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La parola a chi assiste i tossicodipendenti e non fa propaganda ideologica.

Nel Luglio del 2022, si è svolto a Milano in aula Pirelli, il Convegno:” Cannabis e legalizzazione: le ragioni del no” organizzato dal Centro Sudi Livatino e dall’Associazione Ditelo Sui Tetti, https://www.centrostudilivatino.it/cannabis-e-legalizzazione-le-ragioni-del-no/

Presente fra i relatori la dott.ssa Elena Chiaron, Psicologa della Comunità Promozione Umana Onlus di Milano, intervenuta sul tema: La sfida del recupero”.

A due anni dall’incontro le poniamo alcune domande sugli aspetti meno conosciuti a proposito della tossicodipendenza, e ciò mentre l’attenzione di molta parte della stampa si orienta a sostenere le campagne a favore della droga di Stato, celebrandone la legalizzazione in Germania e la sua festa avanti alla porta di Brandeburgo, non più illuminata per festeggiare la caduta del totalitarismo comunista nella Germania dell’est, ma per l’introduzione di una nuova schiavitù per la nazione intera.

Nel frattempo, sulle persone tossicodipendenti cala il silenzio e, come 30 anni fa inascoltati profeti avevano preannunciato, si producono costi umani e sociali irreparabile e permanenti. Qui di seguito l’intervista.

Fra noi operatori del diritto si coglie una sorta di duplice fragilità: quella adolescenziale e quella adulta. È una sensazione fondata?

Innanzitutto, sono contenta di questa domanda perché è da anni che, tra operatori del settore, ci interroghiamo su come intervenire su tanto dolore che sta comunque toccando tutti, famiglia, scuola e società in genere. Stiamo facendo i conti con sentimenti sgradevoli di cui non vogliamo parlare o sentire parlare. Gli adulti hanno paura di impazzire dal dolore così come esattamente gli adolescenti e pertanto si parla molto ma si ascolta realmente molto poco di quello che “fa paura”. Il periodo pandemico e post pandemico ci ha messo di fronte alla morte come possibile, con le sue campane lugubri. Nessuna voce autorevole adulta ha parlato della morte e del dolore come possibile, nessuno ha dato voce all’idea della disfatta e dell’insuccesso come possibili e così ci siamo illusi di proteggere anche i ragazzi dall’idea della morte. E così gli adolescenti hanno cominciato a pensare la morte, il fallimento e l’insuccesso, da soli perché gli adulti pensano sia “troppo pericoloso anche per loro”, e così si sono detti e si dicono più volte “non era vero niente, che la vita era una passeggiata…”. Un adulto che non sa elaborare la morte, l’insuccesso o il fallimento è un adulto che per anni ha propinato una vita “in divertimento” fatta di “facciate irrealizzabili” e miti di perfezione che stanno generando negli adolescenti vissuti di ansia generalizzata.

Gli adulti vanno incontrati, vanno supportati, occorre creare appuntamenti nei quali possano aprire spazi veri di riflessione e possano recuperare la propria responsabilità genitoriale e/o educativa.

Spesso mi accade di incontrare genitori che, senza nemmeno riflettere, tendono a medicalizzare qualsiasi comportamento dei piccoli, sperando “che lo specialista risolva al più presto il problema”. Lo specialista da solo non fa nulla ha bisogno dell’alleanza di una comunità che non smetta di essere educante.

L’approccio agli stupefacenti di adolescenti con assenza di aspetti trasgressivi è oggi una caratteristica presente?

Mi sento di dire che oggi il consumo ed in seguito l’abuso sono di fatto lenitivi più che agiti trasgressivi a cui eravamo abituati. L’opposizione oggi appare sempre in modo più evidente come una forma di profonda disperazione. Non abbiamo più bisogno di adulti che facciano il loro discorsetto o ramanzina ma servono adulti che aiutino questi ragazzi a riflettere sul senso della vita, e sulla possibilità di identificarsi con qualcuno di grande che sa chi è, e pertanto può diventare un modello identificativo. Non a caso è in aumento anche l’uso sconsiderato degli psicofarmaci tra gli adolescenti e spesso i maggiori “prescrittori selvaggi” sono i genitori. Questo a significare che la dipendenza da sostanze o quelle che definiamo dipendenze immateriali rappresentano un modo per mettere a tacere emozioni disturbanti, per sedare quanto noi stessi adulti non siamo in grado di elaborare. Internet o le sostanze non possono sostituire il mandato educativo che ogni genitore o insegnante ha. Occorre affinare la capacità di ascolto con questi giovani, che hanno bisogno di essere pensati nella testa di un adulto così come sono, con le loro angosce, i loro fallimenti, le loro fragilità e la paura di non essere visti. Gli adolescenti non hanno nemmeno più bisogno di trasgredire con il sesso, compenetrando il corpo, ma hanno bisogno di compenetrare il pensiero di qualcuno che li “tenga a mente”, perché si sentano davvero amati. Ma amati dai loro genitori, dai loro inseganti e non dallo specialista o psicologo di turno.  È da due anni che incontro gruppi di adulti per fare prevenzione, su mandato del Ministero delle politiche Antidroga, con un progetto nel quale continuo a dire che non possiamo più sottrarci dal sentire e vedere tutto questo dolore e necessariamente dobbiamo farcene carico.

