Il diritto di essere informati su come si fa informazione.

di Mauro Ronco

1. In un commento apparso su questo sito in margine al caso Minetti, motivavo la mia indignazione per avere il conduttore di Report Sigfrido Ranucci lanciato un sospetto a carico del Ministro della Giustizia senza aver compiuto alcun accertamento sulla fondatezza della ‘voce’ che gli avrebbe riferito di un incontro in Uruguay di quest’ultimo con il compagno della predetta Minetti. Lamentavo che, a prescindere da eventuali responsabilità civili e penali, la Rai, datore di lavoro di Ranucci, nonché l’Ordine dei giornalisti avrebbero dovuto approfondire la vicenda sotto il profilo della responsabilità disciplinare e professionale. Diffondere ‘voci’ incontrollate di fronte a decine di migliaia di spettatori, con tutto il credito derivante dall’essere giornalista di un Ente pubblico, che scalfiscano l’onestà e la fama di un Ministro di Stato, non sembra infatti cosa del tutto indifferente, tale da lasciarsi scivolare via come un infortunio dovuto al caso.

Passati alcuni mesi dalla vicenda non sembra che Ranucci abbia trovato ostacoli nel proseguire senza remore sulla sua strada. Egli ha lasciato cadere la ‘voce’ che aveva propalato senz’alcuna cautela, dicendo di volersi coprire di cenere per ciò che gli era accaduto di dire. La grande scorrettezza informativa che si consumò in quella occasione rimase, a quanto pare, priva di conseguenze in termini di responsabilità.

2. Negli ultimi giorni si sono apprese notizie di tipo giudiziario che disegnano un quadro oscuro del lavoro con cui è confezionato il programma Report. Allestito dal servizio pubblico nazionale con grande spreco di risorse, poiché il team addetto al programma è composto da 40 professionisti tra giornalisti, redattori, inviati speciali e montatori[1], Report è organizzato secondo lo schema del giornalismo d’inchiesta, ispirato alla ricerca e denuncia di scandali, veri o presunti, allo scopo di mettere in cattiva luce il governo o i membri delle istituzioni che vi fanno riferimento.

In sostanza, la Rai ha creato una specie di procura privata, dotandola di grandi mezzi, che si sovrappone mediaticamente alla funzione svolta dalle Procure giudiziarie. Con ciò alimenta un inesauribile flusso di notizie, presentandone ipotetici risvolti penali, che, alla luce dei successivi accertamenti giudiziari, si sono rivelate talora infondate.

Si dice con enfasi che il giornalismo d’inchiesta sia funzionale alla libertà di stampa e alla democrazia.

Ciò potrebbe essere vero se fossero rispettate alcune condizioni. In particolare, l’attività di ricerca investigativa dovrebbe essere svolta nel rispetto delle regole fondamentali della civiltà giuridica, cioè, senza l’uso di atti giuridici tipici dell’Autorità giudiziaria, pedinamenti o intrusioni illecite nella sfera di libertà altrui; senza provocare suggestioni degli intervistati; utilizzando ‘fonti’ non inquinate e non inquinanti.

Qualche decennio fa, a seguito di un serio e approfondito dibattito in ordine all’utilizzazione giuridica delle dichiarazioni dei cosiddetti ‘pentiti’, fu promulgata una legge (L. 1 marzo 2001, n. 63 sul ‘giusto processo’), che statuì una serie di garanzie giuridiche volte a evitare le propalazioni menzognere di soggetti interessati a calunniare terzi al fine di ricavare vantaggi economici o processuali per se stessi o per altri.

3. Il confronto tra le garanzie che offre il ‘giusto processo’, governato da magistrati doverosamente imparziali, e il processo mediatico, tutto imperniato sulla parzialità politica, è sconfortante.

L’ufficiale e l’agente di Polizia giudiziaria si avvalgono anche di ‘fonti’ destinate a restare anonime. Ma le loro propalazioni restano rigorosamente segrete nell’esclusiva disponibilità dell’organo di polizia ed eventualmente del Pubblico Ministero. I giornalisti d’inchiesta si avvalgono anch’essi di fonti destinate a rimanere anonime (salva l’ipotesi residuale e rarissimamente utilizzata prevista dal co. 3 dell’art. 200 c.p.p.); ma le loro propalazioni vengono immediatamente portate a conoscenza di migliaia di spettatori.

