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1. Uno dei primi risvolti del distanziamento sociale imposto dal coronavirus è stata la sospensione della didattica tradizionale nelle scuole di ogni ordine e grado: un risvolto prioritario, non soltanto in termini temporali, oggetto di uno dei primi decreti del periodo dell’emergenza, ma anche sul piano dei valori.   

La trasmissione del sapere alle giovani generazioni è, infatti, uno degli aspetti più centrali e qualificanti del vivere sociale: nonostante la trascuratezza con cui il legislatore finanzia la spesa per l’istruzione, la centralità della funzione scolastica è ben chiara nella Carta Costituzionale, che dedica alla scuola ben due articoli (33 e 34).

Il distanziamento sociale per contrastare la diffusione del virus ha inciso profondamente sulle modalità di svolgimento dell’attività scolastica del secondo quadrimestre dell’anno scolastico 2019/2020: all’obbligo di frequenza di una classe si è sostituita la fruizione di contenuti educativi tramite computer, da casa e in via individuale; a interrogazioni e compiti scritti si sono sostituite prove virtuali a distanza; gli esami conclusivi e d’accesso rimangono nel limbo di una sostanziale incertezza. Si tratta di misure rese necessarie dall’epocale emergenza scoppiata nel febbraio di quest’anno e ancora lungi dall’essersi risolta. Come ogni cambio d’abitudine imposto da questa pandemia, si pone la questione di quanto di esso rimarrà nel nuovo corso che s’instaurerà a emergenza conclusa.

2. Le ultime comunicazioni della Presidenza del Consiglio, e le anticipazioni – seguite da precisazioni e parziali smentite della titolare dell’Istruzione – non forniscono particolari spunti di approfondimento in merito, ma i valori che qui sono in gioco rendono in verità necessario svolgere alcune considerazioni più specifiche sul punto. Perché la funzione educativa non è una convenzione sociale, come può essere stringersi la mano piuttosto che salutarsi con un cenno a distanza: la parentesi imposta dal contenimento del virus merita di essere chiusa non appena le circostanze lo consentiranno.

Infatti, la funzione educativa che la scuola deve assolvere è diversa e ancillare rispetto a quella dei genitori, ma non può essere relegata a una mera comunicazione di contenuti. In questa funzione, i contenuti didattici devono coniugarsi con un apprendimento quotidiano del modo di relazionarsi con gli altri, che vada oltre la dimensione di affettività che permea la famiglia. Il rapporto con l’“autorità” e con i “pari”, in famiglia, è (o dovrebbe essere) sempre e giustamente filtrato dall’affettività. Nella vita, nel lavoro, nella società, non è così: la funzione della scuola è preparare a questo delicatissimo aspetto. Per questo il contatto fra studente e studente e fra studenti e insegnanti non può essere sostituito da un collegamento virtuale; per questo la spersonalizzazione e l’atomizzazione di una scuola virtuale non possono essere metodi per formare le giovani generazioni alla piena realizzazione della persona come singolo e come membro della comunità. Soltanto un rapporto concreto e personale, tra studenti e insegnanti e tra studente e studente, può efficacemente educare alla vita vera, non alla vita “virtuale” filtrata da un monitor.

3. Ciò non significa, naturalmente, trascurare l’informatica nell’insegnamento e non sfruttare appieno gli strumenti posti a disposizione dalla tecnologia per la didattica a distanza, specialmente nei contesti formativi più avanzati (come le Università) in cui si suppone che la formazione personale degli studenti abbia già raggiunto un livello adeguato (avendo superato, come una volta si diceva, la maturità). Anzi, gli istituti che – come molte scuole paritarie – non dispongono delle strutture tecniche necessarie a tal fine dovranno essere dotate, a carico dello Stato, dei mezzi necessari per installarle: altrimenti, a essere frustrata, specie in conseguenza dell’attuale contesto d’emergenza, sarà la libertà d’insegnamento e di scelta della scuola. Significa, invece, che tali strumenti di didattica a distanza devono essere inseriti e dosati in un contesto che non modifichi l’impostazione personalistica della scuola italiana e che tenga conto della obiettiva diversità delle situazioni.

È obiettivamente diversa la situazione di studenti universitari, rispetto a quella di ragazzi delle scuole elementari e medie, ma anche dei licei. È evidente che i ragazzi hanno bisogno operativo della presenza di un adulto che li coordini nel momento in cui devono organizzarsi per apprendere contenuti didattici. Per quanto detto sulla necessaria distanza affettiva tra chi comunica contenuti didattici e i discenti, è necessario che tale adulto sia un “terzo” rispetto agli adulti della famiglia. Ciò senza contare che, in molti casi, genitori o  nonni, vuoi per esigenze lavorative, vuoi per personale mancanza di preparazione, non sono nelle condizioni di poter svolgere la funzione di “insegnanti” o supporto agli insegnanti.

Operativamente, del resto, non è possibile concepire una chiusura della scuola scoordinata rispetto alle esigenze lavorative dei genitori. E non è possibile trascurare che, in molti casi, le famiglie non hanno neppure a disposizione sufficienti terminali informatici per garantire l’accesso di tutti i figli ai contenuti virtuali. Il rischio di una scuola virtuale e a distanza è, quindi, anche quello di discriminare ulteriormente i ragazzi che vivono in contesti sociali più svantaggiati e a maggior ragione le famiglie numerose. Quanto osservato vale anche per gli adolescenti dei licei, che per “definizione” non possono ancora presumersi così “maturi” da organizzare il proprio apprendimento con sufficienti margini di autonomia da un adulto con il quale abbiano un contatto a ciò deputato. Infine: che ne sarebbe, proseguendo con una scuola a distanza, degli studenti che presentando disturbi di apprendimento necessitano di un sostegno dedicato?

In un contesto del genere, la scuola sarebbe “aperta a tutti” solo a parole, non nei fatti. E sarebbe la stessa funzione della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona ad essere, in definitiva, frustrata sin dall’infanzia. 

Prof. Angela Lucentini Leoncini
già docente di scuola secondaria in Firenze

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