fbpx

Sisifo è un personaggio della mitologia greca noto per la sua punizione nel Tartaro, descritta nel mito di Sisifo raccontato da Albert Camus nel suo celebre saggio “Il mito di Sisifo”. Secondo la leggenda, Sisifo fu condannato dagli dei a un’eterna punizione: doveva far rotolare una roccia immensa su una collina, solo per vederla rotolare giù quando raggiungeva la cima, costringendolo a ricominciare in un ciclo senza fine. Questo mito è stato ampiamente interpretato in campo filosofico, soprattutto grazie alla visione di Camus. La sua prospettiva esistenzialista vede Sisifo come un simbolo della condizione umana. La sua punizione, l’eterna ripetizione di un compito assurdo e senza senso, riflette l’assurdità della vita stessa. Nonostante la fatica e la determinazione nel compiere un compito che non porta a nessuna conclusione soddisfacente, Sisifo continua a farlo. Filosofi come Camus vedono in Sisifo la rappresentazione della lotta umana contro un universo apparentemente indifferente e assurdo. La sua determinazione nel continuare nonostante la mancanza di senso riflette la condizione umana di fronte a un mondo che può sembrare privo di significato. Camus conclude che “bisogna immaginare Sisifo felice” nonostante la sua punizione, poiché la consapevolezza della condizione umana e l’accettazione dell’assurdità della vita possono condurre a una sorta di libertà interiore. Il mito di Sisifo è diventato un simbolo di resistenza, perseveranza e accettazione della vita nonostante le difficoltà e la mancanza di un significato oggettivo. La sua storia offre un’opportunità di riflessione sull’esistenza umana, la fatica e la ricerca di significato in un mondo che può apparire senza senso.

Nella Nekyia[1] omerica Sisifo compare a fianco di Tantalo e Tizio tra coloro che Odisseo vede puniti negli Inferi: egli è intento ad una fatica impossibile e senza senso, che consiste nello spingere un enorme masso sulla sommità della collina, dalla quale era inesorabilmente destinato a ricadere verso il basso: «E anche Sisifo vidi, che dure pene soffriva: un masso enorme reggeva con entrambe le braccia e, puntando i piedi e le mani, lo spingeva in alto, verso la cima di un colle. Ma quando stava per superare la vetta, allora una forza violenta [kratáiis] lo precipitava all’indietro: rotolava di nuovo a terra quel masso dannato. Ancora una volta spingeva, con il corpo teso, dalle membra scorreva il sudore, dal capo saliva la polvere» (Odissea, XI, vv. 593-600).

Iniziamo a conoscere Sisifo nel contesto della tradizione letteraria occidentale come protagonista di una pena estenuante. Non sappiamo – sia pure inizalmente – quale colpa egli abbia commesso. Ma sappiamo quale kratáiis, quale «forza violenta», su di lui si imponga. E sappiamoinoltre che quella pena non avrà mai fine. Che quel «masso dannato», proprio quando starà per superare la vetta del colle, proprio allora rotolerà di nuovo a terra. È dunque Omero a introdurci originariamente nelle vicende di questo personaggio. Di lui, nel poema sulla guerra di Troia, l’aedo dice che fu «il più astuto fra gli uomini»[2] .

Ma nulla ci dice della colpa dalla quale sarebbe scaturito il castigo che lo ha reso famoso. Altre fonti parlano di lui come figlio di Eolo, fondatore di Efira (l’antico nome della città poi chiamata Corinto), e sposo di Merope figlia di Atlante. Dalla loro unione nasce un figlio, Glauco, e da questi e da Eurimede Bellerofonte, colui che uccise la Chimera dal respiro di fuoco.[3]

Le stesse fonti, comunque successive a Omero, nel ricordare la pena a lui inflitta – «con le mani e la testa fa rotolare un masso e cerca di spingerlo in alto; ma il masso, da lui sospinto, è respinto di nuovo all’indietro»[4] –indicano anche la colpa da lui commessa. Zeus aveva rapito Egina, figlia di Asopo, e Sisifo avrebbe rivelato al padre di Egina il nascondiglio nel quale il nume olimpico aveva nascosto la fanciulla.[5]

Dopo aver scoperto il tradimento di Sisifo, Zeus chiede ad Ade di inviare Tanato per catturare Sisifo e imprigionarlo nel Tartaro. Sisifo, però, riesce a ubriacare Tanato e lo lega, impedendo così alla morte di manifestarsi. Questo porta Ares a notare che durante le battaglie nessuno muore più, rendendole prive di senso. Ares si muove per prendere Sisifo, liberando Tanato e riportando Sisifo nel Tartaro.

Sisifo aveva proibito alla moglie Merope di seppellire il suo corpo, dandogli quindi motivo di protesta contro l’azione empia della moglie. Persefone decide di farlo tornare sulla terra per tre giorni affinché la moglie possa svolgere i riti funebri. Sisifo ritorna nel mondo dei vivi, ma non costringe la moglie a seppellirlo. Gli dei inviano Hermes per riportarlo negli Inferi. Altre versioni raccontano che Sisifo potesse tornare nel mondo dei vivi non per volontà di Persefone, ma di Ade stesso, a condizione di ritornare entro un giorno.

