In occasione del World Congress of Families XIII, svolto a Verona dal 29 al 31 marzo, il Presidente del Centro studi Livatino Prof. Mauro Ronco e il Vicepresidente Dott. Alfredo Mantovano hanno svolto gli interventi che pubblichiamo di seguito, il primo all’interno del workshop Tutela giuridica della vita e della famiglia, il secondo all’interno del workshop Tutela della vita, entrambi nel pomeriggio del 29 marzo.


Famiglia e vita: un rapporto indissolubile

di Mauro Ronco

In uno scritto del 1928 il teologo evangelico Helmuth Schreiner (1893-1962) scriveva pagine mirabili contro l’eutanasia, che proprio in quegli anni veniva  proposta sia in Germania che nei paesi anglosassoni come misura medica e sociale per togliere dal mondo i soggetti minorati e i malati di mente. Egli diceva che il motivo più profondo per opporsi all’eutanasia sta nella sua radicale contrarietà a un’etica veramente umana. L’uomo non si è dato da sé la vita e pertanto non ha il diritto di toglierla, né a sé né agli altri. Tra i motivi per i quali l’eutanasia appariva allora conveniente – si pensi al famoso libello del 1920 di Binding e Hoche Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens – ricorreva l’esigenza di contenere le spese per l’assistenza e la cura dei malati di mente, che sembravano sempre più numerosi e socialmente incontrollabili.

Le misure sociali per il miglioramento di queste vaste categorie di persone sembravano vane. I costi crescevano e i risultati di riabilitazione e risocializzazione erano pressoché nulli. Schreiner, domandandosi quale fosse la causa della crescita del numero dei deboli di mente nonché del fallimento degli sforzi tesi a migliorarne la condizione, osservava che essa era l’abbandono dei principi etici fondamentali. Perché si accresceva il numero delle persone disturbate? La risposta: perché i sani e in particolare le persone istruite al vertice della società vivono da decenni su questa parola d’ordine: meglio due domestici che un figlio. Il timore per il futuro scaturisce dal venire meno dello spirito di servizio e di sacrificio. Già prima della guerra, nel 1913 – osservava il teologo – il 75% delle famiglie degli impiegati più alti facevano rilevare un tasso di fecondità inferiore alla media; il 17% delle famiglie dei più alti funzionari dello Stato restavano senza figli; il 19% di queste aveva soltanto un figlio e il 27% soltanto due figli. Se questa era la realtà – incalzava Schreiner – sarebbe forse stata l’insicurezza dell’esistenza o la penuria di abitazioni la causa del grave malessere sociale? No! La causa stava nel fatto che l’ethos della famiglia e della comunità familiare era frantumato. Si raccolgono ora i semi di un destino di morte che noi stessi ci siamo costruito. E concludeva, in senso opposto a Binding/Hoche e a tutti i sostenitori dell’eutanasia: sono state proprio le persone  che si considerano “piene di valore” – non quelle “senza valore”- che hanno inserito nel popolo la leva della distruzione. Ora i potenti hanno paura e cercano di gettare la colpa all’esterno di sé, mentre la colpa è loro e della loro disgregata cultura, la cui madre è l’illuminismo e il cui padre è Friedrich Nietzsche.

Queste parole furono al loro tempo profetiche. Testimoniavano infatti la verità di una condizione storica. La distruzione dell’ethos familiare è la causa del crollo della società. L’ethos familiare si radica nella sacralità del matrimonio, già del matrimonio naturale, che è benedizione che conferisce all’uomo e alla donna la forza per unirsi nell’amore per uno scopo comune e superiore a ciascuno di essi, scopo che è di generare figli per dare gloria a Dio e sostegno alla famiglia e alla società; sacralità eccelsa del matrimonio cristiano, elevato da Cristo a sacramento, come simbolo concreto ed efficace dell’unione tra Lui e la sua Chiesa.

Le parole di Schreiner erano profetiche nel 1928, prima della presa nazionalsocialista del potere in Germania e prima dell’infernale guerra 1939-1945. Con il 1939 un ciclo si avviava verso una chiusura tragica: dapprima l’eutanasia dei malati di mente, soprattutto dei bambini; e poi lo sterminio della popolazione ebraica e di altri gruppi etnici e sociali.

