“La signora che abita alla Balduina” tra testimonianza e coscienza narrante.

Daniele Onori

La signora che abita alla Balduina di Umberto Apice è uno di quei romanzi rari che riescono a trasformare un espediente narrativo apparentemente semplice in un dispositivo di straordinaria profondità psicologica e sociale. Sotto la forma di una relazione destinata a un magistrato, dunque di un testo che dovrebbe essere lineare, ordinato, “dettagliato ma conciso”, Apice costruisce invece un grande romanzo della memoria, della coscienza e della dissoluzione di un mondo borghese romano.

La protagonista, Cristina Barbato Maffei, vedova benestante della Roma alta, si trova coinvolta in un drammatico fatto di cronaca durante il clima politico e sociale delle elezioni del 2018. Chiamata a mettere per iscritto la propria testimonianza, Cristina tenta inizialmente di attenersi ai fatti. Ma ben presto la scrittura sfugge al controllo della semplice deposizione giudiziaria e diventa qualcosa di molto più vasto e ambiguo: un memoriale involontario, un’autobiografia morale, una confessione mascherata.

È qui che il romanzo raggiunge la sua dimensione più alta.

Perché Cristina, nel raccontare gli eventi, finisce per rileggere tutta la propria esistenza attraverso occhi nuovi. Il passato, che sembrava consolidato nella rassicurante immobilità dei ricordi borghesi, si incrina lentamente. Episodi apparentemente insignificanti acquistano improvvisamente un significato diverso; rapporti umani che la protagonista credeva di aver compreso rivelano zone d’ombra; perfino la propria immagine di donna colta, civile, equilibrata viene sottoposta a una revisione continua e dolorosa.

In questo processo di riattraversamento della memoria si avverte chiaramente un’eco di Marcel Proust. Non naturalmente per imitazione stilistica, ma per l’idea centrale che il passato non sia mai realmente concluso e che la scrittura possa modificarne retroattivamente il significato. Come nella grande lezione proustiana, ricordare non significa recuperare fedelmente ciò che è stato, ma scoprire ciò che non avevamo saputo vedere mentre vivevamo. Cristina scrive per chiarire un fatto esterno e finisce invece per smarrirsi dentro il proprio tempo interiore.

Ed è proprio questa deriva controllata della narrazione a rendere il libro così riuscito. Umberto Apice dimostra una notevole intelligenza letteraria nel costruire una voce narrante credibile, colta, prolissa, spesso ironica senza volerlo, continuamente sospesa tra autoanalisi e autoassoluzione. Cristina parla molto degli altri — vicini, conoscenti, dinamiche di quartiere, conversazioni politiche, rituali della borghesia romana — ma ogni sua osservazione diventa inconsapevolmente una rivelazione di sé.

La Balduina non è soltanto un’ambientazione: è una vera geografia morale. Quartiere simbolico di una certa Roma professionale e benestante, colta ma ripiegata su sé stessa, diventa nel romanzo il laboratorio di una crisi più ampia: la crisi di una classe dirigente che non riconosce più il paese in cui vive. Le elezioni del 2018, sullo sfondo, assumono così un valore quasi simbolico: mentre l’Italia cambia volto, Cristina continua ostinatamente a cercare un ordine narrativo e morale che forse non esiste più.

In questo senso, Apice si inserisce idealmente nella grande tradizione del romanzo borghese italiano, da Alberto Moravia a Natalia Ginzburg, ma con una sensibilità contemporanea che ricorda a tratti anche Walter Siti: soprattutto nella capacità di osservare Roma non come semplice città, ma come organismo psicologico e sociale.

La vera forza de La signora che abita alla Balduina sta tuttavia nel tono. Apice evita sia il moralismo sia il compiacimento satirico. Non giudica mai apertamente la sua protagonista; la lascia parlare, deviare, precisare, correggersi, perdersi nelle subordinate della memoria. E proprio in questo spazio narrativo emerge qualcosa di profondamente umano: il tentativo disperato di dare una forma coerente alla propria vita quando la realtà ha già iniziato a sgretolarla.

Ne nasce così un romanzo di rara eleganza, capace di tenere insieme ironia e malinconia, osservazione sociale e introspezione, lucidità e smarrimento. Apice racconta la borghesia romana senza caricature, cogliendone piuttosto la fragilità nascosta dietro il linguaggio del decoro, dell’educazione e delle buone maniere. Ma soprattutto racconta il tempo: il modo in cui gli eventi, una volta riscritti dalla memoria, cambiano volto e finiscono per rivelare verità che il presente aveva occultato.

Umberto Apice dimostra qui una notevole maturità narrativa. La signora che abita alla Balduina è un romanzo elegante, intelligente e profondamente italiano nel senso migliore del termine: capace cioè di trasformare un fatto privato in una lente attraverso cui osservare un’intera società. E Cristina Barbato Maffei, con la sua voce traboccante, esitante, ironica e dolorosamente lucida, rimane addosso al lettore molto dopo l’ultima pagina.

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