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Magistrati, libertà di comunicazione e indipendenza.

  1. Premessa: magistrati e social media.

«La responsabilità sociale che caratterizza la funzione giudiziaria impone anche il serio rispetto della deontologia professionale e la sobrietà delle condotte individuali. L’imparzialità della decisione va, infatti, tutelata anche attraverso l’irreprensibilità e la riservatezza dei comportamenti individuali, così da evitare il rischio di apparire condizionabili o di parte (…). È un aspetto importante per ogni istituzione della Repubblica, particolarmente in questa stagione nella quale la preziosa moltiplicazione dei canali informativi presenta anche il rischio di trasmettere l’apparenza di realtà virtuali».

Potrebbero essere verosimilmente sufficienti queste parole, pronunciate nel giugno 2023 dal Presidente Mattarella, per affrontare- e risolvere, alla radice- una delle questioni che caratterizzano il dibattito sul ruolo della magistratura e le responsabilità dei magistrati nel nostro sistema: quanto e come un magistrato può fare ”trasparire” nella sua attività professionale così come nella sua vita privata le opinioni, le ideologie e le convinzioni intime che caratterizzano il suo essere nel contesto sociale ? 

Si tratta di un problema per molti aspetti prioritario e la cui analisi diviene imprescindibile, nel momento in cui si registra negli ultimi anni (lo attestano autorevoli sondaggi) una perdita generale di credibilità della magistratura. Il punto è capire se e in quale misura questo fenomeno trovi la propria causa anche nella “spinta” di una parte della magistratura a manifestare le proprie opinioni al di fuori e al di là del proprio ruolo istituzionale, ponendo le basi per l’insorgere di dubbi sull’imparzialità e sull’indipendenza che dovrebbe caratterizzare l’attività giurisdizionale.

È un aspetto particolarmente delicato, perché sostanzialmente nessuno chiede apertamente ai magistrati di rinunciare ad avere delle proprie idee o una propria coscienza: sarebbe impossibile pensare a un adeguato svolgimento del delicato compito al quale sono chiamati, ipotizzando che gli stessi non abbiano maturato personali convincimenti su quelli che sono le principali tematiche che la realtà quotidianamente presenta.

Nondimeno, da più parti ci si interroga sul “quanto” e sul “come” la funzione giurisdizionale- in entrambe le proprie declinazioni, giudicante e requirente- possa essere correttamente esercitata nel momento in cui personali convinzioni possano in qualche modo “tracimare” dalla stretta sfera giudiziaria e caratterizzare pubblicamente l’immagine del magistrato rispetto ai problemi dei quali lo stesso è chiamato ad occuparsi.

È un problema molto serio, perché in realtà il discorso può essere esteso anche alle convinzioni religiose oltre che politiche, oltre che evidentemente a tutta una serie di altri aspetti e che – oggi molto più che in passato- si pone in termini particolarmente delicati e complessi, in quanto la presenza dei social e la possibilità quantomeno astratta di manifestarsi implica il rischio di vedersi “classificato” o di essere considerato come un soggetto “condizionato” in conseguenza dell’esternazione  di una tesi o nella semplice adesione a opinione espresse da altri soggetti.

Un rischio che è stato ben sintetizzato dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa nella premessa della “Delibera sull’uso dei mezzi di comunicazione elettronica e dei social media da parte dei magistrati amministrativi” del 25 marzo 2021[1] laddove si precisa che «Le tecnologie della comunicazione costituiscono una realtà ormai consolidata ed una fonte di risorse e di opportunità per la crescita sociale dei singoli e delle comunità.  Esse, tuttavia, presentano molteplici aspetti che contengono delicati interrogativi sia per la società nel suo insieme, sia, soprattutto, per l’ordinamento giuridico.  Non si possono, pertanto, sottovalutare i rischi, che accompagnano le potenzialità applicative. Tra questi, in particolare, va segnalata la creazione di una dimensione quasi “extraspaziale ed extratemporale” dell’uso della Rete, in genere, e, nello specifico, dei social media. L’utente vive nella singolare situazione di relazionarsi, nell’immediato, al proprio strumento di connessione, non sempre rendendosi conto che i contenuti immessi finiscono in uno spazio immenso, virtualmente illimitato, e, quel che più rileva, destinato a restare sospeso in una zona atemporale, che si è soliti definire “eternità mediatica”. Ogni dato personale, poi, nell’ambito di questo processo, può subire acquisizioni, frammentazioni, scomposizioni idonee ad alterarne l’originaria identità ed il significato intrinseco». Conseguentemente «L’utilizzo dei social media da parte dei giudici amministrativi va considerato nel bilanciamento tra le prerogative del singolo magistrato, sia nella propria funzione, sia come cittadino, ed i doveri connessi alla propria appartenenza istituzionale ed al proprio status».

