1. Sono trascorsi cento e più anni dall’apparizione del volume di Oswald Spengler sul tramonto dell’Occidente. Il testo – lungo e non poco ripetitivo – Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der  Weltgeschichte (1918) – suonava come un cupo rimpianto per la felicità perduta. I milioni di morti nei campi di battaglia della prima guerra mondiale avevano dissolto il ricordo fatuo del Gran Ballo Excelsior, che aveva deliziato le platee di tutto il mondo occidentale. Rappresentato per la prima volta alla Scala di Milano l’11 gennaio 1881 e divenuto l’icona del progresso all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, lo spettacolo era l’allegoria della vittoria della Luce e della Civiltà contro l’Oscurantismo. La rappresentazione delle opere e delle invenzioni dell’Ottocento, sigillate dall’apertura del traforo del Moncenisio (rectius: del Frejus) si alternavano con le immagini delle tenebre che tentavano di schiacciare il trionfo della scienza. Il Corriere della Sera scrisse: “E’ il paradiso, il trionfo dell’umanità incivilita, una festa del pensiero, ricco e splendido”.

2. Le centinaia di migliaia di caduti nelle tre battaglie della Marna, nonché gli altri milioni di morti della prima guerra mondiale, con l’appendice delle stragi compiute dalla rivoluzione comunista in Russia, se annebbiarono il ricordo del Gran Ballo Excelsior e fecero discettare molti intellettuali (non solo Spengler) in ordine al tramonto dell’Occidente, alimentando una vera letteratura sulla crisi di civiltà, non servirono però a evitare una seconda guerra mondiale, ancor più micidiale, accompagnata dal genocidio ebraico e da altri innumerevoli tragici eventi di strage.

3. Dopo il lungo periodo della ‘guerra fredda’ – al cui interno si scatenarono tuttavia molte ‘guerre calde’, – e la fine del totalitarismo comunista, sembrava potersi aprire un orizzonte di pace per il mondo. Alcuni scienziati della politica parlarono infondatamente della fine della storia. Altri invece preannunciarono la vittoria pacificatrice del capitalismo, che avrebbe finalmente apportato benessere a tutti.

Non è stato così. Il capitalismo mondialista  non ha favorito la crescita dei Paesi poveri; ha eroso risorse ai ceti bassi delle popolazioni per consegnare ricchezze immense a gruppi multinazionali che vantano prodotti lordi superiori a quelli di molti Stati sovrani. La ‘Classe armata’ ha assunto l’egemonia politica tramite la produzione immensa di armi sempre più sofisticate che divorano ricchezze enormi in pregiudizio del welfare dei cittadini, provocando in tutto l’Occidente cali abnormi della popolazione e mettendo a repentaglio i traguardi che la scienza aveva raggiunto a beneficio della salute delle popolazioni.

4. Anche quest’ultima fase di crisi armata, che ha raggiunto il suo apice oggi, con gli spaventosi conflitti, da un canto, tra Israele e il popolo palestinese e i suoi alleati nell’asse medio-orientale e, da un altro canto, tra la Russia e l’Ucraina, sostenuta dalle armi dell’Occidente, ha conosciuto nel 2016 qualcosa di simile al Gran Ballo Excelsior. Come quella fase di ‘felicità’ si chiudeva con l’apertura del traforo del Frejus, lo scatenamento delle guerre presenti ebbe come evento prodromico la festa per l’apertura del traforo del San Gottardo.

La rappresentazione teatrale iniziava con i ballerini che si dirigevano in tuta da lavoro verso il gigantesco schermo su cui era proiettata l’immagine della montagna che crollava man mano che i lavoratori si arrampicavano lungo funi; il tutto accompagnato dal suono cupo dei tamburi. Precipitati verso terra, i ballerini davano inizio a corpo nudo alle danze liberatorie in cui si innestavano gli dei di un mitico Olimpo, con in testa il diavolo in forma di caprone.

I capi di Stato delle Nazioni europee assistevano con grande compunzione alla rappresentazione teatrale che intendeva attivare il rito di ‘consacrazione’ della nuova montagna antropomorfizzata. I Balli intorno al San Gottardo furono meno ingenui del Ballo Excelsior, ma non meno inquietanti. Nondimeno rappresentarono la stessa idea del progresso che sconfigge le tenebre. Soltanto che qui le forze del progresso vennero plasticamente rappresentate dall’inquietante figura del caprone.

5. Non è casuale che oggi si riparli, pendenti le tremende guerre cui si è prima accennato, di ‘tramonto dell’Occidente’. Sull’organo mainstream La Stampa, Simonetta Sciandivasci annuncia che ogni settimana sulla pagina culturale del quotidiano apparirà una riflessione di “diversi intellettuali”[1] circa le cose che l’umanità dovrebbe fare “in questo tramonto, a parte guardarlo e temerlo? Come possiamo aiutarlo? Esiste un’occasione in quest’altra luce, meno assoluta, meno uguale, meno potente, ma ugualmente calda? Ed esistono delle abilità nuove che possiamo e dobbiamo imparare per rendere questo tramonto un momento vitale e non decadente della nostra storia?”[2].

