fbpx

Leggi la prima parte.

Il tema dei rapporti tra diritto e transumanesimo è senza dubbio ampiamente esteso e molteplici potrebbero essere le problematiche da vagliare, ma in questa sede, per ragioni intrinseche alla pretesa non enciclopedistica delle presenti riflessioni, se ne possono valutare soltanto alcune, le quali appaiono come le più imminenti ed emergenti nell’attuale scenario e nel dibattito del futuro più prossimo.

 Avendo esaminato nella prima parte di tali riflessioni il concetto di transumanesimo e le modalità secondo cui esso si esprime a livello culturale con evidenti conseguenze e difficoltà di ordine teorico-giuridico e perfino politico, occorre adesso prendere in esame cinque delle principali prassi che ne rivelano la sua modalità d’azione con evidenti ripercussioni giuridiche, sia di ordine normativo, sia di ordine generale afferente ai principi giuridici e al sistema di garanzie minime e fondamentali che dovrebbero essere poste a tutela della persona e che la logica transumanista finisce per travolgere radicalmente.

I cinque ambiti sono: 1) l’ideologia genderista; 2) l’avvento del cyborg; 3) la pratica della maternità surrogata (da ora MS); 4) l’ectogenesi; 5) la diffusione dell’intelligenza artificiale (da ora AI).

Ogni tematica, ovviamente, è quanto mai articolata e complessa, ma le esigenze di sintesi indurranno a tracciarne soltanto i perimetri generali al fine di coglierne i collegamenti in riferimento all’orizzonte transumanista all’interno delle quali si inscrivono più o meno consapevolmente.

1.L’ideologia gender

Nel 1949 Simone de Beauvoir scriveva che «donna non si nasce, lo si diventa»,[1] per sintetizzare l’idea in base alla quale la definizione dell’identità sessuale di un essere umano non poteva più essere vincolata al mero dato biologico, stante la rilevanza sempre maggiore del dato culturale.

La cultura, in sostanza, deve prevalere sulla natura, al fine della creazione di un modello che superando la dicotomia tra maschile e femminile possa pervenire alla sintesi androgina ponendo fine alla guerra tra i sessi.

Non a caso, qualche decennio dopo, inscrivendosi sul medesimo solco teorico, nel 1970, Shulamith Firestone scriveva che «ciò che avremo nella prossima rivoluzione culturale sarà la reintegrazione del maschile con il femminile, per creare una cultura androgina che supera le vette di entrambe le correnti culturali, o anche la somma delle loro integrazioni».[2]

Ecco dunque delinearsi il cuore dell’ideologia gender, cioè l’idea non soltanto che la dimensione della sessualità sia disancorabile dal dato naturale, ma che, proprio per questo, essa debba essere sostituita con il genere quale costruzione sociale, come, del resto, cristallinamente precisato da Judith Butler per la quale «la distinzione tra sesso e genere serve a sostenere la tesi che, mentre il sesso dal punto di vista biologico è variamente resistente, il genere è costruito culturalmente».[3]

L’ideologia genderista, allora, persegue l’elisione della differenza naturale tra uomo e donna, mirando a costruire una nuova utopia, cioè l’utopia androgina, quale superamento della normatività naturale della dicotomia della sessualità umana.

L’ideologia genderista esprime, dunque, un transumanesimo elementare, bio-sessuale, che presuppone il superamento della natura sessuata dell’umanità in favore di una fluidità in cui ogni genere è possibile poiché nessuna sessualità è oramai necessaria.

2.Il cyborg

Nell’ottobre del 2017, Neil Harbisson, musicista britannico che dalla nascita non riesce a percepire nessun colore con la vista, in una intervista al quotidiano britannico “The Guardian”, ha dichiarato di definirsi come «transpecie perché la definizione di essere umano non mi contiene più».[4]

Per sopperire a tali congeniti problemi di vista Harbisson, infatti, si è fatto installare un chip ed un’antenna che convertono i suoni in colori: i colori ad alta frequenza si traducono in suoni acuti, quelli di bassa frequenza in suoni bassi, consentendogli così di “sentire” i colori che non riesce a vedere.