Un principio solo indirettamente espresso in relazione ai magistrati ordinari, come chiarito dalla S.C.:[2] «L’attività compiuta dai singoli magistrati sui social network non è (…) oggetto di regolamentazione positiva, neppure nella forma di regole non vincolanti aventi funzione di direttive o raccomandazioni. Peraltro, deve ritenersi che essa trovi la sua misura e i suoi limiti nelle norme che connotano la deontologia del magistrato». In particolare «deve ritenersi che sussistono dei limiti riguardo alle attività dei magistrati sui social network. Questi limiti sono particolarmente penetranti con riguardo alle espressioni, esternazioni o pubblicazioni che hanno legami con i contenuti dei procedimenti trattati nell’ufficio o con le persone in essi coinvolti, giacché la legge recante la disciplina degli illeciti disciplinari stabilisce che il magistrato esercita le funzioni con correttezza, riserbo ed equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni (art.1 d.lgs. n. 109 del 2006)».

La questione non può essere risolta, drasticamente e semplicisticamente, alla radice, chiedendo ai magistrati di non utilizzare, se non come semplici e passivi fruitori, i social media (al di là di ogni giudizio di valori sul “fenomeno” nel suo insieme) in quanto gli stessi, come e forse ormai più dei mezzi di comunicazione cd “di massa”, rappresentano una componente della realtà dalla quale difficilmente si può prescindere. Un fenomeno che deve essere conosciuto, valutato e compreso, per non correre un differente ma altrettanto grave rischio, quello di “estraniarsi” dal corpo sociale e dalla realtà delle modalità relazionali ai quali i magistrati devono applicare i principi posti dalla legge. In fondo, anche la scelta di manifestare una opinione con questo articolo su un sito internet rappresenta già, di per sé, la risposta negativa alla prospettiva di “estraneazione” sopra richiamata: coerenza impone di riconoscere tale aspetto.

     2- Indipendenza e imparzialità quale valori ontologici della funzione giurisdizionale

Di fatto, le modalità di partecipazione attiva dei magistrati all’utilizzo dei social media rappresentano un aspetto di una tematica ben più ampia, che riguarda non solo l’uso dei social, quanto anche qualsiasi forma di manifestazione pubblica di partecipazione alla “politica delle idee” (pensiamo alla partecipazione a trasmissione televisive o radiofoniche, a cortei, a comizi, a occupazioni), all’inserimento in provvedimenti giurisdizionali di opinioni non direttamente o indirettamente funzionali alle argomentazioni sottese alla decisione  o – anche e comunque- a valutazioni e interpretazione normative dirette a travalicare il significato e la finalità che il legislatore aveva inteso attribuire alle stesse: stiamo parlando delle differenti prospettazioni di una unica sola grande questione la cui comprensione è globalmente funzionale a comprendere le ragioni del “degrado” dell’immagine globale della magistratura. E’ un’affermazione “forte” ma l’amore per la magistratura e per la sua alta funzione impone di affrontare in termini di diretti e inequivoci le problematiche con le quali ci si deve confrontare. Con l’ipocrisia si costruisce ben poco e ancora meno la stessa può essere intesa come matrice di dialogo. 

Si tratta di un tema generale che è stato già affrontato – in termini di estrema autorevolezza ed efficacia- in altri articoli comparsi su questo sito e sul quale, pertanto, non si vuole tornare nel dettaglio. [3] Non si tratta di un semplice punto di contrasto tra differenti modi di interpretare la funzione giurisdizionale, quanto dell’ontologica caratterizzazione di una “scelta” in grado di condizionare l’esercizio dell’attività del magistrato.

Da un lato, una prospettiva che interpreta la funzione giurisdizionale come una forza propulsiva della società, finalizzata a intervenire in termini evolutivi sul dato normativo quando lo stesso non risulta (o non risulta più) sintonico alle esigenze che la stessa società propone e che fa della manifestazione di tali istanze un compito essenziale della propria attività, diretto a sostenere e favorire interpretazioni che si assumono o si ipotizzano sintoniche al dato costituzionale. Un atteggiamento caratterizzato da una forte impronta ideologica e da una altrettanto vigorosa tensione morale diretta al raggiungimento di obiettivi che si considerano generali e necessariamente condivisibili. In tale prospettiva, le “esternazioni” sui social non possono che essere considerate un momento caratterizzante di un più vasto impegno, come tali del tutto in linea rispetto a una specifica modalità di interpretazione del proprio ruolo.    

