Nell’era dell’intelligenza artificiale, tempo, amore e diritto restano le tre prove irriducibili dell’esistenza dell’uomo e della sua differenza dalla macchina.
Aldo Rocco Vitale
«La Terra potrà divenire uno zoo senza mura né recinzioni, letteralmente un terrario, irradiata da luce solare e solitudine, ed un circostanziale buffetto da parte delle nostre balie meccaniche per tenerci in riga, una mano generosa da noialtri salutata per il bene comune»:[1] così termina il celebre volume – oramai di un decennio or sono – di Jerry Kaplan, dal significativo titolo “Le persone non servono”, con cui si ipotizza un’esistenza interamente consegnata alle macchine e in cui quasi tutte le attività, soprattutto lavorative, saranno svolte da robot e gestite dall’intelligenza artificiale senza più la necessità dell’intervento umano.
Sintetizzando il lavoro kaplaniano, si potrebbe pensare ad una vita senza il fattore umano, ad una Terra con l’uomo del tutto inerte e neutralizzato, ad un’era della storia in cui l’uomo potrebbe perfino non esserci e in cui tutto sarebbe ugualmente funzionante.
Se nei secoli si è cercata dapprima la prova dell’esistenza di Dio, successivamente la prova dell’esistenza della libertà, e infine la prova dell’origine dell’universo, oggi, nell’epoca in cui molti degli scenari profetizzati da Kaplan si stanno concretizzando, si è giunti al punto in cui sempre più pressante è divenuta l’esigenza di fornire la prova dell’esistenza dell’uomo specialmente nell’epoca del post-umano e del trans-umano.[2]
La questione è senza dubbio ben più complicata e articolata di come qui si possa delineare, ma empiricamente ciascuno di noi può sperimentarla tutte le volte in cui una semplice pagina internet, al fine di andare avanti con le operazioni volute (pagamenti, iscrizioni, compilazioni di form ecc), richiede la prova di non essere un robot, mettendo già automaticamente in dubbio l’umanità dell’utente che vi accede.
Ciò considerato, oltre il dato meramente empirico, vi sono almeno tre prove dell’esistenza dell’uomo che tracciano la distinzione tra la vita umana e la vita non umana: il tempo, l’amore e il diritto.
Sono tre dimensioni drasticamente tra loro differenti e, tuttavia, tutte accomunate dal loro radicamento profondamente e ineludibilmente umano e a cui lo stesso uomo odierno è sempre più diseducato. Pur ciascuna diversamente secondo le proprie specifiche modalità, tutte e tre esprimono, traducono e rivelano l’essere dell’uomo e l’umanità dell’essere segnando la linea di demarcazione tra ciò che è uomo e ciò che è macchina proprio in un tempo in cui tale differenza si assottiglia sempre più fino quasi a scomparire del tutto.
La prima dimensione da analizzare è quella del tempo.
L’uomo, infatti, è un essere temporale, che si determina nella dimensione non solo spaziale di dominio della terra, ma anche e soprattutto in quella temporale, dal suo più elementare senso anagrafico a quello più complesso di ordine storico ed esistenziale. L’uomo è uomo in quanto animale temporale, che nasce, vive e muore all’interno dell’orizzonte di senso del tempo. Il tempo è la cifra caratterizzante dell’esistenza umana come esperienza parentetica oltre l’istantaneità del momento che si addice agli animali, ma ancora al di qua dell’illimitatezza dell’eternità che contraddistingue il divino.
L’uomo vive nel tempo, l’uomo soffre nel tempo e perfino per il tempo, nella caducità della consapevolezza di essere temporalmente limitato e nella precarietà temporale di questa stessa consapevolezza.
Non c’è tempo che non avverta l’uomo della sua fine, e non c’è fine che non riveli l’inesorabile travolgimento umano da parte del tempo.