Proprio tale integrazione di chip e circuiti elettronici e sistemi biologici lo avrebbe reso un cyborg, cioè un organismo che non è una macchina e non è un umano, ma la sintesi integrata dei due sistemi, tanto che lo stesso Harbisson ha fondato nel 2010 la “Cyborg foundation”,[5] il cui motto, non a caso, è “design yourself”, cioè, appunto, “progetta te sesso”.

La creazione del cyborg, avvalendosi dell’esperienza dissolutiva della dimensione della sessualità introdotta dall’ideologia gender, come già aveva chiarito Donna Haraway,[6] adotta ed amplifica l’idea che la normatività della natura possa essere integrata e perfino sostituita dalla normatività della cultura e della tecnica.

Se il pensiero gender sgretola la sessualità umana nella fluidità di tutte le varianti di genere, il pensiero cyborg destruttura tutto il resto dell’essere umano per proiettarlo nella nuova condizione di sintesi tra biologia e tecnologia.

Il pensiero cyborg costituisce, dunque, il primo livello sistematico e compiuto di transumanesimo, alla luce del quale la dimensione della corporeità umana non risponde e non deve più rispondere alle leggi fisiologiche della natura, ma diventa una argilla tecnologicamente plasmabile secondo il codice socio-culturale e la pura volontà individuale.

3.La maternità surrogata

Una delle prassi sempre più largamente diffuse in tutto il mondo in genere e in occidente in particolare, che esprime maggiormente la visione transumanista anche se non da tutti così realmente percepita, e che a sua volta costituisce un passaggio tecnico-sociale obbligato per ulteriori sviluppi, è la pratica medico-legale della MS.

La molteplicità dei problemi etici e giuridici di cui la MS è foriera si può riassumere nella circostanza per cui da un lato, essa, trasforma l’umanità in un prodotto commerciale – il più delle volte lautamente ricompensato in termini monetari – barattabile o compravendibile a seconda delle esigenze e della maggiore o minore permissività del sistema giuridico in cui viene a operare, e, dall’altro lato, destruttura la naturalità dei rapporti famigliari disancorando l’essere umano dalle sue stesse più profonde origini biologiche ed esistenziali.

Se la sessualità nell’alveo del pensiero gender non possiede più una sua cogenza tanto da poter essere ridefinita secondo le percezioni sociali e individuali, se, parallelamente, la corporeità non può e non deve più essere vincolata al sistema bio-fisiologico naturale nell’ottica del pensiero cyborg, è inevitabile che anche i rapporti umani, quelli più originari e primordiali, cioè quelli famigliari, possano e debbano essere disarticolati attraverso tutta la vasta e potente panoplia (fecondazione eterologa, selezione embrionale, maternità surrogata) riproduttiva che la tecnica contemporanea mette a disposizione.

La sessualità, la corporeità e, infine, la stessa maternità, diventano così il prodotto del puro artificio umano, di un’umanità la quale, avendo per sempre abbandonato i porti della natura, ha deciso di intraprendere la traversata negli inesplorati oceani dell’artificialità tecnica.

La maternità surrogata, in questo senso, traduce la mentalità transumanista nella misura in cui non soltanto fa astrazione dei rapporti famigliari, di cui il più fondamentale è proprio quello genitoriale, ma li riduce a mero oggetto di contrattazione e scambio reificando la maternità, come il pensiero cyborg ha reificato l’intera corporeità, e rappresentando la premessa logica, cronologica e tecnologica per il passo successivo, cioè la maternità artificiale.