L’eutanasia: dagli asili e dai ricoveri per i malati mentali vennero strappati i minorati e gli infermi. Quelli erano luoghi sicuri per definizione; lì si doveva concentrare tutto lo sforzo degli uomini di buona volontà; lì si dovevano spendere molte ricchezze per assistere i membri più vulnerabili della società. Quei luoghi diventarono l’anticamera delle camere a gas in cui più di duecentomila bambini e malati mentali furono barbaramente uccisi.

Quelle parole sono profetiche ancora oggi. Immersi in una dimensione meramente quantitativa del tempo, non riusciamo più a coglierne i tratti qualitativi. Viviamo forse noi oggi; vivono forse oggi le famiglie delle nostre città in modo più eticamente orientato, in modo più rispettoso della legge di Dio che non gli uomini e le donne che negli anni ’20 del secolo scorso ritenevano che la sterilizzazione coercitiva per motivi eugenetici, il controllo artificiale delle nascite, l’aborto eugenetico e per motivi sociali fossero soluzioni adeguate per risolvere le crisi sociali? Quali furono gli esiti dei loro programmi vani e perversi?

Diceva il chirurgo Harry Heiselden, precursore dell’eutanasia moderna, vantandosi di non aver salvato un bambino nato con una ostruzione alle vie intestinali, che “Death is the great and Lasting Desinfectant”: la morte è il migliore e più durevole disinfettante. La cultura di morte da allora si è diffusa in tutto l’occidente. Arretrata negli anni ’50, grazie alla ripresa religiosa e alla strenua resistenza del Venerabile Pio XII e della Chiesa cattolica, ancora fermamente intenzionata a combattere l’ardua battaglia per la regalità anche sociale di Cristo, e ancora del grande Pontefice San Giovanni Paolo II con i suoi mirabili insegnamenti, soprattutto espressi nella Evangelium Vitae, l’ondata eutanasica ha ripreso da molti anni un’energia che sembra travolgente, ponendo un suggello oscuro a un processo che vuole trasformare l’antropologia propria della tradizione classica e cristiana.  Dapprima la liberalizzazione dell’aborto nel 1973 per opera della Corte Suprema degli Stati Uniti, che lo ha dichiarato diritto fondamentale della donna. Poi, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, quando le speranze di una pace giusta tra le nazioni sembravano potersi realizzare, le potenze di questo mondo hanno approfittato, con le mani ancora più libere, della situazione creatasi per lanciare le agende contro la vita e a favore della limitazione coercitiva delle nascite (Conferenza del Cairo, 1994) e a favore della politica di genere (Conferenza di Pechino, 1995).

Nella Conferenza del Cairo venne affermato il c.d. diritto alla salute riproduttiva. Tale pseudo-diritto si inserisce nel quadro del contenimento artificiale delle nascite nel mondo, in particolare con le campagne per la sterilizzazione e l’aborto nei paesi c.d. sottosviluppati. Il principio che regge il concetto della salute riproduttiva è di togliere all’atto sessuale la sua valenza riproduttiva nell’indifferenza per la vita degli embrioni e dei soggetti ancora non nati nel grembo materno, come se fossero cosa trascurabile. Si uniscono nel diritto alla salute riproduttiva tre elementi: la negazione del diritto alla vita del concepito, vuoi nell’utero vuoi in provetta; la separazione tra la sessualità e la fecondità; l’indirizzo favorevole a modalità di riproduzione selettiva. Il concetto di salute riproduttiva presenta due facce: una basata sull’utopia postmoderna dell’assoluta autodeterminazione individuale; l’altra sulla pratica postmoderna del dominio scientistico delle tecnologie sul sorgere, svilupparsi e tramontare della vita. Il diritto alla salute riproduttiva costituisce l’espressione giuridica di sintesi del nuovo paradigma etico: l’interesse individuale, declinato secondo la misura della libera scelta individuale, nonché l’interesse ad avere o a non avere un figlio, fondano il “diritto” a ogni forma di contraccezione, anche abortiva, nonché alla sterilizzazione e all’aborto “sicuro”, cioè  rapido e privo di rischi per la salute di chi lo richiede. L’interesse alla salute, intesa come condizione di pieno benessere fisico e psicologico della donna, fonda analogamente il “diritto” all’aborto; l’interesse ad avere un figlio, come e quando si vuole e con chi si vuole, fonda il “diritto” alla riproduzione artificiale; l’interesse individuale ad avere un figlio sano e l’interesse sociale a evitare i costi per la cura delle persone fisicamente e psichicamente inadeguati fondano il “diritto” alla selezione prenatale, nonché alla distruzione degli embrioni dotati di qualità inferiori. L’interesse della scienza al progresso scientifico fonda il “diritto” alla sperimentazione sugli embrioni, alla loro utilizzazione e alla loro distruzione. Il desiderio individuale a morire fonda il “diritto alla morte” che dovrebbe essere sostenuto e aiutato dal servizio sanitario pubblico.

