di Massimo Introvigne

Il giudice delle indagini preliminari di Napoli, con sentenza del 17 luglio 2015 di cui sono state ora depositate le motivazioni, ha assolto una coppia di Pozzuoli che si è recata in Ucraina – nell’ambito di un «turismo procreativo» sempre più diffuso – dove il seme dell’uomo italiano ha fecondato in vitro l’ovulo di una «donatrice». L’embrione così ottenuto è stato poi impiantato in un’altra donna ucraina, che lo ha partorito. Originariamente il bambino era stato registrato all’anagrafe ucraina come figlio della madre naturale, ma un giorno dopo è stato formato in Ucraina un nuovo atto di nascita, che indica invece come genitori la coppia di Pozzuoli. Tale secondo certificato è  poi stato trasmesso dalla cancelleria del Consolato italiano di Kiev all’ufficiale di stato civile di Pozzuoli. Secondo l’accusa, la coppia avrebbe così tentato di ingannare il Comune di Pozzuoli, presentando come proprio figlio naturale un bambino nato invece in seguito alla pratica dell’utero in affitto, illecita in Italia.
La sentenza di Napoli che assorbe i coniugi di Pozzuoli è innovativa rispetto a due note pronunzie precedenti: la sentenza della Cassazione del 26 settembre 2014 e quella del Tribunale di Milano del 15 ottobre 2013. Il Tribunale di Milano aveva considerato non di per sé illecita la pratica dell’utero in affitto in Paesi esteri – anche in quel caso si trattava dell’Ucraina – che la consentono, ma illecita la presentazione di false dichiarazioni a un ufficiale di stato civile italiano, anche se nel caso specifico la coppia era sfuggita alla condanna per ragioni procedurali.
La Cassazione, intervenendo ancora una volta su un caso di utero affittato in Ucraina, aveva invece escluso che la pratica dell’utero in affitto potesse essere lecita in Italia, e questo anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale che aveva aperto alla possibilità della fecondazione artificiale eterologa.
Il Tribunale di Napoli fa ora un passo avanti, perché – criticando esplicitamente la sentenza del 2014 della Cassazione, ma andando anche oltre la pronuncia di Milano – non solo considera lecita la pratica dell’affitto di utero in Ucraina, applicando la legge ucraina che la consente e non quella italiana che la vieta, ma assolve anche i coniugi campani dall’accusa di avere reso dichiarazioni false all’ufficiale di stato civile. Sostiene infatti che applicando anche qui la legge ucraina, sotto il vigore della quale si è formato il (secondo) certificato di nascita, e non quella italiana, i coniugi di Pozzuoli sono effettivamente i genitori del bimbo, perché tali li considera l’Ucraina, che alla donna che ha affittato il suo utero concede solo il «diritto di vedere riconosciuta la propria estraneità al rapporto di filiazione».
La sentenza napoletana, nei suoi rilievi critici alla Cassazione, sostiene che dopo la sentenza dalla Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa dovrebbero essere ammessi in Italia «progetti di genitorialità privi di legami biologici con il nato» diversi dal l’adozione, anche se rileva che si è di fronte a «scelte politiche non facili», con il rischio di sfruttamento delle donne che affittano il loro utero in Ucraina e altrove. Per il momento, la sentenza stabilisce però per chi vuole un figlio il «diritto di recarsi in un altro Stato» beneficiando della normativa più permissiva lì vigente.
È evidente che la questione non è soltanto giuridica. Coinvolge la problematica delle unioni civili omosessuali, come aveva francamente rilevato la sentenza di Milano, dal momento che il disegno di legge Cirinnà attualmente in discussione in Parlamento, consentendo all’articolo 5 nell’ambito della coppia omosessuale l’adozione del figlio naturale di uno dei conviventi, apre obiettivamente la strada all’utero in affitto. Come è noto, proprio l’articolo 5 è materia di forti perplessità all’interno dello stesso PD, dove c’è consapevolezza che la maggior parte degli italiani, come ha rilevato anche il sondaggio de «il Mattino», è contraria alle adozioni omosessuali e all’utero in affitto. Né si tratta di una questione dove ci si divide solo secondo le idee politiche. In Francia un manifesto contro l’utero in affitto è stato firmato da nomi storici della sinistra culturale e politica.
Anche a prescindere dagli omosessuali, la questione dell’affitto di utero pone chiari problemi etici. Si ha diritto di sottrarre il bambino appena nato alla madre naturale? Si ha diritto di sfruttare povere donne ucraine o di altri Paesi che accettano una gravidanza e un parto per conto terzi dietro un compenso che, come molte inchieste hanno dimostrato, finisce spesso in gran parte a dubbi intermediari quando non a organizzazioni criminali? Che dire della condizione, non infrequente come gli studi specializzati dimostrano, della madre «surrogata» che in gravidanza si affeziona al bambino? E del minore che, applicando leggi come quella ucraina, non potrà mai conoscere la sua vera madre?
Si resta, per usare un eufemismo, molto perplessi quando il solo formalismo giuridico pretende di risolvere questi problemi. Dovrebbe essere la politica a farsene carico, tenendo conto dei diritti prevalenti dei bambini, di principi etici largamente condivisi e anche del sentimento maggioritario degli italiani.

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