4.L’ectogenesi

«L’utero artificiale, un progetto lontano dall’essere ancora realizzabile, potrebbe consentire quell’uguaglianza che la biologia – e non solo, ovviamente – ostacola[…]. Le donne potrebbero scegliere di ricorrere all’utero artificiale, allargando il loro spazio di libertà. Quella libertà non sarebbe solo fisica. Il peso sociale della gestazione e della riproduzione ha effetti anche sul lavoro (alle donne è richiesto di scegliere tra carriera e famiglia molto più che agli uomini) e sul paternalismo medico[…]. L’utero artificiale non è certo una bacchetta magica, ma potrebbe essere un modo per attenuare la disparità di genere, quelle regole che sembrano uscire dall’età vittoriana e i pregiudizi che rendono spesso più difficile per le donne il rifiuto del loro destino»:[7] così Chiara Lalli scriveva nel 2016 auspicandosi l’avvento della nascita ex machina come occasione di emancipazione della donna.

Appena pochi mesi dopo, sulla rivista Nature, un team di ricercatori pubblicava un sensazionale articolo in cui riportavano il successo di aver saputo mettere a punto una biobag con cui sono riusciti a sostenere fisiologicamente il feto prematuro di un agnello per circa quattro settimane rivelando al mondo intero che l’utero artificiale era concretamente un passo più vicino.[8]

La reale svolta, da un punto di vista tecnico, è avvenuta nel marzo del 2021, allorquando, come riportato dal New York Times,[9] un gruppo di ricerca israeliano è riuscito a compiere il primo vero passo verso il perfezionamento dell’ectogenesi facendo sviluppare degli embrioni di topo e rimuovendoli dall’utero materno per incubarli in un utero artificiale fino a circa metà della loro gestazione, precisando, peraltro, che nell’uomo – ad un pari stadio di sviluppo – si sarebbe già trattato di un vero e proprio feto.

La messa a punto di una simile tecnologia procreatica,[10] sebbene sul principio possa essere ritenuta legittima da un punto di vista clinico al fine di preservare i cosiddetti “grandi prematuri”,[11] e da un punto di vista etico per risolvere le problematiche legate alla maternità surrogata, è anch’essa espressione diretta della mentalità transumanista, poiché non soltanto disancora radicalmente la maternità dal legame corporeo umano che naturalmente si dovrebbe instaurare tra madre e figlio, ma anche e soprattutto perché mette in essere un vero e proprio rovesciamento antropologico alla luce del quale dopo secoli in cui sono state le macchine ad essere state prodotte dagli uomini, nel prossimo futuro potrebbero essere gli uomini ad essere prodotti dalle macchine, con chiare ripercussioni in ordine alla libertà, all’autonomia, e specialmente alla dignità dell’essere umano.

5.L’intelligenza artificiale

L’avvento dell’intelligenza artificiale, infine, costituisce, almeno in questa sede, l’ultima epifania della mentalità transumanista in quanto con essa si tenta di integrare e superare – dove possibile – in modo quanto più definitivo e radicale l’elemento umano sul doppio presupposto dell’infallibilità dell’AI e della fallacia della condotta umana.

In questa direzione lo sviluppo di automobili a guida autonoma,[12] di droni militari in grado di scegliere i propri obiettivi autonomamente tanto da potersi ribellare pur di portare a compimento la missione,[13] di applicazioni bio-mediche che assicurano migliorie in termini di efficacia,[14] di robot addetti alle mansioni più pesanti,[15] appare come la promessa di irenismo tecnologico che l’AI sembra poter onorare aprendo inediti e insperati orizzonti di ordine, pace e sicurezza.

E in ciò risiede interamente la prospettiva transumanista: da un lato superare la dimensione umana della vita, da quella ordinaria dei trasporti e del lavoro a quella bellica, dall’altro lato forgiare uno strumento tecnologico con la speranza che possa garantire la realizzazione del paradiso in terra sollevando l’umanità da ogni fatica, sofferenza e insicurezza in cui essa per natura versa.

Se tradizionalmente, almeno secondo la visione religiosa, l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio e del suo logos, adesso l’uomo crea l’AI a propria immagine e somiglianza con l’auspicio che possa superarlo proprio sul versante del logos.

Se nella visione teologica della vita l’uomo come creatura partecipa alla dimensione ordinata del creato, nella visione tecnologica del transumanesimo l’AI partecipa alla dimensione ordinante dell’uomo.

