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In occasione della settima edizione di Canapa Mundi (Roma 1-3 aprile 2022), la Fiera Internazionale dedicata alla canapa e ai suoi derivati, va ricordato l’effettivo contenuto della Legge n. 242/2016 in materia di promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, e della giurisprudenza su di essa formata, per scongiurare errate interpretazioni sulla legalità del commercio di certi prodotti.

1. Oggi si conclude a Roma la Fiera Internazionale della Canapa, pubblicizzata con grandi cartelloni pubblicitari recanti la scritta “Canapa Mundi” per le strade della Capitale: giunta alla sua settima edizione, ha lo scopo di diffondere informazioni sui prodotti derivati dalla canapa, proposti dalle numerose aziende che aderiscono all’iniziativa. È un evento espositivo aperto al pubblico senza limitazione di età: possono accedervi anche i bambini, ai quali sono dedicati persino spazi ludici e workshop ad hoc. Ci sono anche sale relax, sale dedicate all’allattamento, bar e ristoranti. La fiera, hanno sottolineato gli organizzatori, è anche un modo per sostenere le aziende del settore della canapa.

Presentato in questi termini, sembra che vada tutto bene: un grande evento festoso dopo il periodo difficile segnato dalla pandemia, tre giorni di esposizione di prodotti naturali, cui possono partecipare genitori con figli al seguito. È davvero così? I prodotti sponsorizzati sono tutti adatti al vasto pubblico e, soprattutto, sono pienamente legali? In realtà no. Molti dei prodotti presenti in fiera, stando alle leggi vigenti, sono illegali, in quanto pericolosi per la salute, così come illegale è la loro pubblicizzazione, specie se rivolta a minorenni.

2. E allora, come è possibile l’esistenza dei cannabis shop e addirittura di una Fiera Internazionale della Canapa, dove sono presenti diversi stand di aziende che propongono al pubblico prodotti derivati dalla cannabis (i cui siti web, non a caso, ricordano agli utenti che si tratta di prodotti che non possono essere venduti a minori di età)?

La risposta a questa domanda va ricercata in un’erronea applicazione della legge n. 242/2016 Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa. Questa legge limita la sfera della liceità alla sola coltivazione della canapa – il cui nome scientifico è cannabis sativa L.- per uso industriale, senza consentire la commercializzazione dei suoi derivati, che pertanto continua a rimanere attività illecita e sanzionata penalmente (cf. https://www.centrostudilivatino.it/dossier-cannabis-shop/). Ma non solo. La stessa legge prevede che le piante utilizzate contengano un THC non superiore allo 0,6%, pena «il sequestro e la distruzione delle coltivazioni (…) disposto dall’autorità giudiziaria» qualora la concentrazione di THC superi quella consentita (art. 4 co. 7).

Tuttavia, le aziende produttrici hanno immesso sul mercato una vasta gamma di prodotti, venduti nei numerosi cannabis shop che, con l’entrata in vigore della legge n. 242/2016, sono proliferati, facendo credere ai consumatori che quella legge avesse legittimato – assieme alla coltivazione della canapa (peraltro limitata, come si è visto) ‒ anche la vendita di derivati della cannabis, con evidenti problemi relativi alla tutela della salute pubblica e, in particolare, quella dei minori.

3. È utile ricordare quanto osservato nel 2018 dal Consiglio Superiore di Sanità in risposta a due quesiti formulati dal Segretariato Generale del Ministero della Salute (prot. n. 0684 del 19/02/2018), interessato a verificare se i prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa con etichette riportanti la presenza di “cannabis” o “cannabis light” o “cannabis leggera” fossero da considerare pericolosi per la salute, nonché se fosse possibile – e a quali condizioni ‒ immetterli in commercio. Ad avviso del Consiglio Superiore di Sanità per questi prodotti «non può essere esclusa la pericolosità», in quanto la biodisponibilità del THC anche a basse concentrazioni non può considerarsi trascurabile. Inoltre il rischio deve essere sempre valutato in base alle specifiche condizioni personali (es. presenza di patologie concomitanti, stato di gravidanza/allattamento, assunzione di farmaci ecc.), e in genere i prodotti offerti nei cannabis shop non recano indicazioni adeguate circa i possibili effetti collaterali o circa i pericoli in caso di interazioni con alcuni farmaci o, ancora, circa la pericolosità per il feto in caso di assunzione durante la gravidanza.

