Nel film A Man for All Seasons (1966), diretto da Fred Zinnemann e tratto dall’omonima opera teatrale di Robert Bolt, si narra la vicenda del cancelliere d’Inghilterra Tommaso Moro, che si oppone, in silenzio e con tragica coerenza, alla volontà del re Enrico VIII di ottenere il divorzio e fondare la Chiesa anglicana. In un’epoca segnata da conflitti fra potere temporale e autorità spirituale, Moro sceglie di perdere tutto, tranne la propria integrità.
Un uomo per tutte le stagioni” (titolo originale: A Man for All Seasons, 1966) è un film diretto da Fred Zinnemann, tratto dall’omonima opera teatrale di Robert Bolt. Racconta la storia vera di Tommaso Moro, cancelliere d’Inghilterra sotto Enrico VIII, che si rifiutò di approvare il divorzio del re e il suo matrimonio con Anna Bolena, opponendosi anche all’Atto di Supremazia che proclamava il sovrano capo della Chiesa d’Inghilterra.Il film segue il conflitto tra la coscienza morale e il potere politico, mostrando come Moro, uomo integerrimo e di profonda fede, scelga di restare fedele ai propri principi, anche a costo della vita. Viene processato per tradimento e condannato a morte nel 1535.Il titolo sottolinea l’universalità e la coerenza morale del protagonista: un uomo integro in ogni stagione della vita.
Il diritto come tragico confine
Tommaso Moro è giurista. Egli crede nel diritto come limite, non come strumento. Tutta la sua difesa — e resistenza — si fonda su un rigore formale che oggi ci apparirebbe quasi kafkiano: egli non si oppone apertamente al re, ma si rifiuta di firmare. E nel suo silenzio, nel suo rifiuto di pronunciare parole che gli altri vorrebbero imporgli, vi è una testimonianza terribile del paradosso del diritto moderno.
Il diritto qui non è garanzia: è minaccia, è gioco retorico, è strumento del potere. Moro ne conosce tutte le pieghe, ma le percorre come un funambolo che non vuole cedere al ricatto dell’opinione. Resta nel linguaggio della legge, fino alla fine. E proprio per questo è pericoloso: perché mostra che anche nel rispetto formale, la coscienza può essere libera.
La coscienza come assenza
La coscienza, per Tommaso Moro, non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si attraversa. Non è un principio positivo, non si impone come ideologia. È piuttosto un luogo di vuoto, uno iato. In questo senso, essa è tragica: essa impedisce ogni compromesso proprio perché non può darsi altra legge che quella interiore — e ineffabile.Il film di Zinnemann riesce a rappresentare questo conflitto con una sobrietà estrema. La recitazione trattenuta di Paul Scofield ci restituisce un Moro ieratico, ma anche fragile. Egli non è un santo, è un uomo che sa — come avrebbe detto Pascal — che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Ma proprio per questo non tradisce.
Il potere come teologia rovesciata
La figura del Re Enrico VIII, e ancor più quella del consigliere Thomas Cromwell, ci mostra l’altra faccia dell’umano: quella del potere che non sopporta la differenza. Il potere moderno non è semplicemente violento: è inclusivo. Vuole che tutto sia detto, dichiarato, pubblico, firmato. Non sopporta il silenzio, perché il silenzio è zona franca.
Moro è ucciso non per ciò che dice, ma per ciò che non dice. Questo rovesciamento è il segno della modernità: non si è più colpevoli per azioni, ma per omissioni. Il potere non cerca solo l’obbedienza, ma la confessione. Come nel mondo orwelliano, ciò che si pretende è l’adesione, non solo l’atto.
Un uomo per tutte le stagioni (anche la nostra)
Il titolo dell’opera — A Man for All Seasons — ci pone infine di fronte a una domanda radicale: può ancora esistere un uomo che non si lasci piegare dal tempo, dalla moda, dalla pressione sociale? Può esserci un uomo che, anche nella stagione più buia, sappia restare nella verità del proprio “sì” e del proprio “no”?
Oggi, in un’epoca in cui la parola “coscienza” è ridotta a slogan pubblicitario, e in cui l’etica si scioglie nel calcolo, la figura di Tommaso Moro torna a interrogarci. Non come modello morale, ma come scandalo filosofico: l’uomo che non volle dire ciò che tutti volevano sentirgli dire.
Daniele Onori
Bibliografia essenziale:
- R. Bolt, Un uomo per tutte le stagioni, Garzanti, Milano, 1997.
- E. de Luca, In nome della madre, Feltrinelli, Milano, 2006. (per il rapporto tra parola e silenzio come resistenza)
- T. Moro, L’Utopia, BUR, Milano, 2011. (per comprendere l’orizzonte ideale del personaggio)
- M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano, 2013. (sulla potenza del limite e la figura del trattenimento)
- G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995. (per la riflessione sul diritto e la vita esposta)
- K. Löwith, Significato e fine della storia, Il Mulino, Bologna, 2000. (sulla teologia politica sottesa al moderno)