Anche in questo caso, Sisifo viola l’accordo rimanendo nel mondo dei vivi.Per la maggior parte degli studiosi contemporanei,[6] l’incessante sforzo di Sisifo assume diverse sfaccettature come una punizione proporzionata alla sua colpa, seguendo la rigorosa logica del contrappasso. Poiché ha cercato di trasferirsi dal mondo degli Inferi al mondo terreno, procedendo dal basso verso l’alto, ora è condannato a sperimentare un movimento inverso simmetrico, in cui la roccia che spinge rotola implacabilmente dall’alto verso il basso. Nella sua continua lotta per spingere la roccia verso un’altura dalla quale è inevitabilmente destinata a cadere, Sisifo è obbligato a ripetere questo ciclo e ad affrontare incessantemente il fallimento.

Questo simboleggia l’impossibilità di transizione tra due mondi e, soprattutto, il fallimento di ogni tentativo di sconfiggere la morte. Il movimento eterno e ciclico tra due estremi rappresenta la nullificazione di ogni progresso: è un’oscillazione circolare e periodica che non produce alcun avanzamento, poiché non raggiunge mai un punto finale diverso dal punto di partenza. La roccia di Sisifo si muove incessantemente, ma il suo movimento è comunque la negazione di qualsiasi spostamento significativo.

“Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza1 ”[7]. Sisifo è l’eroe assurdo: è condannato dagli dei a spingere un masso sulla cima di un monte che, ogniqualvolta raggiunge la vetta, precipita nuovamente verso il fondo. Il suo è “l’indicibile supplizio, in cui tutto l’essere si adopra per nulla condurre al termine […] [Questo mito è tragico] perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, a ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire?”[8]

Qui è necessario fare una precisazione. La colpa del figlio di Eolo non risiede nell’inganno, nell’uso subdolo dell’astuzia o nel raggiro ai danni di Persefone o di Ade. Non è neanche concepibile che una punizione così severa possa derivare da una violazione in sé veniale, in alcuni aspetti non condannabile, come quella di rivelare ad Asopo il luogo in cui Zeus aveva nascosto la giovane ninfa rapita. Stiamo affrontando qualcosa di fondamentalmente diverso, che non può essere ricondotto alla “semplice” categoria della hýbris e non può essere assimilato ad altre forme di colpa. Sisifo, insieme ad altri personaggi[9] che possiamo chiamare i “grandi colpevoli”, è responsabile di qualcosa di ben più grave: una condotta che richiede una sanzione proporzionale alla gravità dell’azione compiuta. Sisifo ha cercato di oltrepassare i limiti dell’umanità, ha tentato di violare la regola più importante, secondo la quale la distinzione fondamentale tra dèi e uomini è che i primi sono immortali, mentre i secondi sono brotói (mortali), sono soggetti all’implacabile potere di Thanatos.

Sisifo, definito “il più astuto fra gli uomini”, ha impiegato la sua astuzia in un progetto sacrilego, tentando di cancellare la linea di demarcazione tra vita e morte. Il suo intento era di riportare indietro ciò che inevitabilmente dovrebbe rimanere nell’oltretomba, annullando così il principio di identificazione della condizione umana e sfidando il vincolo ineludibile della morte.

Il comportamento di questo discendente di Eolo non si è limitato a una colpa circoscritta; ha cercato di sovvertire un ordine, trasgredendo una regola fondamentale che regola il passaggio dalla vita alla morte come un processo necessario e irreversibile. La punizione inflittagli riflette vividamente l’inutilità del suo sforzo: nonostante sembri avvicinarsi alla sua meta, il tentativo di riportare in vita ciò che è caduto negli Inferi è inevitabilmente destinato al fallimento. Come si può comprendere, queste riflessioni, ispirate dalla storia esemplare di Sisifo, conducono al nucleo di un problema fondamentale, che può essere riassunto nei seguenti termini.

Nel mondo dell’antica Grecia, la concezione di Díke richiede che ci sia sempre una proporzione tra le colpe commesse e le pene inflitte, come suggerito anche dall’immagine della bilancia che accompagna spesso il concetto di Giustizia. Implicitamente, si presume che chi subisce una pena possa migliorare attraverso questa esperienza, trarne beneficio e in qualche modo “guarire” dalla colpa commessa. È evidente che questo ragionamento non si applica a coloro che sono considerati “incurabili”, per i quali la pena non può fungere in alcun modo come “rimedio”.

I “grandi colpevoli”, tra cui Sisifo, soggetti a pene eterni, non hanno la possibilità di guarire. La loro unica funzione è diventare esempi paradigmatici, ossia modelli esemplari utili per gli altri. Se osserviamo la situazione dal loro punto di vista, “la pena è doppiamente vana… Non esiste rimedio per i loro mali e per la loro anima.