Né l’eventuale verifica, pur doverosa, da parte del giornalista, circa l’affidabilità della fonte fornisce garanzie paragonabili a quelle che vengono attuate nel processo penale.

Infatti, il giornalista non dispone dei mezzi di prova del Pubblico Ministero. I suoi eventuali accertamenti, salvo quelli di carattere documentale – almeno quando egli è in grado di acquisire documenti autentici  – e di regola non lo è, giacché la normativa sulla privacy dovrebbe impedirgli di acquisire lecitamente notizie sui dati sensibili di chiunque – sono in gran parte labili e frammentari, basati per lo più sull’interesse degli intervistati a validare o meno le notizie apprese dal giornalista in via anonima.

Né si dica a scusante che i risultati del giornalismo d’inchiesta non posseggono la pregnanza dei fatti accertati dalla Procura giudiziaria. Ciò è ovvio. Ma l’effetto di denigrazione delle persone che scaturisce dalle inchieste mediatiche provoca danni immensi alla personalità dell’aggredito. Ché se, poi, all’esito di procedimenti che si trascinano faticosamente per anni, gli apprezzamenti denigratori si rivelano falsi, il giornalista d’inchiesta eventualmente chiamato in giudizio si avvarrà della esimente di aver fatto tutto il possibile per verificare l’attendibilità delle sue ‘fonti’.

Se è vero in astratto che il giornalismo d’inchiesta può essere utile alla libertà di stampa, esso certamente elude tale funzione quando si avvale di ‘fonti’ inquinate e inquinanti, funzionali allo screditamento degli organi pubblici e, in particolar modo, di quelli le cui azioni sono riferibili in qualche modo alla parte politica presa di mira dal giornalista.

Il giornalismo d’inchiesta svolge spesso, pertanto, una funzione del tutto opposta al sostegno alla democrazia. In realtà, costituisce un potente mezzo per inquinarla.

4. Si è appreso dalle recenti notizie giornalistiche che il conduttore di Report si avvaleva stabilmente come propria ‘fonte’ di un soggetto pluripregiudicato per delitti di rilevante insidiosità criminale.

Costui, per giunta, era noto a molti con la nomea di ‘faccendiere’, qualifica degli individui che si intromettono con spregiudicatezza in vicende politiche ed economiche, trafficando, da un lato, con soggetti appartenenti alle istituzioni e al mondo dell’economia, e, dall’altro, con appartenenti a organismi malavitosi.

È così avvenuto che, grazie all’assenza di regole, nonché di controllo sulla correttezza dell’attività giornalistica, si sia giustapposta all’investigazione giudiziaria una forma di investigazione privata – para-giudiziaria – che, senza rispettare la riservatezza delle notizie sensibili e, soprattutto, violando i princìpi sostanziali della personalità della responsabilità (non solo penale) e della presunzione di non colpevolezza (non solo penale), propala servizi giornalistici diretti a provocare, da un lato, scandalo e, dall’altro, popolarità ai conduttori delle inchieste.

5. Oltre alla liceità dei mezzi un’altra condizione è imprescindibile affinché il giornalismo d’inchiesta giovi alla libertà di informazione e non tracimi nella dissolutezza della denigrazione e dell’impostura.

La condizione è che i giornalisti si attengano al rigore della ricerca scientifica nell’esame riservato delle informazioni anonime, evitando la spettacolarizzazione dell’inchiesta prima di acquisire risultati almeno moralmente certi.

Tutto il contrario accade nel frenetico rincorrersi di trasmissioni dirette a provocare scandali artatamente diretti contro obiettivi politici prefissati.

Il giornalismo d’inchiesta si trasforma in uno strumento insidioso e disonesto di lotta politica, ben lungi dal suo statuto originario di ausilio alla libertà di informazione. La spettacolarizzazione è funzionale all’enfatizzazione della popolarità dei conduttori e, conseguentemente, alla formazione di poteri mediatici che si sottraggono a ogni controllo democratico.

