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La LUISS ha inaugurato l’anno accademico 2023-2024 con un evento eccezionale, ospitando l’attrice e regista Paola Cortellesi. Quest’ultima, intervenuta nell’Aula Magna il mercoledì 10 gennaio, ha offerto agli studenti e al corpo docente un monologo in cui ha stigmatizzato gli stereotipi sessisti intrinseci in alcune delle più celebri fiabe, quali Biancaneve e Cenerentola. Sembra di essere al cospetto di uno degli ennesimi esempi di cancel culture, la tendenza, cioè a modificare i testi letterari per uniformarli alla sensibilità dei giorni nostri. Si confonde così l’arte, il contesto storico, le peculiarità di un autore, con le sensibilità contemporanee. Ed eliminare i personaggi sgradevoli e malvagi, inoltre, rischia di togliere ai ragazzi la capacità di distinguere il bello dal brutto, il buono dal cattivo, che sono sempre stati elementi fondanti delle fiabe classiche.  

Desidero condividere con voi alcune riflessioni suscitate dal recente discorso di inaugurazione dell’anno accademico alla Luiss tenuto da Paola Cortellesi. L’attrice e regista ha sollevato interrogativi riguardo alle favole tradizionali, suscitando un dibattito sull’interpretazione dei racconti che hanno plasmato l’immaginario collettivo.

 “Siamo sicuri che se Biancaneve fosse stata una cozza il cacciatore l’avrebbe salvata lo stesso? – ha chiesto Paola Cortellesi ad una platea di giovani universitari – Biancaneve faceva la colf ai sette nani!”. E ancora: “Perché il principe ha bisogno di una scarpetta per riconoscere Cenerentola, non poteva guardarla in faccia?”. E poi, “chi è così ingenua da fidarsi di una strega?”.

La Cortellesi ha argomentato che riscrivere le fiabe potrebbe essere una necessità per sconfiggere quei luoghi comuni e quegli stereotipi, che a suo parere hanno costruito la cultura patriarcale e maschilista nel nostro Paese.

In realtà, le fiabe non si preoccupano di dettagli storici o di conformità ai canoni moderni. Esse trattano di crescita personale, sfide da affrontare e mostri da sconfiggere. Il timore -ancora una volta- è che coloro che abbracciano la “cancel culture” trascurino questi insegnamenti, concentrandosi solo sulle apparenze senza approfondire la sostanza.

Le alterazioni sostanziali a livello strutturale e linguistico nelle riduzioni, adattamenti e reinterpretazioni delle fiabe sono divenute una consuetudine, talvolta connotata da un’indesiderabile negatività, nel panorama della letteratura dedicata ai giovani lettori. Questo fenomeno si radica in un equivoco diffuso, ossia la credenza erronea che la letteratura destinata ai ragazzi possa subire manipolazioni illimitate per fini prettamente educativi.

La fiaba, spesso, si ritrova vittima di una trasformazione tanto sciocca quanto leziosa. In questo processo, parti essenziali vengono eliminate, sostituite da elementi estranei, episodi e personaggi estranei all’originale, inquinando così la sua purezza narrativa.

Le caratteristiche fisiche e psicologiche dei protagonisti subiscono alterazioni, mentre la riscrittura del testo avviene con parole che, anziché arricchirlo, lo impoveriscono. Un linguaggio stereotipato e banale cristallizza la fiaba, privandola della sua autenticità. I dialoghi e le frasi, modificati arbitrariamente, perdono il loro valore originale.

Temi, motivi ed elementi provenienti da un passato lontano vengono spesso eliminati o distorti, trasformandoli in una forzata attualizzazione e razionalizzazione. Il risultato finale, talvolta, assume un tono paternalistico, distante dalla magia intrinseca delle fiabe originali. La necessaria delicatezza nel trattare questi tesori narrativi rischia così di svanire, dando vita a interpretazioni impoverite e lontane dall’essenza autentica delle storie tramandate nel corso dei secoli.

La fiaba tradizionale, radicata nell’origine popolare, non dovrebbe essere sottoposta a un’analisi puramente intellettuale. Considerato il suo intrinseco valore affettivo e simbolico, è essenziale concedere al bambino l’opportunità di assimilarla e di reinterpretarla in modo libero e personale, a livello interiore.

L’intellettualizzazione delle fiabe rivela la sua vanità quando si considera il fine ultimo di queste narrazioni: mentre l’analisi razionale può penetrare soltanto la sfera cosciente del bambino, è nell’affascinante capacità di toccare direttamente l’inconscio che risiede uno dei più grandi pregi della letteratura favolistica.

L’ascolto di una fiaba, con il suo tessuto di immagini vivide e metafore, può essere assimilato a un seminare di semi nell’animo del bambino. Alcuni di questi germoglieranno immediatamente, illuminando la sua mente; altri, più discreti, si insinueranno nell’inconscio, innescando processi più lenti ma di eguale, se non maggiore, importanza.

Alcuni richiedono un prolungato periodo di metabolizzazione, aspettando che la mente infantile raggiunga una fase propizia per la loro germinazione, mentre molti rimarranno eternamente privi di radici. Pertanto, è consigliabile evitare un’analisi eccessivamente approfondita delle fiabe classiche. Invece, è preferibile dedicarsi a attività espressive alternative, tramite le quali i bambini possano rielaborare i contenuti a livello estremamente personale, ad esempio attraverso il disegno, la drammatizzazione, il gioco simbolico, e così via.

È essenziale che genitori, educatori e insegnanti si astengano dall’estrarre una “morale” imposta dalle fiabe classiche, poiché tale pratica è in netto contrasto con le intrinseche qualità di questo genere letterario.

Le fiabe, nella loro natura, non mirano a dispensare consigli o lezioni di vita, ma piuttosto a riflettere la realtà nella sua forma più pura. Pertanto, coloro che si dedicano all’educazione alla lettura e alla comprensione della letteratura dovrebbero anzitutto imparare a onorare e rispettare l’unicità e l’integrità di ciascun genere testuale.

Lo stesso Italo Cavino, dopo aver lavorato per ben 2 anni alla raccolta della tradizione fiabesca italiana (Fiabe Italiane, 1956), scrive: Le fiabe sono nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna.

Noi adulti, in tutta la nostra premura, ci sforziamo di schermare i fanciulli dalla durezza del vivere, ma forse, in verità, stiamo cercando di salvaguardare noi stessi. Come il delicato glitter washing cui sono sottoposte le fiabe, tentiamo di estenderlo alla realtà attuale.

Così, di fronte alle conseguenze di un attacco terroristico o alle drammatiche vicende di genitori che si abbandonano a atti di follia nei confronti dei propri figli, ci troviamo disarmati. Cambiamo argomento, canale televisivo, ci ingarbugliamo nelle parole, ammorbidiamo la crudezza della realtà.

E in questo processo, lasciamo sfuggire l’opportunità di fornire ai giovani strumenti per comprendere, prepararsi, convivere e superare tali avvenimenti.

Forse, potremmo riscoprire la via della saggezza iniziando dalla rilettura delle fiabe classiche, nelle loro forme originali, leggendole o narrandole con precisione da adulto a bambino.

Daniele Onori

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