Non c’è espiazione. Non pagano nemmeno per la loro colpa, poiché certi crimini non possono essere compensati ma dalle loro sofferenze possono trarre insegnamento tutti gli altri.

Se la pena non può fungere come una forma di compensazione giusta e contraccambio per la colpa commessa, diventa insensata, analogamente al futile sforzo di Sisifo. La sola funzione residua che può essere attribuita alla pena è quella di agire non come una punizione proporzionale alla colpa, bensì come un modello o esempio per gli altri. Ciò implicherebbe una situazione in cui il colpevole non subisce una pena equivalente al suo crimine, ma serve piuttosto come deterrente e vantaggio per gli altri.

In questo contesto, la sanzione non avrebbe alcun valore “curativo” per il colpevole, poiché la sua condanna avrebbe l’unico scopo di scoraggiare gli altri dal commettere la stessa colpa.

Daniele Onori


[1] Presso gli antichi greci, sacrificio o rito con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio. La parola è usata per indicare tradizionalmente il libro XI dell’Odissea, in cui si narra l’episodio dell’evocazione dell’indovino Tiresia, compiuta da Ulisse prima di discendere nel regno dei morti; per analogia, la nvirgiliana, il libro VI dell’Eneide, che, riprendendo il tema omerico, narra la discesa di Enea nell’Averno per consultare, con la scorta della Sibilla cumana, il padre Anchise.

[2] Iliade, VI, v. 133

[3] Apollodoro, I miti greci, I, 9, 3, 85 sgg

[4] La furbizia di Sisifo, destinata a diventare proverbiale, è attestata da un episodio raccontato da Igino: Hermes concesse a suo figlio Autolico di diventare il più abile dei ladri e «di non venire mai sorpreso in flagrante; gli concesse anche di mascherare nella forma che desiderava qualsiasi cosa avesse rubato … [Autolico] aveva l’abitudine di razziare il bestiame di Sisifo … ma Sisifo … per poterlo smascherare incise un segno sotto lo zoccolo delle pecore» (Miti cit., p. 133).

[5] In altri luoghi il racconto di Apollodoro si fa più dettagliato: «Andando alla ricerca della figlia Egina, Asopo giunge a Corinto e viene a sapere da Sisifo che colui che l’ha rapita è Zeus. Si diede allora a inseguire il dio che lo colpì col fulmine e lo ricacciò nel suo letto (è per questo che ancor oggi nel letto del fiume si trovano pezzi di carbone), portò Egina nell’isola che allora era chiamata Enone e che oggi, dal nome della fanciulla, viene detta, appunto, Egina, e qui si unisce a lei che gli dà un figlio, Eaco» (I miti greci cit., III, 12, 157-58)

[6] Cfr. soprattutto Ezio Pellizer, La peripezia dell’eletto. Racconti eroici della Grecia antica, Sellerio, Palermo 1991; William J. Henderson, Theognis 702-12. The Sisyphus-exemplum, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», n. s., XV, 3, 1983, pp. 83-90; Christiane Sourvinou-Inwood, Crime and Punishment. Tityos, Tantalos and Sisyphos in «Odissey» 11, «Bulletin of the Institute of Classical Studies», 33, 1986, pp. 37-58; Carlo Brillante, Sisifo, in AA.VV., Orazio. Enciclopedia Oraziana, Istituto della Enciclopedia Italiana, II, Roma 1997, pp. 488-89.

[7] A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2017, p.117

[8] Ivi 118-119

[9] La prima attestazione nella letteratura latina dell’elenco dei grandi dannati si legge ai vv. 978-1012 del III libro del De rerum natura, nel quale si affronta il tema della natura mortale dell’anima, uno dei caposaldi della dottrina epicurea. Da essa discende la convinzione che l’Ade non esista (v. 25 at nusquam apparent Acherusia templa) e che non bisogna credere ai regni delle tenebre né ai mostri terrificanti creati dalla superstizione religiosa e diffusi dalla poesia che se ne era fatta portavoce. La condanna dell’arte che diffonde false credenze spinge Lucrezio a gareggiare con modelli illustri e ad arricchire l’intero brano di raffinate immagini letterarie, valorizzate anche dall’uso della sermocinatio e della fictio personae; in questo complesso di argomentazioni e reminiscenze letterarie il poeta pone due liste, una formata dalle figure mitiche di peccatori relegati nel profondo degli Inferi (vv. 978-1012) e l’altra da 6 grandi personaggi defunti, che si distinsero per i loro meriti nella politica, nell’arte e nel pensiero3Il modello a cui Lucrezio si ispira per la visione drammatica dell’Acheronte profondo è la nekyia omerica (Odyssea, XI, 84 ss.) nella quale Odisseo incontra anche coloro che hanno compiuto empietà mostruose verso gli dèi: Tizio che tentò di violare Latona, Tantalo che imbandì carne umana agli immortali e Sisifo, ingannatore di Persefone. La lista completa5 comprende, oltre ai personaggi presenti nell’Odissea, anche Issione, che attentò ad Era, e le Danaidi, assassine dei propri sposi.

.

Share