La Conferenza di Pechino del 1995 statuì l’Agenda di genere. Tale prospettiva è definita nelle parole dell’ dell’INSTRAW, Istituto Internazionale di Ricerca e di Formazione per l’Avanzamento delle Donne, (Agenzia dell’ONU) come l’azione diretta a […] distinguere tra quello che è naturale e biologico da quello che è costruito socialmente e culturalmente, e nel processo rinegoziare i confini tra il naturale — e la sua relativa inflessibilità — e il sociale — e la sua relativa modificabilità”. Oggi assistiamo a uno dei passaggi decisivi di attuazione di tale Agenda. Le parole lette poc’anzi indicano la strada: rinegoziare i confini tra ciò che è naturale e ciò che è culturale. La differenza tra uomo e donna è culturale. Se la biologia dice il contrario, occorre combattere contro la biologia. L’ideologia di genere si trasforma in politica e in pratica di genere. Sono stati prodotti dei farmaci – è di pochi giorni addietro la notizia che uno di questi, la triptorelina, è stato riconosciuto come prescrivibile anche in Italia – che interferiscono sullo sviluppo normale dell’adolescente secondo la biologia che gli è propria, influenzandone il corso. Un’invasiva campagna diseducativa nei media e nelle scuole del mondo occidentale propaganda la fake news per eccellenza, che non vi sono in natura maschi e femmine; che si può essere l’uno o l’altro genere a scelta, secondo l’inclinazione psicologica che un bimbo e un adolescente sentono in sé. Si è avviata così in occidente questa orrenda marcia verso la fluidificazione dell’identità sessuale, per cui non si è più maschio o femmina, ma l’uno o l’altro o numerosi generi diversi a seconda del tempo e delle preferenze. Non esiste più il sesso, bensì il genere, come incessante decostruzione e ricostruzione, come qualcosa di sempre nuovo, come indefinitamente plurale. Il genere, dunque, di cui si va alla ricerca spasmodica sin da bambini, in una confusione identitaria che riduce l’uomo e la donna a un soggetto asessuato: mutare generi significa – come diceva il decostruttore Michel Foucault negli anni ’70 – che il soggetto  […] cancella da sé il “sessuale” e si presenta a nome proprio e, in definitiva, solo come “io-per me stesso””. L’esito è la solitudine completa dell’io;  l’“io-per me stesso”, la totale chiusura di ogni singolo individuo alle altre persone; l’oscuramento, soprattutto, dell’orizzonte nel quale la persona come “maschio” e la persona come “femmina” s’incontrano nell’atto generativo.

Le conseguenze sono evidenti: i potenti del mondo – procurando al contempo immensi profitti alle multinazionali dei farmaci e delle tecnologie riproduttive – intendono farci incamminare ammassati in gregge verso lo stadio finale in cui la generazione più non avverrà grazie all’incontro sessuale tra il maschio e la femmina. Questo è il disegno che si sta realizzando sotto gli occhi smarriti dei popoli del mondo occidentale. L’incontro sessuale infatti non corrisponderebbe al principio della salute riproduttiva. Se non si facessero figli sarebbe meglio, suggerisce il main stream dell’intellettualità liberale. Ma se ancora li si vogliono, come soddisfazione individuale, allora bisogna farli per via artificiale, al di fuori del rapporto di coppia, tramite la produzione con strumenti tecnologici. Oggi la tecnologia è ancora troppo costosa e il servizio sanitario non può garantire a tutti la riproduzione artificiale. Ma con la riduzione ancora della natalità e con l’apporto di mano d’opera fatta venire da paesi lontani e sovrabbondanti in natalità, l’obiettivo potrà essere raggiunto.

La legge, peraltro, è costretta a rincorrere il desiderio del soggetto di avere un figlio, inteso come ‘diritto’, come ha scritto una non condivisibile sentenza della Corte Costituzionale, anche con i gameti di un soggetto estraneo alla coppia. Ciò per rispondere al desiderio del figlio, tramite l’accesso alla riproduzione artificiale e al ricorso alla procedura dell’utero in affitto, anche della coppia omosessuale e del single e di chiunque non intenda costruire una famiglia stabile, portandone il peso e accogliendone il sacrificio, ma preferisca creare ugualmente, a spese della società, rapporti fluidi e variabili.

