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“Il primo magistrato salito agli onori degli altari nella storia della Chiesa”.

In occasione della celebrazione in Corte di Cassazione della Santa Messa in occasione dell’anniversario del martirio del Beato Rosario Livatino, anche quest’anno promossa dal Centro Studi Rosario Livatino, proponiamo di seguito il contributo tratto dall’intervento dell’Avv. Angelo Salvi all’evento del 22 settembre 2023, tenutosi presso la Cattedrale di San Giovanni a Macerata, a margine della S. Messa dedicata ai giuristi e in suffragio dei Magistrati e Avvocati del Foro di Macerata deceduti.

Eccellenza reverendissima, Autorità, Cari colleghi,

il 21 settembre del 1990 Rosario Livatino veniva assassinato lungo la strada statale 640 che conduce da Canicattì ad Agrigento. Livatino era un magistrato giovane, che all’epoca non aveva ancora compiuto 38 anni.

La sua vita era sino a quel momento trascorsa lontano dalle luci della ribalta, dai riflettori dei grandi processi di mafia che dalla metà degli anni ottanta erano stati istruiti e celebrati per impulso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Rosario era tutto sommato un magistrato di periferia, assegnato da sempre al Tribunale di Agrigento, dapprima all’ufficio del Pubblico Ministero e, poi, nell’ultimo anno alla sezione giudicante.

Come tale, si occupava delle vicende legate alla criminalità organizzata, in un territorio a forte penetrazione mafiosa e dove, dalla fine degli anni ottanta, si andavano facendo largo nuovi sodalizi criminali, nati da scissioni all’interno di Cosa Nostra e desiderosi di mostrare a questa la loro potenza di fuoco.

Sarà proprio la Stidda a firmare ed eseguire la condanna a morte del giovane magistrato agrigentino, di cui mal digeriva il comportamento integerrimo, orientato da un irriducibile senso di giustizia, maturato anche grazie a una robusta educazione cattolica e alla pratica del buon cristiano, cui Rosario non si sottraeva nel poco tempo libero che i suoi impegni gli lasciavano.

Diverse furono le ragioni che indussero gli stiddari a eliminare il Beato Livatino. Una l’ho già menzionata: i gruppi criminali di Canicattì e di Palma di Montechiaro volevano dimostrare agli emissari dei mandamenti locali di Cosa Nostra, che pure presidiavano il medesimo territorio e che con loro erano in guerra, di essere capaci di compiere azioni eclatanti, come in effetti fu l’uccisione di Rosario; Livatino non sarebbe stato certo il primo magistrato a cadere per mano mafiosa, ma in ogni caso uccidere un magistrato era pur sempre un atto cui sarebbe stata riservata una certa risonanza. Anche le modalità di esecuzione non furono propriamente “tipiche” e si caratterizzarono per una particolare efferatezza, se si considera che Rosario venne raggiunto da ben quattro killer, braccato lungo una scarpata e fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco, di cui gli ultimi a bruciapelo, quando era già evidente che le ferite inferte in precedenza sarebbero risultate di per sé mortali.

Il secondo motivo è collegato al primo: nella primavera del 1990 il Livatino aveva firmato una sentenza di condanna a carico di alcuni degli stiddari di Canicattì, tra i quali un certo Antonio Gallea, e questi, con l’aiuto del nipote, Giovanni Avarello, per vendicarsi dell’affronto subito aveva diffuso la voce che il magistrato si fosse dimostrato nel tempo particolarmente severo con gli esponenti della Stidda e molto più “morbido” con gli esponenti dei mandamenti agrigentini di Cosa Nostra. Una palese calunnia, che tuttavia aveva raggiunto lo scopo di convincere i sodali di Palma di Montechiaro del fatto che eliminare Livatino avrebbe significato anche mandare un messaggio ai nemici di Cosa Nostra.

Il terzo motivo era decisamente pratico: uccidere Livatino sarebbe risultato relativamente semplice, poiché il magistrato non era protetto da scorta: non l’aveva mai voluta, ritenendo che fosse meglio la morte di un solo magistrato, piuttosto che quella sua e anche degli agenti della scorta, con le inevitabili conseguenze in termini di vedove e orfani. Una posizione che denota l’estrema generosità e l’altruismo che contraddistingueva Livatino, ma che lascia un’ombra sulla vicenda, perché non risulta che le autorità preposte alla sicurezza abbiano mai richiesto l’attribuzione della scorta per Rosario.