Il tempo è l’umano e l’umano è il tempo, poiché non c’è umanità al di fuori del tempo e non c’è tempo al di fuori dell’umanità, a tal punto che l’uomo non può vivere né morire al di fuori del tempo, pur essendo il tempo qualcosa di evidente e anche di così oscuro e misterioso, così volatile e pur così determinante, che sfugge dalle mani, ma che avvolge l’intero essere dell’uomo.
L’antica saggezza greca non a caso distingueva la tripartizione tra Cronos (Χρόνος), Aion (Αἰών) e Kairòs (Καιρός), intendendo con il primo il mero scorrere sequenziale e quantitativo del tempo, il tempo misurato e misurabile come accade con gli anni, le ore o i minuti, con il secondo il tempo ciclico e immutabile, come l’eternità, e con il terzo, infine, il tempo in senso qualitativo, come l’istante propizio o quello in cui si percepisce la propria stessa umanità.
L’uomo, diversamente dalla macchina che è irrimediabilmente a-temporale (un treno è un treno sempre e comunque), dunque, è un essere che si intreccia al tempo e il tempo, diversamente dalle capacità della macchina, è una funzione della natura dell’uomo in quanto essere e in quanto umano.
Il tempo, dunque, è la prima insopprimibile prova dell’esistenza dell’uomo.
La seconda dimensione da considerare è l’amore.
L’amore, purtroppo, è oggi la cosa più abusata, equivocata e svalutata dell’intera esperienza umana, ma non per questo meno dignitosa e necessaria come prova dell’esistenza dell’umano.
L’amore non è la mera infatuazione transeunte, né una generalizzata e generalizzabile forma di collettiva unione di afflati o di solidarietà, né l’istintivo sentimento di qualcuno verso qualcun altro, ma è qualcosa di più e di ben diverso, poiché è l’unione stabile di ciò che la natura ha preteso come diviso.
La macchina, infatti, per quanto sofisticato sia il suo intelletto sintetico – come descritto da Kaplan e da tutti i suoi epigoni – non può e mai potrà amare in quanto del tutto priva non solo e non tanto di coscienza, quanto e soprattutto di anima.
L’anima è ciò che rende umano l’umano, l’anima è la casa dell’essere dell’uomo, è la custode dell’essere in grado di amare ed essere amato, è la sede del suo essere capax libertatis, capax amoris, e, ultimativamente e specialmente, capax Dei.[3]
Anche in questo caso, nel caso dell’amore cioè, attraverso quella feconda successione tra pensiero greco e innovazione cristiana che la storia ci ha offerto, si è stratificata una specifica tripartizione secondo la gradazione crescente dell’intensità amorosa della philia (φιλία), dell’eros (ἔρως), e infine dell’agape (ἀγάπη) mettendo in evidenza la ricchezza e la profondità dell’amore quale prova dell’esistenza dell’uomo.
Se l’amore dell’amicizia è condivisione della sorte, anche e soprattutto di quella avversa dell’amico, secondo la felice intuizione di Etienne Gilson,[4] l’amore dell’eros non soltanto è il superamento della distanza fisica che connota l’amicizia, ma costituisce quell’approvazione della vita fin dentro la morte, secondo la ricostruzione di Georges Bataille,[5] mentre, infine, l’amore come agape è il trascendimento conservativo e all’un tempo innovativo di ogni altro tipo di amore quale è l’amore divino del Dio creatore, di quel Deus caritas est che si incarna nel dono di sé per l’uomo sua creatura, attraversando e sconfiggendo la morte, secondo gli insegnamenti di Benedetto XVI.[6]
Nulla di tutto ciò è possibile nel mondo della macchina, poiché la macchina è priva di anima, poiché la macchina non ama altre macchine, poiché la macchina non può essere amata o amante, poiché la macchina si muove e sempre si muoverà al di fuori della compassione amicale, della relazione erotica, della donazione agapica.
L’amore, dunque, è la seconda irrefutabile prova dell’esistenza dell’uomo.
La terza dimensione da ponderare, infine, è il diritto.