Il processo descrive una lotta contro l’uomo in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio. Esso ha un evidente significato, oltre che antropologico e filosofico, anche teologico, che ripete, con modalità e strumenti scientistici, la lotta contro la famiglia e la generazione che imperversò nei primi secoli dell’era cristiana quando le forze delle tenebre compresero che la redenzione di Gesù aveva inferto un colpo decisivo al suo potere nel mondo. Sorsero, invero, fin dal secondo secolo della nuova era, dottrine, variamente articolate sul piano filosofico, che focalizzavano nella fecondità della relazione coniugale fra l’uomo e la donna la fonte di ogni male. Queste dottrine non rifiutavano il piacere e la soddisfazione carnale, ma dichiaravano malvagio il coniugio e la fecondità inerente al matrimonio. L’eretico Marcione (85 ca.-seconda metà del II secolo) vietava la generazione, affinché il genere umano non concorresse con l’opera dal demiurgo maligno a moltiplicare la stirpe dell’uomo. Altri eretici, come Basilide (fine sec. I-metà sec. II), predicavano un rigorismo e ascetismo estremi, con l’astinenza dalle nozze, condannando il matrimonio come cosa immonda. Identico era l’obiettivo cui le dottrine, contraddittorie tra loro, miravano: condannare le nozze e la famiglia come intrinsecamente malvagie, ferendole nella loro fondamentale vocazione e nel loro presupposto morale d’essere, cioè, aperte alla procreazione di nuove vite. L’odio contro la generazione, che si espresse nei primi secoli del cristianesimo come motivo comune alle varie eresie gnostiche, rivela la particolare malizia delle forze tenebrose. Rifiutando, invero, il dono fatto da Dio agli uomini, di essere stati creati “maschio” e “femmina” e di essere stati pensati come capaci di pro-creare, respinge in radice il bene della complementarietà sessuale e del sostegno spirituale fra i sessi in vista della vocazione, inscritta nella biologia, nella psicologia e nell’anima spirituale dell’uomo e della donna, a collaborare con Dio nella moltiplicazione del genere umano e nella partecipazione degli uomini alla vita divina. Nella generatività umana, dipendente dalla fusione in unum dei corpi, v’è un segno finito dell’infinita generatività di Dio, che è Amore infinito che genera dall’eternità il Figlio. Amore reciproco tanto grande che dal Padre e dal Figlio procede una terza persona, lo Spirito Santo. Dio avrebbe potuto creare l’uomo tutto intero, e non soltanto l’anima, in modo diretto, senza bisogno del suo apporto, facendolo gemmare dai fiori o spuntare dalle pietre. Egli ha voluto, invece, nella sua eterna sapienza, circoscrivere la sua infinita potenza creativa facendone partecipi l’uomo e la donna, affinché essi potessero, grazie a questo dono immenso, collaborare con lui nel dare la vita a nuovi uomini e donne, partecipando così alla sua opera creativa.

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La conversazione che ho svolto con voi era partita dalla citazione del passo di un teologo evangelico del 1928, precedente allo scatenarsi della barbarie nazionalsocialista. Egli si opponeva alle proposte eutanasiche, correnti nel mondo occidentale fin dall’ultimo quarto del secolo XIX, proclamando profeticamente che esse erano i frutti di una seminagione materialistica e ateistica. Il processo è continuato, con particolare intensità, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, producendo i frutti avvelenati delle Conferenze del Cairo e di Pechino.

Molti uomini e molte donne di buona volontà si sono opposti ai singoli passaggi in cui il processo si è svolto. Sia lode a loro per l’intelligenza e il sacrificio che hanno accompagnato il loro impegno per la vita e la famiglia. Dire che siamo pervenuti alla fine del processo con la liberalizzazione del sostegno attivo al suicidio è avanzare un’ipotesi molto probabile, ma non certa. Il processo può continuare verso abissi di cui non è possibile conoscere le profondità.