L’AI, insomma, è il vero momento di superamento della natura umana, cioè l’effettivo compiersi, nel modo più completo ed esaustivo, della concezione transumanista dell’uomo, della vita e del diritto.

Conseguenze giuridiche

Tutte le suddette tematiche sono cristalline applicazioni della mentalità transumanista e presentano, ciascuna per parte propria, un rilevante numero di problemi giuridici, sebbene, in questa sede per ovvie ragioni di spazio, se ne può evidenziare soltanto uno per ognuna.

La moltiplicazione dei generi che l’ideologia gender implica ha avuto e sta avendo delle notevoli ripercussioni in campo giuridico.

Su tutte, l’idea della moltiplicazione dei diritti umani che non sarebbero più contraddistinti dall’universalità che fino ad ora li ha definiti, ma dovrebbero essere declinati in ragione del numero di generi che la fluidità gender contempla.

In questo senso, tra i molteplici esempi possibili, si pensi al documento redatto dall’Australian Human Rights Commission già nel 2013 secondo il quale la tutela dei diritti umani si deve adeguare, almeno in Australia, all’esistenza dei ben 23 generi diversi esistenti.[16]

La frantumazione dell’identità sessuata umana, insomma, si è ben presto tradotta in una disintegrazione del senso universale e della funzione generale del diritto.

Sul prolungamento della logica moltiplicativa e frazionante si inserisce il pensiero cyborg che non soltanto espressamente pretende il diritto a modificare la propria corporeità, ma anche il dovere di modificare la corporeità del diritto attraverso la rivendicazione dei cosiddetti “diritti cyborg”.

Si moltiplicano, infatti, a livello internazionale i documenti che rivendicano la tutela legale di tali diritti,[17] come testimoniato, del resto, dallo stesso Newsweek secondo il quale è oramai giunta l’epoca di approvare una vera e propria “bill of rights” per i cyborg.[18]

Tra i diritti che vengono rivendicati, spiccano soprattutto il cosiddetto “diritto di non-smontaggio” (in riferimento agli apparati elettronici installati nel proprio corpo); il cosiddetto “diritto alla libertà morfologica” (in riferimento alla capacità di apportare tutte le alterazioni bio-tecnologiche desiderate al proprio organismo); il cosiddetto “diritto alla sovranità corporea” e, infine, il cosiddetto “diritto alla naturalizzazione organica” (cioè il diritto che dovrebbe tutelare gli apparati tecnologici installati nel proprio corpo che non possono e non devono essere considerati di proprietà altrui).

La coriandolizzazione dei diritti che si ritrova alla base delle pretese genderiste e delle rivendicazioni cyborg, del resto, viene in essere in modo quanto mai compiuto nella pratica della maternità surrogata, specialmente in relazione alla definizione dello status filiationis.

Le procedure bio-legali che la maternità surrogata implica, infatti, causano una frammentazione dello status genitoriale e, conseguentemente, dello status filiationis il quale, in caso di disaccordo tra le parti coinvolte (donatori di ovuli e liquido seminale, donna gestante, coppia committente), diventa oggetto di difficile determinazione secondo una univoca ratio iuris.

Tali complicazioni, infatti, sono emerse fin dall’inizio delle numerose vicende giurisprudenziali che negli anni si sono registrate al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, come comprovano le tre diverse pronunce statunitensi l’una in opposizione all’altra.

