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Una visita a un monastero benedettino di Milano e l’icona del beato Rosario Livatino.

Ho visitato a Milano una anziana madre benedettina che con altre tre sorelle dipinge, anzi come lei subito ha precisato, “scrive” icone.

Mi ha mostrato le numerose opere presenti nello studio d’arte situato in una parte soleggiata da luce naturale nell’antico convento, e fra queste quella del Beato, da lei definito un “giusto giustiziato”.

Avevo saputo che la madre benedettina aveva “scritto”, su richiesta di un sacerdote, questa icona; la suora artista sapeva dell’esistenza del Centro Studi Livatino, e quando ci siamo incontrati per ammirare e studiare l’icona, lei ha più volte detto che gli aderenti al Centro Studi sono, come il Beato ispiratore del Centro, “le sentinelle del mattino”.

Le ho chiesto come si era sviluppata questa “scrittura” e la madre, mossa da una evidente forza interiore, mi ha risposto con profonda semplicità: “Ho rivolto questa richiesta di scrivere l’icona del Beato Livatino alle sorelle più giovani, pensando che, data la mia età, avrei rischiato di non riuscire a finire l’icona; erano però tutte impegnate in un corso, e quindi ho assunto io il compito. “Ero tabula rasa” sulla sua figura, ma ho sentito una forza dentro, era venuto un terribile temporale, e dopo la preghiera, mi sono recata nello studio, ho preso un’immagine dello stendardo della beatificazione e ho tolto alcuni particolari (crocifisso e biblioteca), aggiungendo un cartiglio che ho perforato, per significare nell’immagine che è stato ucciso. Poi, pregando e parlando direttamente al Beato, gli ho chiesto: << scriviti e descriviti>> e se lo sfondo dovesse dorato, come per la maggior parte delle icone, che sono dorate per manifestano la gloria; d’impulso mi sono venuti in mente i colori dell’oltremare, turchese e lapislazzuli.

Nel dipingere la figura del corpo e la toga nera, ho aggiunto la cravatta rossa, colore del martirio; per la toga ho utilizzato il nero manganese, aggiungendo, per mostrare come la luce entra nelle ombre, il nero bocchio e il nero vite.

Non sapendo come è fatta una toga e le sue pieghe, ho smesso di scrivere, e coperta l’icona con un telo, per evitare che i batteri si accanissero sui materiali naturali di cui è composta la pittura (aceto, rosso d’uovo, olio essenziale di lavanda, e poi la polvere delle pietre preziose rese come farina).

La mattina seguente accingendomi a scrivere le luci sulla toga, ho trovato l’icona che si era fatta da sola. Il nero aveva espresso le pieghe, spesso accade, i colori vivono e si esprimono in assenza dell’autore, dell’amanuense.

Sui colori della palma del martirio, che appare anche nella fotografia originale dietro la figura eretta del giudice martire, ho utilizzato il verde e l’indaco per ricordare la tensione dell’applicazione della legge ed il rispetto della legge di Dio e un verde con un poco di giallo, colori che rappresentano una vita tutta percorsa dalla parola Dio, una piccola vita fragile, che ha avuto il coraggio di dire di sì in un grande travaglio.

Sul volto, per quattro giorni, per tre ore al giorno ho cercato di scrivere i tratti vivi del viso senza riuscirvi, mettevo una luce e non la prendeva, l’ho riferito alla Priora che mi ha detto: <<bello, ma devi metterei tratti vivi!>>  allora ho detto al Beato con grande confidenza: <<sono quattro giorni, o bello, io sono al monastero e debbo obbedire alla Priora, obbedisci anche tu che sei in monastero, e fai emergere i tratti del viso>>; in un attimo, dopo dieci minuti i tratti hanno assorbito le luci dell’espressione.”

Questo il racconto della simpatica e vigorosa anziana madre, la cui luce degli occhi fa trasparire la Parola che la guida nello “scrivere” le icone. Ora l’icona con il Beato verrà intronizzata in un Tribunale.

Benedetto Tusa

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