Pure nella consapevolezza di accedere ad una prospettiva dialettizzante, all’apparenza quasi manichea, di interpretazione della realtà (ma in fondo tutte le forme di analisi semplificate e sintetiche tendono ad esserlo) si deve rilevare che all’approccio generale alla funzione sopra descritto se ne contrappone uno profondamente differente, anche se meno identificabile e riconoscibile.

Un approccio che trova tra gli elementi fondanti il fatto di ritenere che compito principale del giudice non sia la riforma dell’ordinamento quanto l’equa risoluzione dei conflitti e che sia pertanto necessaria non tanto la ricerca di brillanti nuove interpretazioni- ove si ipotizzi una dissonanza rispetto alla carta costituzionale, è possibile il ricorso alla Corte che ne è custode – quanto garantire la certezza dei diritti.

Un atteggiamento certamente “disorganico” e frammentario se confrontato a quello contrapposto, che trova la sua ragione di essere nella convinzione che il magistrato, per il suo specifico ruolo costituzionale, ha doveri più stringenti di un qualsiasi altro funzionario pubblico e che, conseguentemente – pure essendo depositario di convinzioni politiche e ideologiche- deve astenersi da manifestazioni delle stesse tali da mettere in discussione la sua credibilità come soggetto imparziale.  

E ciò nella convinzione che solo chi assume un atteggiamento non aprioristicamente conflittuale può risultare credibile, quale soggetto che non “crea” la legge ma che la legge interpreta – appunto- in modo credibile. Perché proprio per proporre interpretazioni costituzionalmente orientate è necessario dimostrare assoluta indipendenza di giudizio, non potendo rivendicare indipendenza dopo avere tenuto comportamenti che la mettono in discussione.

In quest’ottica- di fatto pervasa da una tensione morale semplicemente differente ma non inferiore a quelle che caratterizza la posizione contrapposta- radicalmente diverso risulta (o dovrebbe risultare) l’approccio ai mezzi di comunicazione come ai social, dovendo il magistrato affrontare la necessità di dolorose rinunce a “prendere” posizioni su temi- sociali, economici, etici- che sono vissuti e percepiti in termini non meno profondi e intensi di quanto non accade a coloro che non si riconoscono in tale prospettiva.

Nondimeno, occorre ricordare che i magistrati hanno il privilegio (oltre che l’onere) dell’esercizio della giurisdizione – ossia di “parlare” in nome e per conto della legge- e che tale privilegio ha un costo – in termini di scelta dei temi e delle libertà delle modalità espressive – che deve essere saldato.

3– Le indicazioni del sistema.              

Fondamentali indicazioni sull’atteggiamento in generale richiesto ai magistrati possono (e devono) essere tratte dal Codice etico della ANM [4], la cui premessa precisa:

«Il nuovo codice etico aggiorna la figura del magistrato, inserito in una società ormai in continua evoluzione (…). Ne sottolinea parimenti la responsabilità nel buon andamento del servizio giustizia, ma al contempo ne tutela l’indipendenza sia nei rapporti esterni che nell’ambito dell’autogoverno. Prende significativa posizione sul delicato versante dei rapporti col mondo dell’informazione e soprattutto con le degenerazioni delle comunicazioni di massa (…)». Nell’art. 6 – Rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di comunicazione di massa- inoltre, il Codice precisa: «Fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio, dignità e misura nel rilasciare dichiarazioni ed interviste ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa, così come in ogni scritto e in ogni dichiarazione destinati alla diffusione».

La S.C. [5] ha indicato come i magistrati l’uso dei social media debbano attenersi al principio dell’autocontrollo: «l’osservanza della regola della sobrietà dei comportamenti, che costituisce un aspetto della deontologia professionale del magistrato, impone un rigoroso self-restraint nell’uso dei social network e delle mailing list, sul rilievo che tali strumenti, ove non amministrati con prudenza e discrezione, possono vulnerare il riserbo che deve contraddistinguere l’azione dei magistrati e potrebbero offuscare la credibilità e il prestigio della funzione giudiziaria».