Che peso hanno l’isolamento sociale e la sofferenza psichica in tema di tossicodipendenza?

Direi un peso specifico. Spesso le sostanze non vengono utilizzate a scopo ricreativo ma semplicemente per “reggere il peso di una solitudine angosciosa”. Se pensiamo al primo lockdown, tutto era chiuso, si era deciso di chiudere ogni possibilità e stimolo per gli incontri e le conseguenti attività consolatorie, l’importante era evitare i contatti. E così per gli adolescenti è rimasto solo un corpo e i suggerimenti maligni di internet che propongono attacchi feroci per modificarlo e per renderlo più congruo ai propri bisogni narcisistici e di piacere. Abbiamo assistito in questi anni al fiorire di polisintomatologie, per cui l’uso di sostanze spesso è accompagnato da problemi legati all’isolamento sociale, specie nei maschi e nelle femmine, per esempio, ai gravi disturbi della condotta alimentare. Abbiamo anche assistito ad un’inversione di tendenza in tema di dipendenza per quanto riguarda la popolazione femminile che ha raggiunto il genere maschile addirittura superandolo, specie nell’uso di cannabinoidi tra i 15 e 16 anni.

Molte, inoltre, le segnalazioni e le prese in carico di disturbi d’ansia generalizzati legati al problema di uso/abuso.

Qual è la relazione tra uso di sostanze e sofferenza mentale?

Da quanto ci stiamo dicendo, anche all’interno dei nostri servizi ci rendiamo sempre più conto di quanto le comorbilità siano sempre più presenti e di quanto sia evidente che le nuove sostanze psicoattive, usate dai giovanissimi, difficilmente individuabili e che riguardano prevalentemente composti sintetici, oltre ad avere effetti molto pericolosi sino ad arrivare ad essere letali, produrranno a breve conseguenze terribili su tutta la salute pubblica.

Di fatto i giovanissimi non sanno nemmeno cosa in realtà stanno assumendo, non ne riescono a valutare il rischio. Ed è per tale ragione che dovremmo continuare a parlare del disagio mentale, a ricordare quante situazioni di criticità psichica si slatentizzino secondariamente all’uso associato di sostanze dannosissime, specie perché assunte in età in cui non sono ancora concluse tutte le fasi dello sviluppo psicofisico.

Non dobbiamo cedere all’idea che non parlare di problemi di abuso, di suicidi agiti o contemplati sia un modo per evitare il problema o addirittura non “caricarlo” ponendoci troppa enfasi. Noi professionisti della salute mentale dobbiamo lottare, non possiamo cedere all’idea che abbiamo una fetta di popolazione giovanissima e di giovani adulti che non possono nemmeno pensarsi nel futuro in nome di una libertà che non può essere definita tale. Non vi nego che sono severamente preoccupata anche del marketing di colleghi che si “spacciano” per esperti del settore ed invece non sanno trattare questa tipologia di pazienti.

Inutile negare che esista una pesantissima carenza formativa in ambito di Dipendenze Patologiche. Lo trovo imbarazzante. Sia in Università che nelle scuole di Specializzazione non esistono corsi approfonditi e realmente focalizzati su questo tipo di problematiche. Da anni insegno in una scuola di psicoterapia che fortunatamente dedica lezioni su questo tema, ma la sensazione è che le nuove generazioni abbiano paura ad approcciarsi a contesti nei quali i livelli di sofferenza sono elevati. Facciamo molta fatica a reperire personale che voglia impattare con realtà “cosi disturbanti”. Mi sembra perciò che tutti torni, anche i curanti hanno paura di affrontare tanta fragilità, forse mi azzardo a dire per non incontrare la propria, illudendosi di sentirsi più al sicuro fuori dalla relazione e unicamente dietro una piattaforma.

Si hanno difficoltà di prese in carico veloci?

La risposta è decisamente sì. È da anni che stiamo dibattendo su quanto sia fondamentale una presa in carico veloce che preveda percorsi adeguati all’utente al di là di qualsiasi stigma o pregiudizio degli operatori/curanti. Gli utenti solitamente, iniziano un percorso reale di cura dopo circa dieci anni dall’esordio della problematica. Un aggancio precoce favorirebbe risultati più efficaci oltre evitare che la persona intacchi in modo irreversibile aree importanti della propria esistenza. Oltre ai Servizi deputati (Sert, Smi, Cps, Centri di Ascolto…) io cedo ci sia sempre più bisogno di costruire sul territorio, a livello capillare, servizi meno connotati, nei quali gli adolescenti possano trovare spazi di ascolto ed in seguito, dopo essere stati fortemente motivati, essere agganciati ai Servizi specialistici.

Da trent’anni lavoro in una struttura terapeutico riabilitativa residenziale, nella quale ad oggi, nonostante la capacità di accogliere all’incirca 500 persone, fatichiamo ad avere posti liberi per nuove accoglienze. Il bisogno è tanto ma non possiamo pensare di essere relegati ad inseguire obiettivi di cura apprezzabili con persone che hanno alle spalle almeno 20 anni di tossicodipendenza.

