fbpx

Salò o le 120 giornate di Sodoma è un film del 1975 diretto da Pier Paolo Pasolini. Si tratta di uno dei film più controversi e discussi della storia del cinema, noto per il suo contenuto estremo e la sua critica feroce alla società e al potere. Il film è liberamente ispirato al libro “Le 120 giornate di Sodoma” del Marchese de Sade e trasporta l’azione nell’Italia fascista degli anni ’40, precisamente nella Repubblica di Salò. La trama ruota attorno a quattro potenti individui – un Duca, un Presidente, un Monsignore e un Magistrato – che rapiscono un gruppo di ragazzi e ragazze adolescenti per sottoporli a torture fisiche e psicologiche in un’isolata villa. Le violenze e le umiliazioni a cui sono sottoposti i giovani prigionieri diventano sempre più estreme e degradanti, rappresentando una critica feroce alla corruzione e alla depravazione del potere.

Nel 1975, Pier Paolo Pasolini ha adattato uno dei capolavori della letteratura libertina del Settecento, scritto dal Marchese de Sade, realizzando il suo ultimo film, “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”. Questo film, di cui Pasolini non poté curare il montaggio definitivo, è strutturato in quattro sezioni principali: un Antinferno e tre gironi ispirati alla “Divina Commedia” di Dante.

Nella prima parte, che funge da prologo, viene preparata la vicenda. Quattro potenti signori (il Duca, il Monsignore, il Presidente della Corte d’Appello e il Presidente Durcet) fanno rapire un gruppo di giovani dai soldati repubblichini, ambientando il tutto nell’Italia occupata tra il 1944 e il 1945. I quattro signori esaminano attentamente i prigionieri, selezionando infine nove ragazzi e nove ragazze, che vengono condotti in una villa nei pressi di Salò.

Una volta giunti a destinazione, ai giovani viene illustrato il regime di vita che dovranno seguire per i successivi centoventi giorni. Essi saranno obbligati a rispettare i regolamenti arbitrari imposti dai quattro signori, con la minaccia di severe punizioni fisiche, che vanno dall’amputazione di arti fino alla condanna a morte, per chiunque osi trasgredire.

La regola fondamentale è che i reclusi dovranno sottomettersi alle perversioni sessuali dei loro aguzzini, mentre nella “sala delle orge” ascolteranno i racconti delle tre narratrici (la Signora Vaccari, la Signora Maggi e la Signora Castelli), ex prostitute scelte appositamente per intrattenere con le storie dei loro passati rapporti. Una quarta donna, in veste di pianista, accompagnerà con melodie per arricchire l’atmosfera.

Nel girone delle manie, stimolati dai racconti della Signora Vaccari, i signori infliggeranno ogni sorta di sevizie ai prigionieri, con la complicità dei soldati repubblichini. Tra le atrocità descritte, vi è la scena in cui i giovani, costretti a camminare a quattro zampe, si contendono scampoli di cibo, alcuni dei quali contengono chiodi.

Il girone della merda è dominato dalla Signora Maggi, che narra episodi centrati sull’analità, culminando in un banchetto a base di escrementi umani per celebrare il matrimonio tra uno dei signori e un prigioniero.

Il girone del sangue, che rappresenta l’apice della perversione, si apre con un racconto della Signora Castelli. In questa sezione, i prigionieri vengono trasformati in delatori delle infrazioni commesse dagli altri reclusi, completando così il ciclo di degradazione e violenza.

Per porre rimedio a queste colpe viene scelto fra i ragazzi un gruppo ristretto che farà le veci dei nuovi aguzzini. Segue una mostruosa orgia sanguinolenta dove viene consumata ogni sorta di nefandezza, mentre i Signori si lanciano in balletti isterici e atti di sesso necrofilo sulle loro vittime. Il film si conclude, sorprendentemente, con un epilogo fuorviante: mentre nel cortile si consuma la carneficina, due repubblichini annoiati cambiano il canale della radio (che trasmetteva i Carmina burana) e, sulle note della canzonetta Son tanto triste si mettono a danzare.