Quest’ultima affermazione merita una riflessione. Si parla «della credibilità e il prestigio della funzione giudiziaria»: la funzione e non il singolo magistrato. Indubbiamente, la mancata astensione in un procedimento nel quale sussistono rapporti con le parti, un’opinione su un procedimento in corso, un’anticipazione di giudizio, un rapporto di amicizia – anche sui social- con soggetti “privati” direttamente coinvolti in un procedimento o di amicizia e frequentazione “effettiva” (non, pertanto, solo come contatto sui social) con un avvocato possono compromettere l’immagine di indipendenza e imparzialità di un magistrato e – in senso molto lato – quello della categoria.

Diverso è il caso in cui si scelga di aderire a principi, ideologie o tesi scientifiche (o pseudo tali) tali da riflettersi su un numero – potenzialmente generale e astratto – di vicende delle quali il magistrato potrà e dovrà occuparsi ovvero si manifestino opinioni su procedimenti giudiziari oggetto delle attenzioni dei media e in corso presso altri uffici giudiziari. Non si tratta che di semplici esempi, ma di situazioni dove ragionevolmente i cittadini possono ritenere che la funzione giudiziaria nel suo insieme sia viziata alla radice da pregiudizi o esercitata senza quelle garanzie di terzietà, imparzialità e riserbo che la dovrebbero contraddistinguere. Condotte che esulano dall’attività giurisdizionale in senso stretto e che possono rappresentare una preoccupante “spia” del possibile condizionamento del magistrato, tali da ledere non tanto e non solo l’immagine del magistrato stesso, quanto la credibilità dell’intera categoria.

Si impone una precisazione, indispensabile e doverosa. A prescindere dalla condivisibilità della scelta di manifestare apertamente e pubblicamente l’adesione a ideologie o teorie specifiche, non possono esservi dubbi sul fatto che forme di “aggressione” e/o denigrazione del magistrato che fa propria tale opzione non sono degne di un paese civile quale l’Italia deve essere considerata. La manifestazione del pensiero- del magistrato come di qualsiasi cittadino- può essere certamente oggetto di critica che tuttavia deve avvenire in termini di contraddittorio logico, con uso di formule espressive di continenza. Nondimeno, è altrettanto ovvio che la scelta di “esternare” può essere legittimamente oggetto di critica e che le conseguenze della fondatezza di tali critiche sono destinate a riflettersi sul sistema nel suo insieme.

Non solo: dovrebbe essere dato di comune esperienza quello per il quale non necessariamente la valutazione sulle manifestazioni del pensiero di un magistrato sia frutto di una intenzionale e surrettizia ricerca sul medesimo. Non a caso l’art. 10 della Delibera del Consiglio di Giustizia amministrativa sopra citata precisa «È auspicabile che i magistrati amministrativi conoscano adeguatamente le impostazioni di sicurezza e privacy delle piattaforme di social media che utilizzano, consapevoli dei rischi e delle opportunità di condividere informazioni personali sui social media (…)».

In forza di tali conoscenze, dovrebbe essere chiaro che l’utilizzo di motori di ricerca consente, in termini di assoluta liceità e con estrema semplicità, di ricostruire le manifestazioni di pensiero- e non solo- di qualsiasi soggetto, magistrati compresi. Una circostanza che dovrebbe indurre a particolare attenzione ove si consideri che il semplice “like” apposto con superficialità o un commento, poniamo, su Facebook – magari formulato di getto, come tale non conseguente a una specifica riflessione- potrebbero essere posti in correlazione con altre condotte “espressive” e assumere pertanto una specifica valenza nell’ottica di valutazione dell’imparzialità e indipendenza. Non dimentichiamo che se esiste la possibilità di cancellare like e commenti prima che ciò avvenga uno screenshot può “catturare” l’immagine e inchiodarci alle nostre responsabilità.

4- Conclusioni.

Il discorso sopra sviluppato non deve essere inteso come un generale monito al silenzio o a forme di estraneazione dalla realtà mediatica, quanto un invito ad un utilizzo dei media consapevole e misurato, che consenta di dare conto della personalità senza che la stessa risulti di “ingombro” rispetto all’esercizio della funzione giurisdizionale.

Non si può pensare, ad esempio, che un magistrato cristiano debba rinunciare – nella attività professionale come nelle manifestazioni del proprio pensiero – a testimoniare la propria fede per il solo timore di essere “classificato” come credente; al contrario la piena adesione ai valori cristiani può e deve essere uno strumento di esercizio della giurisdizione e la “sfida” per un magistrato cristiano può e deve essere quella di coniugare le proprie personali e intime convinzioni con una corretta, concreta e puntuale applicazioni della legge.