Spesso ci ritroviamo ad inseguire la possibilità di curare “un corpo dilaniato dall’abuso” senza poterci occupare di coltivare obiettivi graduali di recupero psicofisico e di possibili aree di autonomia. Nell’ottica di interventi sempre più multidisciplinari, dovremmo uscire da sterile ed inutili pregiudizi tra pubblico e privato sociale ma semplicemente riconoscerci le rispettive competenze oltre che valorizzarne le immense risorse. Mi dispiace sentire ancora che ci sia uno stigma pesante. Solo reti di cooperazione e collaborazione con le rispettive assunzioni di responsabilità ci possono proteggere dall’esporre le persone affette da questa gravissima problematica ad orientarsi unicamente verso esiti di cronicizzazione della patologia. Io credo che, per quanto mi riguarda, nessuna persona sia mai “una causa persa”. E forse è per questo che, nonostante la fatica, continuo a credere nel bisogno di operatori veramente qualificati che si occupino di dipendenze patologiche.

Sembrerebbe si proceda verso una normalizzazione del disagio, è un’osservazione fondata?

L’osservazione è fondata alla luce di tutto quanto ci siamo detti fino ad ora. La normalizzazione nasce, come dicevo nel contesto adulto che vuole evitare di farsi carico di sentimenti disturbanti di questi adolescenti, di una scuola che non “cattura” anche chi è più in difficoltà.  Abbiamo creato a questi adolescenti un’illusione narcisista nel quale il sogno di essere sempre performanti, brillanti, apprezzabili ha lasciato il posto ad una mancanza del sé. Nessun oggetto e nessuna sostanza può sostituire il sé, non abbiamo insegnato che la disfatta esiste e può essere elaborata per creare spazi nuovi di possibilità più autentiche. L’assenza dei padri ha tolto la possibilità di rileggere la propria storia attraverso la legge e orizzonti incarnati di senso. Il padre sa celebrare la gloria ma anche la disfatta leale di chi sa stringere la mano a chi vince perché semplicemente è stato più bravo.

Per non banalizzare, attraverso false normalizzazioni o semplicistici invii a “magici” professionisti, la vera sfida è: ma noi adulti a cosa sappiamo rinunciare? Non serve togliere per sentirci a posto serve pensare a questi adolescenti, raggiungendoli là dove sono e non dove raccontiamo che siano, attraverso le nostre banali esistenze esibite on life.

Abbiamo bisogno di veri educatori che sappiano dar voce alle emozioni e che sappiano costruire una comunità educante perché l’incontro con l’altro è sempre edificante e ci cambia necessariamente l’esistenza.

Abbiano bisogno di adulti che “mettano in carne” la parola perché gli adolescenti riprendano a desiderare, e ditemi se non avere desideri non sia già un grande disagio. Il desiderio è soddisfatto quando ci si sente desiderati da un altro desiderio più grande: significare qualcosa per qualcuno.

Spero si possa smettere di usare parole neutre, le parole non sono mai neutre, abbiamo bisogno di parole che aprano il cuore alla speranza per non finire nella disperazione che comunque serpeggia.

Io non ho paura del silenzio e solo nel silenzio possiamo contattare realmente il dolore. Noi viviamo in un tempo di urla, urli non canti…quante sono le case delle nostre famiglie dove non ci sono più angoli di silenzio, tutto è pieno di vuoto. Ed io deciso ancora di cantare.

Dott.ssa Elena Chiarion
Psicologa psicoterapeuta. Da più di 20 anni si occupa di dipendenze patologiche in una Struttura Terapeutica Riabilitativa accreditata da Regione Lombardia che ospita all’incirca 350 utenti. All’interno di tale struttura ha svolto attività di psicologa in setting individuale e di gruppo, responsabilità di progetti finanziati con la legge 45 per la tossicodipendenza, analisi dati, membro di redazione della rivista “Promozione Umana”. Dal 2002, all’interno di diverse carceri, su indicazione dei servizi pubblici di riferimento, fa colloqui per valutare la motivazione dei soggetti detenuti a scontare parte della loro pena con una misura alternativa. Dal 2014 è Responsabile di Direzione Gestionale e Funzionale della Cooperativa Sociale “Promozione Umana”, Responsabile della Qualità del Servizio e presidente dell’Organismo di Vigilanza e Direttore Sanitario della Comunità “Maria Madre dei Poveri” di Sassari. Svolge attività di supporto e supervisione a tutte le equipe psicoeducative presenti nelle varie Unità di Offerta della Struttura. Presidia tutti gli atti e i procedimenti connessi alle attività sociosanitarie ed alla loro integrazione con le competenze sociali dei Comuni e con le attività sanitarie. Come responsabile della qualità aziendale si occupa inoltre di presidiare i processi di miglioramento aziendale. Dal 2000 Svolge attività libero professionale. Dal 2019 docente della Scuola di Psicoterapia Integrata delle sedi di Bergamo e Milano.

Intervista a cura di Benedetto Tusa

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