Infatti, la Corte Suprema del New Jersey, ha statuito che, nel caso di dubbio, debba prevalere la maternità della donna surrogante, cioè della gestante, ancorando la genitorialità al criterio biologico della gestazione e del parto (nel caso Baby M);[19]  la Corte d’Appello dell’Ohio, invece, ha dichiarato che, nel caso di controversia, si debba riconoscere la genitorialità della coppia committente che ha fornito i gameti, fondando così la genitorialità sul criterio più che biologico in quanto strettamente genetico (nel caso Clark v. Belsito);[20]  la Corte Suprema della California, infine, ha ritenuto riconoscibili – nel caso di contesa – come madri entrambe le donne coinvolte,[21]  cioè sia la donna surrogante-gestante che la donna surrogata-committente (nel caso Johnson v. Calvert).[22]

Vengono ad essere sacrificati, con tutta evidenza, il principio di certezza del diritto e soprattutto quello della dignità della persona del nascituro a cui l’ordinamento non riesce a garantire una tutela effettiva e razionale del suo status personale dilacerandosi così quel rapporto umano fondamentale che costituisce l’orizzonte di senso del diritto.

Il crollo della razionalità giuridica che si manifesta con le pratiche di maternità surrogata si sugella in maniera esponenziale nel caso dell’utero artificiale, specialmente in relazione alla pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza.

Se, infatti, con la gravidanza ordinaria o perfino con quella surrogante, la donna può interrompere la gravidanza sul presupposto che la propria integrità psico-fisica sia da questa messa a rischio, nel caso di gravidanza artificiale la donna non corre alcun rischio poiché la gestazione è condotta dalla macchina.

L’ectogenesi, insomma, mette in discussione – probabilmente in un modo così definitivo che mai si era presentato nella storia – la facoltà della donna di interrompere la gravidanza tramite l’aborto, poiché reclamare un eventuale diritto all’interruzione di gravidanza in presenza dell’utero artificiale significherebbe reclamare un diritto che non si estrinseca più nel controllo sul proprio corpo, ma sulla soppressione sic et simpliciter di una vita distinta e distante rispetto alla donna che eventualmente intendesse “abortire” (o esercitare una sorta di “diritto di ripensamento”).

La donna, insomma, sarebbe spodestata da quella libertà decisionale sulla vita e sulla morte che negli ultimi decenni ha costituito la punta di diamante del femminismo giuridico, con ripercussioni che devono, dunque, essere ancora attentamente ponderate.

Per ciò che riguarda, infine, l’AI si deve prendere in considerazione il problema della cosiddetta “discriminazione algoritmica”, cioè quella forma di discriminazione che viene in essere allorquando una procedura amministrativa che esclude o include i candidati di un bando, di una selezione, di una gara, è interamente rimessa all’automazione di un algoritmo di cui si ignorano le reali istruzioni di funzionamento.

Non a caso, già nel 2019, il Consiglio di Stato si è occupato espressamente del problema, nel caso riguardante il trasferimento e le assegnazioni di alcuni docenti di sostegno senza alcuna procedura amministrativa poiché l’intera operazione è stata gestita automaticamente da un apposito algoritmo.

Sul punto il Consiglio di Stato, non a caso, ha precisato l’illegittimità della scelta poiché essa si è posta in violazione di tre principi che devono essere ritenuti inderogabili allorquando si utilizzano strumenti informatizzati:«In primo luogo, il principio di conoscibilità, per cui ognuno ha diritto a conoscere l’esistenza di processi decisionali automatizzati che lo riguardino ed in questo caso a ricevere informazioni significative sulla logica utilizzata[…]. In secondo luogo, l’altro principio del diritto europeo rilevante in materia (ma di rilievo anche globale in quanto ad esempio utilizzato nella nota decisione Loomis vs. Wisconsin), è definibile come il principio di non esclusività della decisione algoritmica. Nel caso in cui una decisione automatizzata produca effetti giuridici che riguardano o che incidano significativamente su una persona, questa ha diritto a che tale decisione non sia basata unicamente su tale processo automatizzato (art. 22 Reg.). In proposito, deve comunque esistere nel processo decisionale un contributo umano capace di controllare, validare ovvero smentire la decisione automatica. In ambito matematico ed informativo il modello viene definito come HITL (human in the loop), in cui, per produrre il suo risultato è necessario che la macchina interagisca con l’essere umano. In terzo luogo, dal considerando n. 71 del Regolamento 679/2016 il diritto europeo trae un ulteriore principio fondamentale, di non discriminazione algoritmica, secondo cui è opportuno che il titolare del trattamento utilizzi procedure matematiche o statistiche appropriate per la profilazione, mettendo in atto misure tecniche e organizzative adeguate al fine di garantire, in particolare, che siano rettificati i fattori che comportano inesattezze dei dati e sia minimizzato il rischio di errori e al fine di garantire la sicurezza dei dati personali, secondo una modalità che tenga conto dei potenziali rischi esistenti per gli interessi e i diritti dell’interessato e che impedisca tra l’altro effetti discriminatori nei confronti di persone fisiche sulla base della razza o dell’origine etnica, delle opinioni politiche, della religione o delle convinzioni personali, dell’appartenenza sindacale, dello status genetico, dello stato di salute o dell’orientamento sessuale, ovvero che comportano misure aventi tali effetti. In tale contesto, pur dinanzi ad un algoritmo conoscibile e comprensibile, non costituente l’unica motivazione della decisione, occorre che lo stesso non assuma carattere discriminatorio. In questi casi, come afferma il considerando, occorrerebbe rettificare i dati in “ingresso” per evitare effetti discriminatori nell’output decisionale; operazione questa che richiede evidentemente la necessaria cooperazione di chi istruisce le macchine che producono tali decisioni».[23]