Nonostante l’oscurità di qualche passo, par di capire che l’intellettuale del quotidiano si domandi se esistano delle “abilità nuove” che possano trasformare il ‘tramonto’ in un momento vitale della storia dell’umanità.

La domanda, pur legittima, mi pare malposta. Essa ipotizza, infatti, che il rimedio potrebbe stare in “abilità nuove”, con ciò cadendo nel perimetro del ‘facere’ e sfuggendo al problema fondativo dell’ ‘essere’, che viene prima, metafisicamente e operativamente, del ‘facere’.

Le “abilità nuove” le abbiamo conosciute nelle speculazioni finanziarie che hanno impoverito le popolazioni dell’Occidente, desertificando il tessuto produttivo delle nazioni e incidendo sui salari, sulla salute e sul benessere di base dei cittadini. Le abbiamo conosciute altresì nelle armi di distruzione di massa – non quelle falsamente evocate il 5 febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal Segretario di Stato statunitense Colin Powell come in possesso del governo dell’Iraq al fine di scatenare una guerra, rectius: una serie di guerre, che ha provocato solo in Iraq almeno 500.000 morti – bensì quelle armi di distruzione di massa che stanno distruggendo nelle guerre attualmente combattute porzioni significative di popoli.

Non sono certo “abilità nuove” a poter risollevare una umanità prostrata dalla perdita della speranza in una ‘vita nuova’; bensì modalità nuove di vivere e di stare al mondo, ove a governare siano le virtù cardinali di ciascun uomo e di ciascuna donna e ricompaia un’etica pubblica non falsificatrice, ma trasparente e veritiera, aperta all’ascolto della Parola di un Dio misericordioso che si è fatto carne per risanare la sofferenza di tutti.

6. Il primo intellettuale a cui viene data la parola – di esso v’è sul quotidiano la fotografia, ma non è indicata l’identità – lascia intendere la volontà di proseguire la strada fino a oggi percorsa.

Il testo è intitolato “Imparare a tramontare”[3]. Così inizia: “In tutta onestà, bisogna riconoscere che un progetto così maestoso e temerario non era mai stato concepito prima. E che a nessun’altra latitudine l’ardire di una rivolta metafisica aveva saputo riaccendere l’antico sogno prometeico. Strappare la libertà dall’alto dei cieli e rivendicarne il regno qui sulla terra. Sbarazzarsi della concezione di un Dio provvidenziale e proclamare invece la fiducia dell’emancipazione dell’umanità”[4]. E prosegue: “Smascherato ogni miraggio di trascendenza, abbiamo quindi professato una nuova religione: la fede nel progresso, mondato da ogni mistero, in quanto basato sulla razionalità tecnico-scientifica, e riposto interamente nelle nostre mani, che siamo gli artefici autentici della storia. Gli eventi si susseguono secondo un senso e uno scopo da realizzare”[5].

Secondo l’intellettuale profetizzante, il fine della storia è “la libertà degli individui, le fortune dei popoli”. Richiamando Hegel, egli ricorda che la civiltà, sorta in Oriente, si era fermata in Occidente, “ricalcando la traiettoria del sole”[6]. Ivi lo “spirito del mondo vi aveva sistemato il suo talamo”[7]. Su quel principio, secondo l’intellettuale del quotidiano mainstream, “si potevano accampare a buon diritto pretese di universalità”[8].

7. Tali pretese sono state rovinose per l’umanità intera e lo saranno ancor di più, se si vorrà proseguire, come pare, sulla medesima strada fin qui percorsa.

I cosiddetti ‘valori occidentali’: il progresso, la democrazia, la libertà, l’uguaglianza, sono stati e sono ancor più oggi falsificati dalla realtà. Non v’è progresso, se una parte cospicua della popolazione mondiale è minacciata di morte per fame. La democrazia è svilita dalle élites che ne dichiarano il valore, se, a ogni smentita che il potere si riceve dal corpo elettorale e dalla protesta delle popolazioni, le stesse élites sostengono che è ora di farla finita con il ‘populismo’, perché questo si limita a esprimere i rancori delle classi emarginate e non riesce a identificare quale sia il vero progresso. La libertà è divenuta anarchia individualistica e soddisfazione degli impulsi primordiali, tramite la prevaricazione o la frode, e la tutela dei diritti di ciascuno è frustrata dalla violenza che quotidianamente si abbatte su tutti, ma principalmente sulle donne, sui bambini, anche quelli ancora non nati, e sulle persone vulnerabili. L’uguaglianza è falsificata dall’immenso trasferimento delle ricchezze dai poveri ai ricchi: questi ultimi sempre più padroni dei beni produttivi e titolari di rendite illimitate; i primi privati anche della ricchezza che avevano i poveri dei tempi passati, cioè la ricchezza di avere dei figli.

8. “Sbarazzarsi della concezione di un Dio provvidenziale e proclamare invece la fiducia nell’emancipazione dell’umanità”, come dice l’intellettuale ospite de La Stampa, è la ricetta per far precipitare la  società del futuro nell’abisso nichilistico dell’idolatria dell’io, a scapito del prossimo, rifiutando la paternità di un Dio a tutti comune, che solo costituisce la base dell’incontro universale dei vari popoli della Terra.

Mauro Ronco


[1] La Stampa, 5 agosto 2024, p. 24.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

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