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La rielezione del Capo dello Stato conferma, anche per la dinamica che l’ha preceduta, dà il senso di una crisi profonda, culturale prima ancora che giuridica e di ordinamento: che va affrontata nel suo insieme, senza confidare in un potere taumaturgico delle riforme.

La crisi del Parlamento, ulteriormente palesatasi durante le recenti elezioni del Presidente della Repubblica, è anzitutto crisi del metodo che il Parlamento rappresenta e che dovrebbe essere denotato dalla stessa origine storica e finanche etimologica dell’istituto. Prima della forma di governo parlamentare dello Stato, prima della idoneità delle istituzioni a rappresentare in modo effettivo la sovranità popolare nel Terzo Millennio, a essere in crisi è il metodo del confronto dialettico razionale tra opinioni diverse, di cui il Parlamento dovrebbe costituire il luogo privilegiato.

Questa crisi ha radici pre-politiche e pre-giuridiche: non è la crisi dei partiti a causarla, poiché essa è frutto dello stesso problema che causa anche la crisi del Parlamento. La crisi del metodo parlamentare affonda le proprie radici in una crisi culturale che trova la propria genesi nel relativismo e nichilismo etico e culturale da anni affermatosi e attualmente imperante.

Escludendo la configurabilità di un bene e di un giusto oggettivo, il relativismo e nichilismo escludono infatti che il dialogo razionale tra le diverse opinioni possa ambire a raggiungere o anche solo a ricercare qualcosa di realmente condivisibile. Così, le diverse opinioni si trasfigurano da vie per la ricerca di un bene oggettivo a occasioni di affermazione della maggiore o minor forza del soggetto che le propone. E’ questa la via che conduce al sempre più ricercato utilizzo di forme di democrazia dirette, sia a livello istituzionale che a livello interno dei partiti: essa si caratterizza per metodi di scelta semplicemente binari (sì o no), sul presupposto della impossibilità di ricerca di una composizione dialettica razionale dei diversi valori e interessi in gioco. Ed è questo il motivo profondo che conduce alla ricerca della via di salvezza della paralisi della democrazia nell’affidare compiti sempre maggiori ad organi direttamente eletti, meglio se monocratici come il premier forte o il presidente della repubblica direttamente eletto dai cittadini, piuttosto che ad organi di composizione razionale delle diverse posizioni espressive del pluralismo culturale e sociale.

Presa consapevolezza di ciò, si comprende come la modifica dell’architettura istituzionale dello Stato, con il passaggio dal parlamentarismo al presidenzialismo o semipresidenzialismo, che molti hanno invocato in questi giorni di paralisi parlamentare, può essere possibile, può forse essere utile, ma in ogni caso non si presta, da sola, a risolvere i problemi di funzionamento della democrazia in Italia e, più in generale, in Europa. Lo stesso dicasi per la scelta della formula della legge elettorale per la composizione dell’organo direttamente rappresentativo della sovranità popolare. Le forme giuridiche, da sole, non bastano a compensare la mancanza di contenuti. Se non si supera l’esasperazione relativistica e non si torna a un corretto approccio metodologico al pluralismo delle idee, l’assecondamento della crisi parlamentare mediante cambio della forma di governo non farà altro che acuire la polarizzazione sociale e far regredire ulteriormente il livello di confronto razionale tra le diverse parti.

Quando il relativismo si incista nel corpo sociale e politico, lo stesso bene comune perde la caratteristica di valore oggettivo da ricercare da parte di tutti, ciascuno con la propria identità, per divenire semplicemente terreno di affermazione soggettiva della parte volta per volta prevalente. E la democrazia, privata della tensione verso un bene comune oggettivo, perde la propria nobile anima di strumento di tutela del pluralismo e di condivisione sociale per divenire una variante dell’espressione di meri rapporti di forza.

In questo contesto, l’opera che è richiesta per superare la crisi della democrazia rappresentativa in Italia, ma più in generale in Europa, è culturale, ancor prima che istituzionale. Il mondo del diritto e quello della politica possono aiutare questa rinascita. La giurisprudenza, specialmente quella della corte costituzionale, deve fissare parametri obiettivi per i giudizi di razionalità e ragionevolezza che è chiamata a compiere, evitando il doppiopesismo che spesso la caratterizza nel senso di superare la norma quando si tratta di creare nuovi “diritti” frutto dell’approccio relativista e nichilista e di mostrare deferenza verso la discrezionalità del legislatore quando agisce come pubblica autorità nel comprimere le libertà dei cittadini.

I partiti dovrebbero selezionare la propria classe dirigente e rappresentativa in modo consequenziale rispetto ai valori da perseguire, privilegiando quindi il merito della qualità delle idee e della capacità di argomentare razionalmente, rispetto alla maggiore o minore fedeltà al capo di turno o capacità di “bucare lo schermo”. Così facendo, non ne perderebbero in termini di voti, ma ne guadagnerebbero. Sebbene il generalizzato scadimento porti spesso a ritenere il contrario, il senso comune della gente è ancora capace di distinguere la qualità. E non aspetta altro che di premiarla.

Francesco Farri

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