fbpx

Il pubblico ufficiale, nel redigere l’atto di nascita di un minore nato in Italia, non può indicare quali genitori persone dello stesso sesso ed è pertanto legittimo il suo rifiuto al ricevimento della dichiarazione di riconoscimento da parte della c.d. “madre intenzionale”. La Cassazione, con l’ordinanza n. 511/2024 pubblicata l’8 gennaio 2024, ha ribadito che gli atti di nascita formati in Italia non possono contenere l’indicazione di due “mamme” poiché detta indicazione contrasterebbe con quanto previsto dall’ordinamento italiano[1] .

Gli atti di competenza degli ufficiali di stato civile, fra cui gli atti di nascita di persone nate in Italia, devono essere formati nel rispetto di quanto previsto dalla legge italiana e più precisamente dal DPR n. 396/2000. Le norme che disciplinano la formazione di questi atti sono “ad applicazione necessaria” in quanto hanno la funzione di regolare l’attività della pubblica amministrazione. Ne deriva che l’ufficiale di stato civile non ha alcuna discrezionalità operativa: deve applicare la legge e deve rispettare i limiti che l’ordinamento ha previsto in merito alla sua attività, fra cui il divieto di enunciare negli atti che forma «dichiarazioni e indicazioni diverse da quelle che sono stabilite e permesse da ciascun atto» (art. 11, comma 3 del DPR n. 396/2000). Gli atti dello stato civile sono inoltre “atti a contenuto vincolato” in quanto, secondo il disposto dell’art. 12 del DPR n. 396/2000, devono essere redatti «secondo le formule e le modalità stabilite dal Ministro dell’Interno».

Sulla base di queste considerazioni, la Prima Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione, ha ribadito che è legittimo il rifiuto opposto dall’ufficiale di stato civile alla richiesta di indicare nell’atto di nascita, oltre al nome della madre del bambino (ossia colei che lo ha partorito), anche il nome di un’altra donna quale “madre intenzionale”, poiché la legge italiana non lo consente (l’art. 250 cod. civ. fa infatti riferimento a genitori di sesso diverso: «il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dal padre e dalla madre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento»).

La Cassazione ha così posto fine ad un contenzioso iniziato nel 2016 e che aveva tratto origine dalla pretesa di due donne unite civilmente (una di nazionalità italiana e l’altra statunitense) di ottenere un certificato di nascita recante entrambe come madri del bambino che era stato partorito in Italia da una delle due a seguito di fecondazione eterologa eseguita all’estero (Danimarca), con l’accordo di entrambe.

L’ufficiale di stato civile di Pisa, applicando correttamente la legge, si era rifiutato di ricevere la dichiarazione di riconoscimento di filiazione naturale da parte della c.d. “madre intenzionale”. Le due donne si erano allora rivolte al Tribunale di Pisa, chiedendo l’accertamento dell’illegittimità del rifiuto dell’ufficiale di stato civile e la rettificazione dell’atto di nascita con l’indicazione di entrambe come genitori del bambino.

Le domande erano state respinte dal giudice di primo grado, che aveva ritenuto corretto l’operato dell’ufficiale di stato civile, osservando che la legittimità del rifiuto opposto si fondava sui limiti previsti dalla legge 40/2004, che non ammette la fecondazione eterologa per le coppie formate da persone dello stesso sesso (cfr. art. 5, secondo cui «possono accedere  alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di  maggiorenni  di  sesso  diverso,  coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi»), limite che la Consulta, come noto, ha riconosciuto pienamente conforme ai principi costituzionali (cfr. Corte cost. n. 221/2019).

Proposto dalle due donne il reclamo avverso la sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Firenze accoglieva le loro doglianze, ritenendo che la fattispecie fosse riconducibile all’art. 33 della legge 218/1995 (legge che disciplina il diritto internazionale privato) in materia di filiazione – in ragione della cittadinanza americana della madre biologica del bambino – con la conseguenza di poter applicare la legge statunitense anziché la legge italiana.

La Cassazione ha tuttavia ritenuto errata, sotto diversi profili, l’impostazione della Corte di Appello, la quale ‒ si legge nell’ordinanza n. 511/2024 (p. 16) − ha realizzato «una evidente violazione di legge perché ha consentito la formazione, attraverso un’operazione interpretativa della normativa americana, di un atto di nascita di un bambino nato in Italia con l’applicazione diretta del diritto straniero, laddove ciò non è consentito all’ufficiale di stato civile in ragione del precipuo e limitato esercizio dei poteri di carattere pubblico attribuitigli, da cui esorbitano quelli costitutivi dello status filiationis, status che può conseguire alla diretta applicazione della legge nazionale ex art. 231 e seg. cod. civ.  ed ex lege n. 40/2004, ove ne ricorrano i presupposti ivi previsti».

La Suprema Corte ha pertanto cassato senza rinvio la decisione della Corte di Appello di Firenze, con il rigetto dell’originaria domanda ed ha condannato le due donne alla refusione delle spese dell’intero giudizio.

Daniela Bianchini


[1] Per precedenti articoli già pubblicati sul sito del Centro Studi Livatino in materia, si veda: D. Bianchini, Il tribunale di Arezzo applica la legge e dice no all’indicazione di due mamme sull’atto di nascita, 23 novembre 2022 in https://www.centrostudilivatino.it/il-tribunale-di-arezzo-applica-la-legge-e-dice-no-allindicazione-di-due-mamme-sullatto-di-nascita/; M. Prandi-A.R.Vitale, Tribunale di Pisa e trascrizione dell’atto di nascita del figlio di due donne, 9 agosto 2021, in https://www.centrostudilivatino.it/tribunale-di-pisa-e-trascrizione-dellatto-di-nascita-del-figlio-di-due-donne/.

Share