“Salò” di Pier Paolo Pasolini è una trasposizione cinematografica mediata del testo sadiano, il quale esplora in modo parossistico alcuni aspetti cruciali del pensiero filosofico e politico. Tra questi aspetti si annoverano la negazione dell’autodeterminazione degli individui, l’intreccio indissolubile tra potere e violenza, il lato perverso e sadico della sovranità, il corpo umano e le sue funzioni fisiologiche come strumenti privilegiati del potere, e il diritto inteso non come garanzia di vita, ma come preludio di morte.

Pasolini, riprendendo un tema ricorrente nella letteratura critica sul sadismo, mette in evidenza la figura terrificante della vittima complice, che accetta con obbedienza servile la frusta del carnefice. In uno dei suoi “Scritti corsari”, Pasolini osserva che “non c’è disegno di carnefice che non sia suggerito dallo sguardo della vittima”[1]. La vittima docile, che rispetta il suo carnefice e acconsente a ogni sua richiesta, finisce per godere della violenza subita, instaurando con il proprio tormentatore un’oscena complicità che le permette di sopravvivere. In tal modo, il potere sadico perde la sua presa, poiché non può più imporre la sua volontà su un corpo che non rifiuta più i colpi. La norma sadica viene così disattivata dal soggetto colpito che non desidera né può più sfuggire alle percosse.

Il film, dunque, può essere interpretato come una serie di riflessioni su ciò che, in ogni epoca storica, il potere infligge all’individuo considerato come “oggetto”. Pasolini si riferisce in particolare all’influenza negativa che i mass media, controllati da un mercato corrotto, esercitano sui giovani.

“Ognuno in Italia sente l’ansia degradante, di essere uguale agli altri nel consumare […]: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto e a cui deve obbedire […]. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza”.[2]

Questa, dunque, la convinzione con cui Pasolini si mette al lavoro e consegna questo film alla posterità; un film il cui scopo ci appare chiaramente in un’altra dichiarazione pasoliniana: “Mi interessava vedere come agisce il potere dissociandosi dall’umanità e trasformandola in oggetto. E ancora: Nel potere, in qualsiasi potere […] c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli “[…][3].

In primo luogo, chi è familiare con l’ideologia pasoliniana riguardante le condizioni della società italiana dell’epoca, saprà che Pasolini credeva fermamente che il neofascismo consumistico riducesse gli uomini a schiavi, macchine alienate dedite esclusivamente al consumo (riprendendo un tema marxiano).

Da questa prospettiva, nella villa di Salò si ha un’esplicitazione di tale teoria: quando il potere è disgiunto dalla società e dalle norme (le leggi qui sono dettate dagli stessi carnefici), esso è libero di mercificare l’uomo, abusandone a proprio piacimento.

Di fronte a un mondo che si narra come globalista e pacificato mentre è nuovamente immerso nel cinismo feroce della guerra fratricida del Capitale, la sfida più grande del futuro sarà riuscire a distinguere, nell’apparente orizzontalità in cui si mimetizza, lo strapotere reale degli integrati: separarlo dalla necessità di riappropriazione del mondo da parte delle nuove generazioni, involontari apocalittici, condannate ad affrontare un futuro sull’orlo della catastrofe epocale.

Per questo motivo, ritrovare “Salò” come il relitto misterioso e impenetrabile di una nave “corsara” inabissata nel mare dell’indifferenza mediatica tuttologica, e aggirarsi nella sua perturbante freddezza, così inconciliabile con le scintillanti immagini dell’auto-narrazione, può aiutare a comprendere la natura profondamente umana del male insito nelle metastasi del potere e delle sue sevizie psicologiche e fisiche (quelle di un tempo come quelle attuali).

Questo risveglio alla barbarie mai sopita del mondo può far riconoscere l’esistenza dell’inaccettabile, permettendo di riconquistare con innocenza il diritto al suo rifiuto.

Daniele Onori


[1] P.P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia de

Laude, Mondadori, Milano 1999, p. 481.

[2]  Pier Paolo Pasolini, Gli italiani non sono più quelli; articolo sul Corriere l’11 Luglio 1974

[3]  Pier Paolo Pasolini, in un’autointervista al Corriere il 25 Marzo del 1975

Share