In questo senso, è importante ricordare le parole del Beato Livatino del 30 aprile 1986 in una conferenza su “Fede e diritto”: «Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé verso Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale».[6]

Una applicazione che implica – necessariamente- la necessità di porsi non al fuori o al di sopra della legge stessa, quanto di farsene interpreti e custodi. Verosimilmente anche in questo senso possiamo ricordare uno dei moniti più significativi che ci ha lasciato il Beato Livatino: «alla fine dell’esistenza, non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».

Mi piace pensare che in quel termine così ricco di significati- “credibili”- il Beato Livatino abbia inteso non solo riferirsi all’impegno e alla dedizione che la funzione giurisdizionale implica- impegno che egli ha manifestato sino all’estremo sacrificio – quanto anche alla necessità di porsi in un rapporto di “servizio” rispetto all’applicazione e alla interpretazione della legge, nella consapevolezza che tale “servizio” deve essere esercitato con una condotta improntata alla riservatezza, all’equilibrio, alla rinuncia a forme di protagonismo o a dichiarazioni incompatibili con l’immagine di assoluta indipendenza che il magistrato deve costantemente garantire.

In conclusione, può essere legittimo ritenere che queste fondamentale credibilità che il singolo magistrato deve cercare di avere- forse per sé stesso ancora prima che per gli altri- e che la magistratura deve cercare di recuperare potrebbe “passare” attraverso un approccio alla realtà sintonico al secondo dei “modelli” di magistrato sopra descritti. Quantomeno, deve essere chiaro che la scelta – indubbiamente rispettabile – di “prendere posizione” pubblicamente rispetto a temi anche di natura (anche) “politica” o che almeno come tali possono essere percepiti dalla pubblica opinione non può essere riconosciuta come patrimonio comune e condiviso dall’intera magistratura.

E’ importante ribadire che la scelta di non manifestarsi non può e non deve essere considerata un approccio qualunquista rispetto ai fenomeni sociali, espressivo di disinteresse, superficialità o peggio pavidità, quanto una consapevole rinuncia finalizzata a garantire l’immagine di indipendenza della magistratura.  Una scelta finalizzata a proporre un modello di magistrato indipendente che nel momento in cui assumerà una decisione sgradita all’esecutivo di turno non potrà che essere giudicato sulla base del suo provvedimento, anche da parte di tutti quelli che potranno trovare più semplice (o più efficace) scavare nel suo passato per dipingerlo come sintonico a una parte.

Ed è in nome di questa indipendenza che la toga assume un valore emblematico ed unico: «La toga per ciascuno di noi è l’emblema della nostra indipendenza: eguale per tutti nel suo colore nero, lunga perché non traspaia nulla se non lo sforzo del confronto fra la norma e il caso concreto. Proprio in nome dell’indipendenza, quella toga va difesa così come è, resistendo a chi vuol farle assumere colorazione e lunghezza differente a seconda dei giudizi».[7]

Cesare Parodi, magistrato


[1] https://www.giustizia-amministrativa.it/-/delibera-sull-uso-dei-mezzi-di-comunicazione-elettronica-e-dei-social-media-da-parte-dei-magistrati-amministrativi-consiglio-di-presidenza-della-giust

[2]  https://www.cortedicassazione.it – Risposte della Corte Suprema di cassazione al questionario proveniente dalla Corte Suprema della Repubblica Ceca sulle attività secondarie e l’uso dei social media da parte dei magistrati

[3] In questo senso A. MANTOVANO, Magistrature a confronto per l’indipendenza del giudice, 19.12.2022; D. AIROMA, Magistratura, imparzialità e manifestazione di idee, 31.2.2022; A.SALVI, Imparzialità del giudice e neutralità dell’apparenza, 7.9.2022, tutti in www.centrostudilivatino.it

[4] In www.associazionemagistrati.it/codice.etico

[5] https://www.cortedicassazione.it – Risposte della Corte Suprema di cassazione al questionario proveniente dalla Corte Suprema della Repubblica Ceca sulle attività secondarie e l’uso dei social media da parte dei magistrati

[6] https://it.clonline.org/news/chiesa/2021/05/10/rosario-livatino-il-giudice-ragazzino

[7] Così A. MANTOVANO, Magistrature a confronto per l’indipendenza del giudice, 19.12.2022, in www.centrostudilivatino.it

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