6. I gestori degli spettacoli mediatici, autentiche macchine che producono fango, accumulano via via sempre maggiore influenza sociale per il fatto che, grazie alla notorietà delle persone da loro prese di mira, si accresce lo share televisivo dei programmi da loro diretti. Ogni mezzo sembra lecito per far lievitare la popolarità dei conduttori. A tale scopo essi debbono colorare di profili etici la loro attività, presentandosi quali vittime potenziali di gruppi innominati di malviventi che militerebbero a sostegno delle persone coinvolte nelle inchieste. Essi tendono ad apparire agnelli inermi tra lupi pericolosi. Essi gridano al sopruso non appena affiora la possibilità di controlli da parte del datore del lavoro nei riguardi delle loro confabulazioni.

I datori non osano limitare nei giusti limiti gli spettacoli mediatici, utili per la popolarità anche dei canali televisivi, per tema di essere stigmatizzati come ‘censori’ della libertà di espressione dalle testate giornalistiche di riferimento dei gestori degli spettacoli. Né i soggetti eventualmente diffamati possono contare sull’efficiente tutela dell’Autorità giudiziaria. È frequente che le cause per diffamazione o per violazione della privacy si chiudano in tempi smisuratamente lunghi, con provvedimenti che applicano con ampiezza le più varie esimenti a favore dei padroni dei media.

È noto che un mezzo per acquisire popolarità consiste nell’apparire in pericolo di vita per l’irreprensibilità della propria condotta e per il coraggio civile mostrato nell’accusare i malavitosi o i loro presunti protettori sul piano economico e politico.

7. Si dà il caso che l’auto del giornalista Ranucci fu distrutta il 16 ottobre 2025 dall’esplosione di un ordigno piazzato nei pressi della sua casa di abitazione. L’evento, che non provocò danno fisico ad alcuno, fu enfatizzato dai media e dagli esponenti politici dei gruppi di opposizione al Governo con insinuazioni che denunciavano rischi concreti per la democrazia nel Paese. Addirittura la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein citò l’attentato in un congresso dei socialisti europei affermando che: “[…] quando l’estrema destra è al governo”[2] sono a rischio democrazia e libertà di parola.

Non piccolo è stato perciò lo stupore quando si è appreso che l’Autorità giudiziaria ha sottoposto a indagini quale ‘mandante’ dell’evento criminoso dell’ottobre 2025 tale Valter Lavitola, che si è proclamato immediatamente ‘amico’ di Ranucci. Anche quest’ultimo non ha negato di essere in ottimi rapporti con il predetto, sostenendo addirittura che tale individuo sarebbe una sua ‘fonte’ nelle ricerche effettuate per il giornalismo investigativo.

8. Lo sconcerto è stato ancora maggiore quando si è appreso che “in questa storia dai molti punti ancora oscuri”[3] il conduttore di Report, vittima del clamoroso attentato di ottobre, sarebbe stato oggetto, verso la fine del 2025, di un sondaggio di opinione, commissionato da Lavitola, diretto a misurarne la popolarità ai fini di una sua ‘discesa in campo’ politica tra le fila dei ‘progressisti’.

Racconta il Corriere, sulla scorta delle dichiarazioni del presunto ‘mandante’, che costui, “attratto dal ruolo di king maker [della candidatura] spingeva e spingeva”. Ranucci, invece, avrebbe nicchiato, perché era già molto soddisfatto del suo livello di popolarità: “[…] tre milioni di persone vedono stabilmente la trasmissione mentre nove milioni sono gli utenti amici sui social. Davvero andrei in cerca di candidature?”[4].