Il diritto esiste come ombra dell’umano alla luce della giustizia, per cui in tanto vi è diritto in quanto vi è l’uomo, tanto che non può darsi diritto senza o perfino contro l’uomo senza che ogni provvedimento legale divenga perversione del diritto, secondo la saggezza del pensiero di S. Tommaso d’Aquino.[7]
L’invenzione (nella sua accezione etimologicamente originaria di “scoperta”) del diritto altro non è, infatti, che la scoperta dell’umano secondo la cifra della relazionalità meta-emotiva della ragione naturale. Ecco perché Aristotele aveva già compreso e insegnato che «la legge è ragione senza passione».[8]
Anche nella dimensione giuridica, peraltro, si osserva una irrinunciabile tricotomia che ne dispiega la complessità, trovandosi, infatti, da sempre riconosciuto il diritto umano, il diritto naturale e, infine, il diritto divino.
Con il diritto umano l’uomo regola i rapporti tra se stesso e i propri simili secondo le specificazioni singolari date dal tempo, dalla cultura e dagli interessi particolari; con il diritto naturale l’uomo riconosce l’universalità meta-normativa e meta-storica – contro cui non può dirigersi il diritto umano – della sua dignità quale bene giuridico insopprimibile in lungo e in largo nello spazio e nel tempo; con il diritto divino, infine, l’uomo ammette la propria finitudine ontologica riconoscendo i propri doveri nei confronti del Dio creatore.
In tutte e tre le predette manifestazioni della giuridicità la macchina non trova alcun ruolo poiché la macchina non ha soggettività, non ha dignità, non ha creaturalità.
Il diritto peraltro, in tutte e tre le suddette epifanie, implica la libertà e la responsabilità dell’essere umano, dimensioni precluse alla macchina proprio perché quest’ultima è priva dell’anima – come già detto – e della coscienza che è «la porta attraverso la quale l’eterno entra nel tempo»,[9] secondo la fortunata intuizione di Romano Guardini, nonché l’organo con cui l’uomo impara a distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto.
Il diritto, allora, è la terza incontrovertibile prova dell’esistenza dell’uomo.
Tutto ciò considerato, tuttavia, occorre tenere altresì presente, seppur in conclusione, che tanto più si approssima l’alba radiosa dell’era dell’AI, della “macchina pensante”, del robot autonomo, quanto più la verità intorno all’uomo, alla sua esistenza, alla sua resistenza risulta essere urgente e insopprimibile e, in definitiva, non ancora prossima al suo tramonto poiché l’umanità è l’unica dimensione di senso senza la quale ogni domanda e ogni risposta, ogni agire e ogni contemplare, ogni calcolo e ogni pensiero risulterebbero del tutto privi della propria stessa ragion d’essere: cogliere tutto ciò è già il primo passo sulla via per la comprensione e la riaffermazione delle tre prove dell’esistenza dell’uomo.
[1] Jerry Kaplan, Le persone non servono, Luiss, Roma, 2023.
[2] Cfr. Aldo Rocco Vitale, Transumanesimo e diritto: una panoramica critica, in Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, 1/2025; Giulia Bovassi, Attrazione digitale. Il lato oscuro del transumano e dell’Intelligenza artificiale, Il Timone, Milano, 2025.
[3] «Esso è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui»: S. Agostino, De Trinitate, 14, 8, 11.
[4] «Tutto ciò che di buono o di cattivo accade ad uno dei due amici, lo stesso accade all’altro. Le gioie e i dolori dell’uno corrispondono a quelli dell’altro. Avere un’unica volontà in due, eadem velle: in ciò consiste l’amicizia vera»: Etienne Gilson, Il tomismo, Jaca Book, Milano, 2011, pag. 460.
[5] Georges Bataille, L’erotismo, Milano, SE, 1989, pag. 12.
[6] «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso[…]. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia»: Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 17.
[7] https://www.centrostudilivatino.it/tommaso-daquino-il-diritto-fra-ragione-e-relazione/
[8] Aristotele, Politica, Laterza, Bari, 1973, 1287a, pag. 109.
[9] Romano Guardini, La coscienza, Morcelliana, Brescia, 2001, pag. 25.