Stanno di fronte a noi due possibilità. Entrambe sono descritte nell’Antico Testamento. La prima è in Genesi 19, 1-19. Il passo concerne la distruzione di Sodoma. Dio non voglia che il castigo si abbatta sulla nostra società dissoluta. La seconda possibilità è il pentimento collettivo del popolo e, in particolare,  dei suoi capi. L’esempio è in Esodo, 32, 1-33. Mosé tardava a scendere dalla montagna. Il popolo si rivolse al sacerdote Aronne perché facesse un nuovo dio e costruisse un nuovo culto. Aronne, assecondando i desideri perversi del popolo, frantumò il cuore più intimo della vita umana, la Legge di Dio su cui si fonda il timore di Dio e l’adorazione del Dio vero (v. Mt. 22, 37-8). Mosè tornò all’accampamento, vide il vitello d’oro e le danze intorno a esso. Distrusse l’idolo. Chiese conto ad Aronne sul perché avesse assecondato e favorito la violazione del primo precetto della legge. Mosé allora “vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari” (Gen. 32, 25). Mosè ripristinò la legge con la forza e, con la legge, anche l’autorità di Dio, autore della Legge. Mosé ritornò presso il Signore e chiese perdono per il popolo. Egli ricostruisce l’uomo che Aronne aveva decostruito (E.M. Radaelli, in Aurea Domus 14 novembre 2016). Poi rivolse la richiesta di perdono a Dio per il popolo. E il perdono venne concesso, ma non senza una giusta penitenza (Gen., 32, 35: “Il Signore percosse il popolo, perché aveva fatto il vitello fabbricato da Aronne”.

Speriamo che ci sia concessa questa possibilità. Il rimedio sta nel percorrere la via della preghiera, dell’azione e del sacrificio.  Continuiamo la nostra opera in difesa della famiglia e della vita, certi dell’assistenza di Dio, nella speranza della conversione della cultura e della politica dei potenti del mondo. Siamo operosi nel combattere le battaglie, anche apparentemente piccole, di ogni giorno, senza mai stancarci, anche se le forze sembrano venir meno, ma sempre risorgono se ciascuno di noi porta lo sguardo a Cristo che è via, verità e vita.

 


Tutela della vita: l’importanza della prevenzione

 

di Alfredo Mantovano

Uno dei capi di imputazione più pesanti rivolti a questo WFC, e chi vi partecipa, è di voler limitare il “diritto” di aborto. A essa corrisponde la rivendicazione dell’aborto in termini di “diritto”. Col corollario improprio dell’intangibilità della legge 194/1978. Perché “improprio”? Perché, se restiamo alla lettera della legge, la 194 non identifica in modo formale l’aborto come “diritto”. Anzi, all’art. 1 arriva a dichiarare che lo Stato “tutela la vita umana dal suo inizio”. Certo, gli articoli successivi contraddicono questa espressione iniziale, giacché nei primi novanta giorni della gravidanza l’aborto è di fatto a richiesta: è sufficiente entro quel limite temporale la certificazione della condizione di gestante. Però quel che dice l’art. 1 al co. 1 andrebbe considerato in sede applicativa nella parte in cui offre possibilità per l’effettiva tutela della vita.

Qual è oggi il paradosso? che coloro per i quali “la 194 non si tocca” poi restano indifferenti di fronte alla proposta di dare piena applicazione a quei passaggi della legge che in oltre 40 anni sono rimasti inattuati: in particolare, quelli che fanno precedere l’eventuale intervento di aborto da una fase preventiva-dissuasiva. Rileggiamo l’art. 5 co. 1 della 194: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria (…) hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, (…) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.”

L’art. 2 la stessa L. 194 aveva peraltro inserito fra i compiti dei consultori di assistere “ la donna in stato di gravidanza: a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio; b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante; c) attuando direttamente o proponendo all’ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a); d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.”

Chiedo a chi contesta i movimenti pro life: la legge 194 vale intera o vale a pezzi? Coloro che la ritengono intangibile in realtà da 40 anni la smontano e mettono da parte i pezzi che non interessano.

Se intendiamo fare qualche passo concreto verso la prevenzione dell’aborto, può giovare qualche ritocco agli artt. 2 e 5 della 194. Mi soffermo in particolare sulla lettera d) del co. 1 dell’art. 2, che – come si è detto – prevede che i consultori assistono la donna incinta “contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. E’ quindi incontestabile la funzione preventiva dei consultori a tutela della maternità, come era già nella legge 29 luglio 1975, n. 405, che li aveva istituiti, incentrata espressamente sulla tutela della donna e del “prodotto del concepimento”.