Sta di fatto che il sondaggio, intitolato Notorietà potenziale nuovo candidato, è stato realmente effettuato e addirittura sottoposto alla valutazione di due ‘luminari’ del giornalismo italiano. Leggendo il testo del questionario[5], ci si rende conto che si è trattato di un lavoro di buon livello professionale, che avrebbe dato numeri ‘pazzeschi’ a favore di una ‘discesa in campo’ di Ranucci,

9. La Procura della Repubblica di Roma sta conducendo una indagine a largo raggio per verificare il movente dell’attentato di cui Lavitola sarebbe stato il ‘mandante’. Il faccendiere, mentre le indagini sono in corso, non rinuncia ad affidarsi ai media, forse lanciando messaggi cifrati ai suoi correi. Ridimensiona il proprio ruolo per la candidatura di Ranucci per il centro sinistra; svaluta il valore del sondaggio;  propone una tesi difensiva di tipo psicologico, che assomiglia a quelle consuete dei pregiudicati più istruiti: “saremmo stati due deficienti se avessimo pianificato noi l’attentato”[6].

10. Non credo che l’inchiesta della Procura di Roma perverrà a risultati che diano risposte convincenti agli interrogativi sollevati da questo affare. Già si alzano voci a sostegno di Report. Il responsabile cultura del PD Sandro Ruotolo ha dichiarato: “Va difeso il giornalismo di inchiesta e va tutelato un patrimonio del servizio pubblico, come Report, non indebolito”[7]. I toni dei servizi giornalistici sulla vicenda toccano i tasti dell’ironia e quasi dello scherzo al fine di far scivolare la vicenda sul piano dell’irrilevanza. Il conduttore ha assunto nuovamente il ruolo di vittima: “[…] si è sospesa la qualità del lavoro di una squadra e soprattutto la memoria di fatti importanti del Paese”[8].

La cupola pseudo-culturale che governa il servizio pubblico ha, peraltro, un estremo interesse a difendere i suoi campioni, nonché l’ingente ingranaggio mediatico per il quale sono impegnati ben 40 dipendenti. I giornalisti del gruppo Report – il cui primo cerchio è addirittura composto da 12 giornalisti esperti cui vengono affidati i casi più delicati[9] – è pronto a riunirsi in assemblea per contrastare eventuali decisioni dei dirigenti Rai che si ponessero in contrasto all’interesse del gruppo di potere che domina il settore cultura del servizio nazionale.

11. Come ho accennato, non credo, per le ragioni già viste, che l’inchiesta giudiziaria sarà in grado di accertare con carattere di certezza le responsabilità di questo affare, anche se mi auguro che l’inchiesta sia condotta con imparzialità fino a individuare i responsabili delle varie fasi oscure in cui si è snodata la vicenda.

Interessa soprattutto in questa sede stigmatizzare la gravità dell’episodio almeno sotto quattro profili: anzitutto, la pericolosità insita nel fatto che scorrazzino senza controllo in Italia numerosi giornalisti che si avvalgono di ‘fonti’ inquinate, tali da rendere ancora più torbida la vita politica e sociale della nazione; in secondo luogo, l’inciviltà della spettacolarizzazione dei fatti oggetti del giornalismo d’inchiesta, che mette a rischio la fama e la dignità di persone che le procedure giudiziarie svolte secondo le regole hanno talora dimostrato essere innocenti; in terzo luogo, lo spreco ingente di denaro pubblico per confezionare spettacoli privi di qualsiasi utilità sociale; in quarto luogo, la mancanza di indipendenza di molti giornalisti appartenenti al servizio pubblico, i quali operano in modo parziale perseguendo obiettivi di scandalo motivati da interessi politici.

A questo punto mi sembra doveroso rivolgere una richiesta agli amministratori Rai proprio in nome di quella trasparenza di cui si ammantano i protagonisti del giornalismo d’inchiesta: che sia reso noto nel dettaglio l’importo delle spese per l’allestimento del programma Report almeno negli ultimi cinque anni, ivi compresi i compensi dei giornalisti, dei consulenti tecnici, dei consulenti e delle loro ‘fonti’.    


[1] Corriere della Sera, 12 luglio 2026.

[2] Corriere della Sera, 13 luglio 2026.

[3] Corriere della Sera, 10 luglio 2026.

[4] Ibidem.

[5] Pubblicato sul Corriere della Sera, 10 luglio 2026.

[6] Corriere della Sera, 11 luglio 2026, 8.

[7] Corriere della Sera, 12 luglio 2026.

[8] Ibidem.

[9] Corriere della Sera, 12 luglio 2026.

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