Conclusioni

Alla luce di tutto quanto fin qui esposto, seppur in modo estremamente sintetico, si intuiscono le profonde conseguenze, spesso negative, di carattere giuridico che il transumanesimo conduce con sé in modo più o meno consapevole.

Da qui si possono trarre almeno tre conclusioni.

In primo luogo: ogni modificazione della dimensione antropologica che le nuove correnti di pensiero, le nuove tecnologie o le nuove tendenze sociali cristallizzano comportano sempre una modificazione del modo di intendere il diritto, per cui, al fine di garantire che il diritto rimanga se stesso, cioè occasione di tutela del più debole, occorre sempre vigilare sulle modalità con cui i fattori predetti cercano di influire e modificare anche soltanto indirettamente il tessuto giuridico.

In secondo luogo: emerge con estrema chiarezza la difficoltà di intendere correttamente i rapporti tra sfera tecnica e sfera umana, poiché a chi reputa che il diritto debba semplicemente limitarsi alla recezione formale dei mutamenti introdotti dal progresso tecnico-scientifico, occorre ricordare che il diritto è qualcosa di diverso e di più, possedendo una sua specifica e costitutiva dimensione assiologica che non consente di manipolarlo oltre misura riducendolo a mero strumento formale della volontà del singolo o della collettività.

In terzo luogo: si evidenza in modo quanto mai cristallino che lo sviluppo tecnico senza limiti di ordine morale e soprattutto giuridico si risolve, prima o poi, in pratiche che negano radicalmente e totalmente la dignità umana e la stessa umanità dell’uomo e del diritto.

Il transumanesimo, insomma, abbandona l’esistenza e l’essere umano alla potenza della macchina, isolandolo dalle relazioni naturali e alimentando speranze intorno ad una salvezza terrena che, prima o poi, si rivela non soltanto un’illusione, ma un vero e proprio incubo ad occhi aperti, poiché, con le parole di Gabriel Marcel, «v’è da pensare che lo sviluppo ad oltranza della tecnica tende a sovrapporre quest’ultima alla vita e, in un certo modo, a sostituire alla vita una sovrastruttura completamente artificiale, ma che per gli uomini moderni diviene l’ambiente di cui sembra non possano fare più a meno[…]. In ultima analisi, per essere così orientato, il mondo della tecnica non può non sfociare nella disperazione».[24]

Aldo Rocco Vitale


[1] Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 2012, pag. 271.

[2] Adriana Cavarero – Franco Restaino, Le filosofie femministe, Mondadori, Milano, 2002, pag. 149.

