Simona Andrini
Ordinario di Sociologia del diritto al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di RomaTre

Desidererei in esordio ricordare l’insegnamento di un grande giurista, R.Orestano, maestro di scienza e di vita, che ci esortava a riflettere sul fatto che andando a fondo nello studio delle cose si possono proporre solo introduzioni e, dunque, parlare non di oggetti dati, ma, piuttosto, di semantiche di una metafora. E’ questo un monito che appare, a mio avviso, più che prezioso nel volerci approssimare al tema delle cosiddette fake news, nome esso stesso già virale, per intendere le notizie false.

Cosa sono infatti le fake news? Sono informazioni apparenti? Leggende metropolitane?  Mancate verità, non vere, ma verisimili? Fisionomie mimetiche? Apparenze che vivono di visibilità? Ed inoltre, sono loro ad essere false o la falsità è solo la nostra? Sono false solo perché non ci piacciono, ed allora fake news diviene il nome che il potere dà ad ogni informazione che lo disturba (che mina le sue fondamenta, che stimola il dissenso)?      Oppure, paradossalmente, sono invece vere proprio in quanto sono false? Ecco… semantiche di una metafora!

Del resto anche il prestigioso HLEG, High Level Group, il team di esperti nominati a novembre dall’Unione Europea, nel suo rapporto Multidimensional approach to disinformation in ordine alle fake news e alla disinformazione in rete, dopo 4 mesi di lavoro, 39 esperti chiamati, una consultazione pubblica ed un sondaggio che ha coinvolto oltre 25.000 cittadini, ha dovuto riconoscere che La vera minaccia è la disinformazione non le notizie false.  Questo perché gli esperti sono addivenuti alla conclusione (peraltro non così imprevedibile) che il termine fake news non riesce a cogliere la complessità del problema della disinformazione che comprende contenuti che non sono totalmente falsi, ma sono costruiti mescolando informazioni e fatti.  Quelle che in italiano si chiamavano le mezze-verità…

Era infatti del tutto prevedibile, ma era anche mediaticamente necessario e rassicurante, ricorrere al vieto, ma sempre efficace mezzo che si adopera quando si vuole mostrare efficienza nel dare una risposta: la nomina di una Commissione. Risposta che suggerisce in un mondo sempre meno decifrabile soluzioni di facile e immediata comprensione. L’informazione globalizzata costruisce ipotesi e domande generali ed aspira a risposte globali. Sono risposte improbabili, spesso insostenibili, frutto di semplificazioni, ma proprio per questo “mediaticamente efficaci.” Un esempio, l’anonimato. E’ efficace rassicurare sulla caccia all’individuazione dei colpevoli, come se non si sapesse che esistono programmi (Anonymous.ip e centinaia di altri) che impediscono l’identificazione del computer che si sta utilizzando e che, se pure una volta identificato (ponderoso impiego di investigatori e rogatorie), non assicura assolutamente l’identificazione del soggetto agente.

Il dissidio tra opinione e verità (doxa/alétheia) è tema assai antico, penso naturalmente ad Antifonte (La Verità) ad Averroè (La doppia verità) solo per ricordare i più noti, ma con particolare riferimento al responso del HLET, allorché parla di “contenuti non totalmente falsi ma costruiti mescolando informazioni e fatti”, mi piace ricordare quanto notava Aristotele, allorché affrontava il tema del Verisimile. “Verisimile” – dice Aristotele – è “ciò che il pubblico crede possibile”. “Val meglio un verisimile impossibile che un possibile verisimile”. Val meglio raccontare ciò che il pubblico crede possibile, anche se impossibile scientificamente, che non raccontare ciò che è possibile realmente se codesto possibile è rigettato dalla censura collettiva dell’opinione corrente.

Ancora, per rimanere nel mondo greco, il tema, assai più grave, della perdita del valore della Verità che troviamo nel Teteeto di Platone, ove è posto il tema dell”Eristica. Come noto, l’eristiké tékne era l’arte di combattere dialetticamente al fine di far prevalere la propria tesi, ma (qui la differenza con la dialettica) indipendentemente dal suo contenuto di verità. (Aristotele la definirà una degenerazione della prima Sofistica). Platone nel Teteeto si scaglia – dandone un ingiurioso appellativo – contro coloro che, forti di tale abilità, fanno uso di quelle ‘argomentazioni false e ingannevoli che consentono di irretire l’interlocutore’ e li chiama con disprezzo “mercenari di parole” (definizione che perfettamente calza, a mio avviso, per definire oggi gli spin doctors).

Nessun rimpianto, in queste mie brevi citazioni, dell’avara saggezza del nihil sub sole novi, ma solo il desiderio, richiamando il pensiero greco, di evidenziare come, se si vuole affrontare il tema dell’uso strumentale del discorso, non possa venire eluso il problema della Verità. Tema oggi più che mai impolitico, in un mondo, come l’attuale, che ha abbandonato l’idea e il concetto di universale (uni-versum) e che, accogliendo a braccia aperte il relativismo, induce al rifiuto di valori assoluti. Voglio dire per es. che le coppie oppositive buono/cattivo, bello/brutto, giusto/ingiusto, vero/falso ridiventano – come per i canonici di Port Royal – nulla più che aggettivi funzionalmente intercambiabili.

