quella che nasce dal dialogo e dal coraggio, viene ridicolizzata da chi confonde l’odio con l’impegno.
I nuovi “pacifisti” hanno trasformato le strade in teatri di violenza.
Pacifisti a comando, che manifestano contro Israele, ma si dimenticano dell’Iran.
È la menzogna che si fa morale, l’intolleranza che si veste di umanità.
Lo stesso mondo in cui, mentre si innalza il vessillo della “pace”, si devastano vetrine, si incendiano auto, si imbrattano chiese e si lanciano slogan pieni di odio contro tutto e contro tutti.
Si sventolano bandiere della “pace”, ma si scagliano pietre, e mentre le bandiere rimangono al vento, le pietre si sporcano di sangue.
È l’ennesimo travestimento ideologico: il volto della guerra che si finge pacifismo, l’odio che si maschera da giustizia.
La verità è che oggi si può dire tutto… tranne ciò che è vero.
Perché la verità svela, smaschera, mette a nudo l’ipocrisia di un mondo che si indigna a senso unico.
Le due visioni del mondo
Ci sono oggi due visioni che si contendono l’anima del nostro tempo.
Una crede nel dovere, nella disciplina, nel coraggio, nel sacrificio; vede nella libertà una responsabilità e nella giustizia un ordine da custodire.
L’altra, invece, vive di pretesa e di rabbia: trasforma il capriccio in diritto, l’invidia in giustizia, la debolezza in orgoglio.
Una costruisce, l’altra distrugge.
In nome dell’uguaglianza si nega la libertà, in nome della pace si alimenta la discordia, in nome della giustizia si semina odio.
E così, la società smarrisce sé stessa.
Non ci sono più virtù da ammirare, ma solo idoli da imitare.
Non c’è più il desiderio di crescere, ma solo quello di distruggere ciò che altri hanno costruito.
Come ammoniva Churchill: “Il prezzo della grandezza è la responsabilità”; ma la responsabilità è parola proibita, perché richiede maturità, impegno, sacrificio. E sacrificio è l’unica parola che oggi non si vuole più sentire.
Giovani smarriti e nuovi idoli
Una generazione intera è cresciuta senza radici, convinta che ribellarsi significhi distruggere.
Figli di un’epoca che ha cancellato il senso del limite, vivono nell’illusione di cambiare il mondo urlando, ma non ascoltando.
È un paradosso tragico: credono di liberare l’uomo e invece lo incatenano.
Eppure, come una brace sotto la cenere, qualcosa resiste.
Un popolo silenzioso, ancora vivo, che non urla ma costruisce, che non distrugge ma prega, che non si piega ma attende. Sono i più, ma tacciono ed è a loro che questo urlo si rivolge.
Il beato Rosario Livatino, martire della giustizia, affermava: “Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”.
La credibilità si costruisce con la coerenza e la coerenza oggi fa paura, perché toglie la maschera a chi ha costruito castelli di menzogne su fondamenta di sabbia.
Non possiamo dimenticare che l’Europa affonda le sue radici nel cristianesimo ed è sulle verità evangeliche che sono sorte università, cattedrali, Costituzioni, il concetto stesso di dignità della persona umana.
Questa Europa, però, sta rinnegando ciò che l’ha generata, strappandosi le radici con le sue stesse mani. E l’Italia, culla di santi, arte e pensiero, non fa eccezione.
Tutta la nostra cultura – dalla lingua al diritto, dalla letteratura alla musica – è permeata di cristianesimo.
Eppure, questa stessa Europa che si è vestita di simboli cristiani, oggi cerca in ogni modo di cancellarli, rimuoverli, rinnegarli.
Una civiltà che rinnega le sue radici, si spezza da sola.
Urge ricostruoirla.
È ora di parlare
Abbiamo taciuto troppo.
Abbiamo chinato il capo per non essere esclusi, abbiamo annacquato il messaggio per non essere attaccati, ma il tempo del silenzio è finito, perché o parliamo adesso, o saremo complici.
Non c’è odio più grande del chiamare amore ciò che amore non è.
Non c’è violenza più sottile del vietare la libertà di coscienza.
Non c’è peccato più grave del restare inerti, muti, quando il mondo va in rovina e cerca nella menzogna la sua salvezza.
È tempo di riprenderci l’orgoglio della nostra Fede.
È tempo di ricordare che apparteniamo a qualcosa di più grande di noi, una Verità che dura da millenni, che ha santificato i martiri, ispirato i santi, guidato popoli e culture.
Come spiegava il saggio Faramir ne “Il Signore degli Anelli”:
“Non amo la spada per la sua affilatezza, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la sua gloria. Amo solo ciò che difendo.”
E non dobbiamo scoraggiarci, nemmeno quando ci accuseranno di essere pochi, isolati, superati.
Potranno cercare di zittirci, ci provano da millenni, eppure siamo ancora qui.
Il mondo non ha bisogno di cristiani tiepidi, ma di testimoni ardenti.
Il tempo del compromesso è finito.
Il tempo della Verità è adesso.
Avv. Giacomo Idolo Piscitelli