Chi era allora questo giudice così normale e al tempo stesso così speciale? Quest’uomo così pacato e al tempo stesso così determinato verso il bene, tanto da accettare il rischio di essere ucciso e, dunque, del martirio, pur di compiere il proprio dovere? Per comprendere Livatino dobbiamo calarci nel contesto all’interno del quale operava e tenere presente che lo sforzo e le difficoltà che quotidianamente affrontava erano notevolmente maggiori rispetto al contesto attuale: siamo negli ottanta e le Procure che conducono la lotta alla mafia non possono giovarsi dell’ausilio dei pentiti che, pur con tutte le questioni connesse al loro statuto, offriranno nel corso degli anni a seguire un contributo decisivo per conoscere a fondo il fenomeno mafioso e dunque per contrastarlo. Livatino non può usufruirne, conduce indagini tradizionali, le cui risultanze raccorda attraverso il proprio intuito e le proprie capacità logico deduttive.

All’epoca di Livatino non esisteva neppure il c.d. carcere duro, quel 41-bis la cui applicazione verrà estesa ai fatti di mafia solo dopo la strage di Capaci. Questo favorirà, peraltro, i numerosi contatti tra stiddari, in carcere (Gallea) e a piede libero (Avarello), a valle dei quali si decise l’uccisione di Rosario.

Inoltre all’epoca dei fatti il contrasto alla mafia era reso più difficoltoso dal fatto che non esistevano le Direzioni Antimafia, che hanno permesso successivamente di evitare la frammentazione di indagini e di processi, consentendo di trattare congiuntamente fatti riconducibili al medesimo fenomeno mafioso.

E’ importate considerare poi che Livatino si occupò – sia da PM che da giudice – di misure di prevenzione, personali e patrimoniali, che all’epoca erano un istituto ancora embrionale, molto spesso gestito dai magistrati in maniera piuttosto sbrigativa, quasi amministrativa, ma che invece si rivelerà particolarmente incisivo nella lotta alla mafia, soprattutto nella sua accezione patrimoniale (sequestro, confisca). Se infatti il rischio di finire in carcere è messo in conto dal mafioso, è un incidente di percorso, sottargli il profitto della propria attività criminale è un qualcosa di ben più fastidioso e che incide anche sul consenso sociale alla mafia, in quanto dimostra che essere mafioso in fin dei conti non conviene. Sia da PM che da giudice, Rosario manifestò una apprezzabile attenzione per lo strumento – inusuale per l’epoca – come denotano gli atti e i provvedimenti a sua firma.

Vanno poi ricordati alcuni aspetti riferibili all’ambiente in cui Rosario viveva. Una piccola realtà, lontana non solo dalla dimensione internazionale di Roma ma anche da quella della Palermo in cui operavano Falcone e Borsellino.

Livatino scontava dunque un inevitabile isolamento geografico, che era anche e soprattutto un isolamento professionale, nel senso che – siamo in epoca pre-internet – da Agrigento era difficile interagire con colleghi assegnati agli uffici giudiziari più grandi e condividere con loro le esperienze. Tutto ciò deve essere costato a Rosario una grande fatica nella redazioni dei provvedimenti, in quanto non poteva neppure giovarsi delle banche dati che oggi sono a disposizione di ogni magistrato e avvocato.

L’isolamento peraltro non era solo professionale, ma anche umano; a Canicattì, infatti, Rosario abitava nello stesso stabile di Antonio Ferro, noto boss del mandamento agrigentino di Cosa Nostra, che egli aveva contribuito a far condannare a 12 anni di reclusione nel 1987 (pena poi ridotta a 6 anni a seguito di sentenza della Cassazione). Un contesto, dunque, tutt’altro che rassicurante, quello in cui Rosario viveva e che si trovava di fronte tutte le mattine quando usciva di casa per dirigersi verso Agrigento.

Un situazione che deve avergli provocato un serio turbamento d’animo, tensione e depressione. Stati d’animo che indurranno il Beato a non parlare mai con i propri genitori dei processi che di volta in volta trattava e che, con ogni probabilità, lo fecero retrocedere anche dai propositi di matrimonio.

Isolamento che però non si tradusse in misantropia; al contrario i colleghi con cui Livatino ha condiviso l’esperienza in magistratura – e che ben presto lo avevano preso a punto di riferimento per la sua solida preparazione – narrano di una persona sempre disponibile, riservata ma non chiusa, generosa: “a Rosario potevi chiedere la qualsiasi!” ricorda il collega Tricoli. Una persona attenta, perché tale doveva essere un magistrato come lui in un ambiente come quello siciliano degli anni ottanta, dove il rischio di essere “avvicinato” era sempre presente e le sollecitazioni “a tradire la coscienza potevano provenire dal parroco, dal familiare, perfino dal Collega[1]. La figura di Rosario si erge su queste sollecitazioni come persona di grande fortezza, ma anche di grande amore e grande umiltà.