In tal senso invocare oggi la parola verità, tragicamente, richiama lo shakespeariano ‘Orazio tu parli di nulla’. Infatti, l’invocazione è ipocrita (Ypokrites, come noto, è colui che parla dietro la maschera); essendo divenute Verità ed Etica null’altro che presunzioni che il sistema sottrae all’uomo. In tal senso, forse, quella verità oggi così evocata a gran voce come baluardo contro le false notizie altro non è se non povera forma di una semplificazione simbolica; trionfo e dominio della fatticità e positività nelle quali sovente banalità e orrore si specchiano reciprocamente.

Peraltro si crede a ciò che si vuol credere lo ricorda esemplarmente Simmel. La menzogna, corrisponde alle aspettative di chi l’ascolta…nega e nasconde la verità tuttavia ha bisogno di sapere, ossia di possedere un’‘intelligenza’ delle aspettative di verità di chi vuole ingannare. Per questo è assai grave quanto sta succedendo con l’utilizzo illecito di dati raccolti attraverso Facebook da Cambridge Analytica. Circa 50 milioni di utenti sarebbero stati tracciati; per questo, assai pericolosa e grave è la proposta di lasciare a Facebook e simili una censura preventiva (cosa che peraltro già in parte fa).

In tal senso appaiono illogici e pericolosi i progetti di attribuire ad un privato compiti di giustizia, lasciando che lo Stato rinunci al principale dei suoi compiti, punire i reati. Inoltre, a fronte del rischio di pagare ingenti multe, ogni informazione di pubblico interesse (come tale necessariamente destinata a scontentare qualcuno) sarà preventivamente censurata, se pensiamo a quanto labile sia il confine vero / falso. Si pensi, ad esempio, all’omeopatia sulla cui utilità si vedono oggi battagliare scienziati e medici che, pur non allineati alla doxa verace, non possono certo solo per ciò essere annoverati come stregoni. Anni di semiotica, del resto, ci avevano ben insegnato che accanto ai linguaggi che constatano, descrivono, ordinano dei fatti, ne esistono altri di ridescrizione e metamorfosi della realtà: l’obiettività non esiste (le cosiddette ‘scelte tragiche’ sono lì a dimostrarlo). Del resto – Quid est veritas? – è la terribile risposta di Pilato – proprio nelle aule dei tribunali la verità diviene qualcosa di mutevole, di veri-simile, perché nessuno può dire davvero ove essa si celi. La verità processuale per prima non è una verità assoluta, ma solo verità giudiziale (quanto risulta agli atti).

Nel processo penale o civile che sia, nel Mistero del processo, come recita il libro del grande Salvatore Satta, viene a costituirsi un mondo parallelo all’interno del quale si costruisce la verità giudiziale che può tendere, ma non necessariamente corrisponde alla Verità. Anche se – lo esempla icasticamente Calamandrei – esiste una differenza, in effetti, tra l’elegante e ammirevole ‘maestria’ dell’accorto schermitore e le trappole grossolane dell’imbroglione. Il problema semmai è il fatto che nei social – come canta Basilio nel Barbiere di Siviglia: la calunnia…è un venticello, un’auretta assai gentile, insensibile e sottile e, soprattutto, che non ha bisogno di essere dimostrata perché, attenzione, qualificare un dato come un ‘fatto’ significa asserire che un sintomo è stato ormai trasformato definitivamente in segno.

Si dice, saggiamente, non censura, ma principio di responsabilità. Benissimo certo, ecco un altro grande valore che però nelle nostre società appare viaggiare sempre più in incognito, financo in quei paesi ove l’Etica protestante è più consolidata… Perché non possiamo sorvolare sul fatto che, ad es., un fattore di incentivo alla diffusione di notizie false è costituito dalla facilità di tramutarle in strumento di attrazione di investimenti pubblicitari. Le notizie con molte visualizzazioni generano ricavi per molti soggetti. Vere o false che siano! Dal punto di vista sociale, inoltre, il miglior antidoto, valido strumento di difesa contro la diffusione di fake news, sarebbe sempre l’istruzione e la crescita culturale che sola permette (il grande assente) il discernimento e l’autonomia di giudizio, ma, forse, non c’è bisogno di citare Orwell, per rendersi conto che è proprio di questi che si vuole far perder traccia. Non a caso nelle politiche sociali io non sento più parlare di istruzione come investimento…. Sento, invece, con accelerazione crescente, parlare di alfabetizzazione informatica e linguistica (il solito inglese), fatti questi che esitano invariabilmente nel secondare quelle letture veloci e sommarie che si fermano ai titoli, piuttosto che addentrarsi nell’esame dei contenuti.

Le notizie false, come abbiamo visto, ci sono e ci sono sempre state, ma sarebbe davvero ingenuo credere che siano esse il vero il problema. Il vero problema che in maniera carsica sottende la vexata quaestio, e di questa impunemente si fa schermo, è – senza aver paura delle parole – un problema di potere e potenza mondiale e, a fronte di ciò, non credo che il dettato normativo da solo possa davvero difenderci; non è un caso, io credo, che non si senta mai citare il nostro Codice penale che invece le prende abbastanza sul serio: calunnia (da 2 a 6 anni) se attribuiscono falsamente responsabilità penali a chi è innocente. 2) diffamazione (fino a 3 anni) quando sono idonee a pregiudicare l’altrui reputazione. 3) notizie false e tendenziose (fino a 3 mesi o somma di danaro) quando sono atte a turbare l’ordine pubblico.

Il fatto è che, allorquando i pozzi sono avvelenati, è difficile che alcuna legge possa da sola purificare le fonti inquinate perché, come ammoniva Adorno: ‘Chi non commisura le cose umane a ciò che esse vogliono per davvero significare le vede alla fine in modo non solo superficiale, ma falso! ’

 

 

 

 

 

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