Con riferimento al secondo quesito, il Consiglio Superiore di Sanità, nel rilevare che «tra le finalità della coltivazione della canapa industriale, previste al comma 2 dell’art. 2 della Legge 242/2016, non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico», ha ritenuto che la vendita di prodotti riportanti sull’etichetta diciture quali “cannabis”, “cannabis light” o “cannabis leggera”, stante la loro pericolosità, «pone certamente motivo di preoccupazione». Per questo il Consiglio Superiore di Sanità ha concluso il parere raccomandando «nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione» l’attivazione di «misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti».

4. A un anno di distanza sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 30475/2019), affermando che: «la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, infiorescenze, olio e resina, integrano il reato di cui all’art. 73, D.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall’art. 4, commi 5 e 7, legge 2 dicembre 2016, n. 242, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa» (cf. quanto a decisioni dei giudici di merito https://www.centrostudilivatino.it/vendere-cannabis-anche-se-light-e-reato-senza-se-e-senza-ma/).

I derivati della canapa – è bene ricordare ‒ sono nocivi per la salute, e le diciture sui prodotti indicanti “cannabis leggera” hanno ulteriormente alimentato una pericolosa confusione, in quanto quel “leggera”, oltre a costituire in sé una qualificazione impropria, è stata tradotta nell’immaginario collettivo, specie fra i più giovani, come “innocua”. Nessuna sostanza stupefacente può dirsi veramente innocua, soprattutto se ad assumerla è un giovane: l’uso di droghe può infatti avere gravi conseguenze sullo sviluppo psico fisico e favorire l’insorgenza di psicosi ed altri disturbi mentali (cf. https://www.centrostudilivatino.it/onu-spiacenti-ma-la-cannabis-resta-pericolosa/).

Non va quindi sottovalutato l’aspetto relativo alla promozione dell’uso della canapa e dei suoi derivati in termini comunicativi, che può derivare dalla pubblicizzazione di certi prodotti o di certi eventi. A tal proposito giova ricordare che, ai sensi degli art. 82 e 84 del DPR n. 309 del 1990, sono considerate condotte penalmente rilevanti sia l’istigazione all’uso (con aggravante se fatta nei confronti di minori) che la propaganda pubblicitaria di sostanze stupefacenti. 

La pericolosità sta in particolar modo nella “normalizzazione” del fenomeno, che inevitabilmente altera la percezione del rischio da parte della collettività, traendo in inganno soprattutto le persone più fragili[1]. La Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ha da poche settimane pubblicato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulle dipendenze patologiche dei giovani (cf. https://www.centrostudilivatino.it/perche-no-alla-legalizzazione-del-traffico-di-cannabis-a-rischio-adolescenti-e-bambini/). Il quadro che è emerso è decisamente preoccupante: il consumo di cannabis è in aumento fra i giovani e si è abbassata l’età del primo consumo; all’uso delle droghe è spesso connessa la dipendenza da alcol, fumo, internet e gioco d’azzardo. Questo deve indurre tutta la collettività a riflettere sui rischi derivanti dal consumo di droga, senza sottovalutare i pericoli insiti in propagande all’apparenza innocue. Come ha osservato anche dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, «nessuno può restare indifferente di fronte al consumo di droga» perché «il consumo di stupefacenti mina il futuro di generazioni»[2].

Daniela Bianchini


[1] Si veda a tal proposito G. Serpelloni, Cannabis: chiudete quei negozi, in  https://www.centrostudilivatino.it/cannabis-chiudete-quei-negozi/

[2] Il 14 aprile sarà in libreria per le ed. Cantagalli Droga. Le ragioni del no. La scienza, la legge, le sentenze, a cura di Alfredo Mantovano. Il § 9 del Capitolo 1 è dedicato alla disciplina dei cannabis shop.

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