Amore per il prossimo, perché mai Livatino accettò di rendere una giustizia superficiale, conscio della responsabilità che si era assunto quel 18 luglio 1978, quando aveva giurato da magistrato. Responsabilità che sta nella consapevolezza che ogni azione o decisione ha ricadute sulla vita delle persone, chiunque esse siano. In Livatino emerge sempre il rispetto per l’altro, che è diretto portato di quel precetto evangelico per cui non si giudicano le persone ma, tutt’al più, i fatti (nolite iudicare).

Umiltà perché Livatino ricerca la cura nella ricostruzione dei fatti e l’approfondimento del compendio normativo applicabile al singolo caso. Questa ricerca, che è poi ricerca della verità, non tollera tracotanza ma impone la sobria pacatezza di chi sa che l’errore è insito nella natura umana.

Giovanni Cantoni, nella prefazione al volume “Cristianità, modernità, rivoluzione”, che raccoglie alcuni saggi di un grande storico pisano, purtroppo anche lui prematuramente scomparso (Marco Tangheroni)[2], ha scritto che la Storia, intesa come Historia rerum gestarum, è un riassunto, è come una carta geografica: quanto più aumenti la risoluzione, tanto meglio discerni i fatti, i protagonisti, gli eventi. In fondo, anche il processo è un riassunto e la risoluzione con cui il giudice legge le carte non può mai essere 1:1, possono sfuggire i dettagli, le prove possono essere parziali, insufficienti. La possibilità di un errore è sempre lì, anche se l’animo del magistrato è retto, scevro da condizionamenti. Di questo, probabilmente, Rosario era ben conscio e da uomo di fede sapeva che agli uomini non è concesso di essere infallibili.

Umile, dicevamo, davanti ai fatti da giudicare, ma anche davanti alle norme. Mentre altri in quegli stessi anni rivendicavano per la magistratura italiana quel ruolo di “contro-potere” che la costituzione non contempla, Livatino rifiuta qualsiasi ideologia, qualsiasi adesione correntizia, consapevole del fatto che il ruolo del giudice si sostanzia nel perimetro tracciato dal diritto, per come esso promana dal vero, dal buono e dal giusto, e si concretizza nel dare a ciascuno ciò che è suo.

Ecco allora che quell’invocazione che troviamo scritta nell’agenda del giudice Beato, quel “Sub Tutela Dei” con cui nel medioevo si “impetrava la divina assistenza nell’adempimento di certi uffici pubblici”, diventa lo strumento con cui Rosario rompe quell’isolamento professionale ed esistenziale e si rifugia nella consolante consapevolezza che il cristiano non è mai solo: «nel compito quasi sovrumano del giudicare … in cui il giudice si assume responsabilità non soltanto di ordine civile, ma, soprattutto di ordine morale, è per Livatino indispensabile il ricorso a Dio …»[3].

Molti hanno sottolineato le molteplici virtù di Livatino: il coraggio e la determinazione nel contrasto alla mafia sino all’accettazione del martirio, l’austerità di vita, la riservatezza, l’impermeabilità a torbide lusinghe, il rispetto per gli accusati e per gli avvocati, l’umiltà, l’amore per gli uomini, per il diritto e per la verità.  

Cari amici, nella sua breve esistenza terrena Livatino ha saputo sintetizzare nella sua persona tutto questo, e oggi si erge a modello non solo per la sua categoria ma per tutti noi che vogliamo praticare la giustizia in un contesto giudiziario sempre più disorientato. Abbiamo un insaziabile bisogno di incrollabili punti di riferimento, come quello che Rosario è stato e tuttora è.

Beato Rosario Livatino, prega per noi!


[1] A. Mantovano, D. Airoma, M. Ronco, Un giudice come Dio comanda. Rosario Livatino, la toga e il martirio, Il timone, ottobre 2021, pp. 66-67.

[2] M. Tangheroni, Cristianità, modernità, rivoluzione. Appunti di uno storico fra mestiere e impegno civico-culturale, SugarCo, 2009.

[3] A. Mantovano, D. Airoma, M. Ronco, Un giudice come Dio comanda. Rosario Livatino, la toga e il martirio, Il timone, ottobre 2021, pp. 108-109.

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