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Il film “Un borghese piccolo piccolo” è un dramma italiano del 1977 diretto da Mario Monicelli e basato sul romanzo omonimo di Vincenzo Cerami. Il libro, scritto nel 1976, è una satira sociale che esplora temi come l’avidità, la meschinità e la disumanità attraverso la storia di un uomo comune Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi), un borghese di mezza età, impiegato e con una famiglia, che vive una vita apparentemente ordinaria. Tuttavia, la sua esistenza tranquilla viene sconvolta quando suo figlio muore in circostanze tragiche. Questo evento scatena una profonda crisi emotiva in Vivaldi, che decide di fare giustizia da solo e inizia un percorso di vendetta contro il responsabile della tragedia.

Il film un Borghese picolo piccolo, uscito nel 1977 e basato sull’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, è stato diretto da Mario Monicelli. Ha come protagonista Giovanni Vivaldi, un modesto impiegato pubblico in procinto di andare in pensione, che condivide la sua esistenza tra il lavoro e la famiglia. Con la moglie Amalia, nutre grandi speranze per il loro unico figlio Mario, appena diplomato ragioniere.

Nonostante la sua ingenuità e fiducia nel prossimo, Mario segue la morale del padre, rappresentante della piccola borghesia italiana di quegli anni.

Il pensiero “borghese” che anima la famiglia Vivaldi può essere riassunto in una delle conversazioni del film, laddove Giovanni ammonisce il figlio dicendogli: «Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena. D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato, noi siamo vecchi: non abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto».

Giovanni è disposto a fare qualsiasi cosa pur di aiutare il figlio a superare un concorso pubblico, addirittura umiliandosi davanti ai superiori e iscrivendosi alla massoneria, nonostante la sua fede cattolica. Questo gli permette di ottenere in anticipo il testo della prova scritta.

Tuttavia, durante una sparatoria causata da una rapina in banca in cui padre e figlio si trovano accidentalmente coinvolti, Mario rimane ucciso da una pallottola vagante. Questo evento tragico stravolge la vita dei coniugi Vivaldi: la moglie di Giovanni, appresa la notizia, perde la parola e rimane gravemente invalida, mentre Giovanni, accecato dal dolore e dall’odio, intraprende una missione solitaria per vendicare la morte del figlio.

Al raggiungimento dell’agognata pensione, celebrata tra l’ipocrisia e l’indifferenza dei colleghi, la moglie muore il mattino successivo. Giovanni, segnato dalla malattia della moglie, si prepara con amara rassegnazione a vivere la sua vecchiaia. Tuttavia, un alterco verbale casuale con un giovane gli fa rivivere il ruolo di carnefice che lo ha già guidato e che probabilmente lo porterà ancora a cercare giustizia da solo.

Originariamente, nel pensiero greco, il termine “τιμωρία” indicava sia la vendetta che la punizione. Solo in seguito, con Aristotele, i due concetti furono distinti: la punizione è finalizzata a chi la subisce, mentre la vendetta è compiuta per soddisfare chi la esegue. Anche Spinoza, nel suo pensiero, vede la vendetta come il tentativo di rispondere al male subito, identificandone la radice nel desiderio di vendicare torti inflitti a tutti.

Entrambi gli autori concordano sulla differenza fondamentale tra vendetta e punizione. Kant, d’altra parte, nella sua Antropologia pragmatica, attribuisce l’origine della vendetta all’odio per un torto subito, considerandolo un desiderio irresistibile derivante dalla natura umana.

Il filosofo tedesco evidenzia con grande acume che, nonostante il desiderio di vendetta presenti analogie con quello di giustizia, contiene elementi perversi. Questo perché, una volta soddisfatto, lascia comunque persistere un profondo odio interiore, cioè il rancore. Pertanto, il compimento della vendetta non elimina l’odio, non soddisfa appieno e non sazia mai completamente.

Una posizione simile è espressa da Hegel riguardo al rapporto tra punizione e vendetta. Egli riprende la distinzione aristotelica, sottolineando che la punizione è applicata dal giudice, mentre la vendetta è perpetrata dalla persona offesa. La vendetta, quindi, è condannabile in quanto motivata da passioni e arbitrio, e Hegel sostiene che il diritto, quando agisce come vendetta, diventa anch’esso un’offesa.

Con l’instaurarsi dello stato di diritto, tuttavia, ogni forma di vendetta viene progressivamente sottratta all’arbitrio individuale. Gli atti vendicativi, sebbene continuino a verificarsi, vengono repressi e considerati devianti, suscitando una forte reazione da parte dell’apparato sanzionatorio statuale e, nella maggior parte dei casi, repulsione all’interno delle comunità in cui si manifestano.

La percezione è però che la vendetta del piccolo borghese assuma una connotazione ulteriore: diventa un bisogno emotivo, personale ed esistenziale, intriso di una potente sfumatura psicologica al punto da diventare preponderante. Da un punto di vista prospettico, il tormento inflitto da Vivaldi assume più di una dimensione catartica volta a purificare e ristabilire l’ordine violato; si trasforma in una sorta di dissociazione fantastica, una resurrezione.

Si avverte come se l’agonia dell’assassino, la sua sofferenza, funga da macchina del tempo con il potere di far rivivere la Storia, di cambiare gli eventi, di mantenere in vita il figlio Mario.

Il vendicatore sembra appropriarsi del corpo del carnefice per mantenere in vita quello della vittima. In una delle scene più commoventi del film, solo quando Vivaldi si rende conto che la sua vittima è morta a causa delle torture, crolla emotivamente, sprofondando nella disperazione e nello sconforto più totale, piangendo disperatamente.

In quel momento, Vivaldi affronta la perdita, percepisce la mancanza, lo strazio dell’assenza e il vuoto. Si insinua l’idea che l’assassino, diventando vittima sacrificale, possa agire come sostituto della vittima da vendicare, ma solo finché rimane in vita. Emerge un altro elemento significativo: la vendetta di Vivaldi rappresenta un atto profondamente ribelle nei confronti di uno Stato percepito come assente e distante. Quando convocato in Questura per identificare l’assassino del figlio, Giovanni riconosce il colpevole ma si astiene dal denunciarlo alle autorità, poiché non crede che la punizione dello Stato sarebbe stata veramente efficace, severa e giusta.

La vendetta di Vivaldi incarna l’idea moderna e occidentale di un “meccanismo reattivo personale” guidato dal desiderio di infliggere sofferenza a chi ha causato danni.

Il gesto di Vivaldi, sebbene si svolga nell’ambito intimo e borghese, si distingue per una forza politica marcatamente antistatale, dirompente e profondamente sovversiva. In un contesto storico tumultuoso degli anni ’70, in cui l’autorità dello Stato viene messa alla prova da varie forze opposte, la vendetta di Vivaldi rappresenta un atto di sfida nei confronti di un sistema percepito come inefficace e ingiusto.

A livello filosofico e politico, la vendetta si configura come un desiderio individuale di giustizia al di là delle strutture distributive garantite dal potere politico, alimentato dalla convinzione che il potere politico non assicuri forme sufficienti di giustizia e commetta abusi.

La vendetta, in questo senso, diventa una forma privata del fenomeno pubblico della sanzione, caratterizzata dall’elemento della personalità. L’immagine finale del film, con lo sguardo beffardo e feroce di Giovanni Vivaldi, suggerisce che continuerà a perseguire la sua forma personale di giustizia.

Daniele Onori

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