[3] Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, Bari, 2013, pag. 11

[4] https://www.theguardian.com/technology/2017/oct/29/transhuman-bodyhacking-transspecies-cyborg   

[5]   https://www.cyborgfoundation.com/

[6] «Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza organica ottenute investendo un’unità suprema di tutti i poteri delle parti. Il cyborg non ha nemmeno una storia delle origini nell’accezione occidentale del termine[…]. Il cyborg definisce una polis tecnologica in parte fondata sulla rivoluzione delle relazioni sociali nell’oikos[…]. Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica»: Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano, 1995, pag. 41-42.

[7] http://www.internazionale.it/opinione/chiara-lalli/2016/05/16/utero-artificiale-donne-liberta

[8] AA.VV., An extra-uterine system to physiologically support the extreme premature lamb, Nature, 25 aprile 2017.

[9] https://www.nytimes.com/2021/03/17/health/mice-artificial-uterus.html

[10] La letteratura bio-medica, etica e giuridica sul tema è sempre più vasta. Ex plurimis cfr.: AA.VV., Ectogenesis, in European journal of medical technologies, 3/2015; AA.VV., The artificial womb, in Annals of the New York academy of sciences, 1221/2011; Irina Aristarkhova, Ectogenesis and mother ad machine, in Body & Society, 3/2005; Henri Atlan, L’utero artificiale, Giuffrè, Milano, 2006; Ruth Landau, Artificial womb versus natural birth: an exploratory study of women’s views, in Journal of reproductive and infant psychology, 1/2007; Anna Smajdor, In defense of ectogenesis, in Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics, 21/2012; Anna Smajdor, The moral imperative for ectogenesis, in Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics, 16/2007; Stellan Welin, Reproductive ectogenesis: the third era of human reproduction and some moral consequences, in Science and engineering ethics, 10/2004.

[11] Sul punto cfr. Adriano Bompiani, I grandi prematuri. Considerazioni cliniche, bioetiche e giuridiche, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2009; cfr. altresì Comitato Nazionale per la Bioetica, I grandi prematuri. Note bioetiche, 29 febbraio 2008.

[12] https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/asvis/2023/09/14/andiamo-verso-la-proibizione-delle-auto-a-guida-umana-perche-meno-sicure_d26eff3e-5d3e-49f9-97d6-d9fead5f1967.html

[13] https://www.repubblica.it/tecnologia/2023/06/02/news/drone_intelligenza_artificiale_simulazione_uccide_operatore-402932921/

[14] https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2023/11/20/intelligenza-artificiale-conquista-nuovi-spazi-in-medicina_df87829c-69fb-41d2-923a-a64dff2a437b.html

[15] https://www.fastweb.it/fastweb-plus/digital-dev-security/robot-umanoidi-con-intelligenza-artificiale-nuova-frontiera-del-lavoro/

[16] https://www.humanrights.gov.au/our-work/sexual-orientation-sex-gender-identity/publications/addressing-sexual-orientation-and-sex

[17] https://cyborgrights.eu/; https://www.wired.com/beyond-the-beyond/2018/08/transhumanist-bill-rights-version-2-0/; https://transhumanist-party.org/tbr-3/  

[18] https://www.newsweek.com/creating-sapient-technology-cyborg-rights-should-happen-soon-opinion-1835483

[19] http://www.nytimes.com/1988/02/04/opinion/justice-for-all-in-the-baby-m-case.html

[20] http://www.biojuris.com/natural/4-1-2.html

[21] «In base alla legge, potevano essere considerate madri sia la donna che aveva determinato la nascita di un bambino con l’intenzione di crescerlo, sia la donna che lo aveva portato in grembo e partorito»: Maurizio Pietro Faggioni, Maternità surrogata, in Enciclopedia di bioetica e scienza giuridica, ESI, Napoli, 2015, Vol. VIII, pag. 265.

[22] http://faculty.law.miami.edu/zfenton/documents/Johnsonv.Calvert.pdf

[23] Consiglio di Stato, n. 8472/2019.

[24] Gabriel Marcel, L’uomo contro l’umano, Iduna, Sesto San Giovanni, 2022, pag. 77-78.

Share