Perché queste norme sono state disapplicate? Certamente per ragioni ideologiche. Ma anche per un dato strutturale: la funzione di prevenzione dei consultori è stata penalizzata dalla stessa 194 che prevede all’art. 5, commi 4 e 5 che il medesimo medico del consultorio partecipi alla procedura dell’interruzione della gravidanza.Ma questo è contraddittorio: il consultorio, se ha una funzione preventiva, non deve entrare nella procedura diretta all’esecuzione dell’intervento. Sul piano logico e pratico l’accentramento di due funzioni in contrasto fra loro nello stesso organo fa prevalere l’aspetto più strettamente legato all’interesse per cui la donna si è recata nel consultorio, cioè di richiedere il certificato per praticare l’interruzione: ed è quello che è avvenuto nella prassi. Il ricorso al consultorio peraltro è meramente eventuale, in quanto la donna può avvalersi per lo scopo abortivo del medico di fiducia, abilitato a rilasciare il certificato attestante la sua intenzione di eseguire l’intervento.

La proposta va nel senso di sostituire il meccanismo previsto dagli artt. 2 e 5, che in apparenza dovevano svolgere una funzione preventiva, con disposizioni che renda questa consultazione vera, concreta ed efficace. Non sarebbe una cosa strana, additabile come frutto di spirito retrogrado o reazionario. Se tra le cause che inducono una gestante a chiedere l’intervento abortivo vi è la perdita del posto di lavoro, prospettata dal titolare dell’azienda o dello studio che l’aveva assunta a condizione che non rimanesse incinta, prevenzione vera e concreta significa che il consultorio prende in carico quel problema e lo affronta, in coerenza con le tutele del lavoro vigente, dando a esso una soluzione. E’ evidente che dovranno essere previsti degli interventi speciali a favore della donna che, durante la gravidanza, sia afflitta da serie difficoltà ricollegabili alla gestazione. A seconda del tipo di difficoltà gli interventi potranno essere di natura sanitaria, socio-assistenziale ovvero economica e familiare. Quel che si spende su questo fronte non è una spesa, va considerato un investimento.

Non trascuriamo quanto dispone l’art. 2 co. 2: “I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.” L’esperienza – anch’essa quarantennale – dei CAV-Centri di aiuto alla vita è fatta di decine di migliaia di soluzioni prospettate in concreto che, senza forzature, hanno permesso alla donna di evitare il trauma di un aborto. I CAV sono stati spesso osteggiati: per questo è opportuno fornire una base meno volontaristica e occasionale alla collaborazione di questo prezioso volontariato.

Proporre questo non vuol dire reintrodurre penalizzazioni o forzare le scelte di vita. Ancor di meno significa fare eco a imposizioni confessionali.

Immagino che molti di voi abbiano visto quella splendida commedia di Eduardo del Filippo Filumena Marturano. Chi è Filomena? E’ una prostituta che resta incinta – per ben tre volte – e che decide di tenere con sé tutte e tre i figli: avrebbe potuto disfarsene, come oggi le verrebbe raccomandato evocando il “diritto” all’aborto. Invece li fa nascere, li mantiene e li fa crescere con dignità, pur nel dolore di tenerli lontani da sé per non comprometterne la riuscita. “Mi tornavano in mente i consigli delle mie amiche: “Cosa aspetti! Ti togli il pensiero! Io conosco uno molto bravo…”, ricorda Filumena, che poi fa il contrario rispetto a quanto consigliatole. Lei spiega anche come mai questi figli se li è tenuti: la prima volta aveva deciso di dare ascolto alle amiche, poi “Per combinazione, camminando camminando, mi ritrovai nel mio vicolo, davanti all’altarino della Madonna delle rose. L’affrontai così: “Cosa devo fare? Tu sai tutto…Sai pure perché ho peccato. Cosa devo fare?”. Ma Lei zitta, non rispondeva. “Tu fai così, è vero? Più non parli e più la gente ti crede?…Sto parlando con te! Rispondi!”. «’E figlie so’ ffiglie!» Mi bloccai. Rimasi così, ferma. Forse se mi giravo avrei visto o capito da dove veniva la voce: da una casa con un balcone lasciato aperto, dal vicolo vicino, da una finestra… Ma pensai: “E perché proprio in questo momento? Che ne sa la gente dei miei problemi? E’ stata Lei, allora… E’ stata la Madonna!” Non il Papa o un Vescovo, ma l’ateo Eduardo, certamente lontano da Chiese e da preti, compone un inno alla vita e all’amore materno, e leghi l’uno e l’altro all’amore della Madre.

Vuol dire che è vero: ed è sulla verità della vita che va costruita la sua protezione. alfredo mantovano

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