Daniele Onori, con il suo recente libro Voci interrotte, dà parola a celebri personaggi femminili della letteratura, che raccontano dolore, violenza e desiderio di libertà. Il lettore viene accompagnato nella riflessione sull’importanza di ascoltare senza pregiudizi e sul potere della letteratura di restituire voce alle donne.

Daniela Bianchini

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 54/134 del 17 dicembre 1999. Ogni anno, soprattutto in prossimità di questa ricorrenza, si moltiplicano le iniziative di sensibilizzazione: occasioni per ribadire quanto sia urgente estirpare dal tessuto sociale ogni forma di prevaricazione, sopraffazione e violenza.

Le storie sono tante, troppe: donne segnate da maltrattamenti fisici e psicologici; donne uccise da chi, talvolta, diceva di amarle. Parlare della violenza contro le donne − da quella che lascia tracce sulla pelle a quella che scava solchi invisibili nell’anima − è indispensabile perché ne favorisce il contrasto sul terreno culturale; consente di interrompere la trasmissione degli stereotipi e di far comprendere che comportamenti e parole umilianti non devono essere normalizzati o banalizzati. Parlare della violenza contribuisce, in definitiva, a difendere la libertà delle donne di essere e scegliere, senza dover corrispondere alle aspettative altrui.

A questo tema, tanto doloroso quanto tristemente attuale, si accosta con originalità Voci interrotte, il recente libro del giurista e studioso di letteratura Daniele Onori, pubblicato dalla casa editrice Studium. Articolato in due volumi (il secondo sarà pubblicato nel 2027), il testo affronta la violenza contro le donne attraverso una prospettiva letteraria: su un palcoscenico immaginario, donne appartenenti a epoche diverse prendono la parola e raccontano la propria storia. Da Antigone a Medea, da Didone a Emma Bovary, da Ghismonda a Ofelia, da Andromaca ad Anna Karenina, fino ad Ifigenia, a Francesca da Rimini, a Desdemona e alla Lupa di Verga: ciascuna dà voce al dolore, alla libertà calpestata, alla brutalità di cui ha fatto esperienza. I monologhi, intensi e appassionati, fanno emergere una prospettiva spesso rimasta in ombra.

Quelle figure sono insieme figlie di epoche lontane e protagoniste immortali della letteratura. Eppure, nelle loro parole, risuona un desiderio ancora attuale, comune, forse, a tutte le vittime: quello di essere ascoltate. La letteratura diventa così, come scrive Onori, una «lente attraverso cui possiamo interrogare il nostro presente». Lo scopo del libro non è infatti soltanto quello di analizzare la violenza contro le donne, ma di indagare come le opere letterarie l’abbiano raccontata nei secoli e come le loro protagoniste abbiano trovato nella parola una forma di resistenza.

Il lettore è chiamato dunque a far risuonare dentro di sé quei monologhi, non rimanendo uno spettatore distante. Le parole superano i confini della narrazione e della scena teatrale, chiamando il lettore in causa e risvegliando il senso di una responsabilità condivisa. Le voci narrano, infatti, come afferma Onori, «la nostra stessa responsabilità nel perpetuare o nel contrastare» un sistema che sottrae alle donne la possibilità di parlare. Chi esercita violenza, del resto, spesso conta proprio sul silenzio delle vittime: il riscatto passa, quindi, anche dalla possibilità di dare voce alla sofferenza e di essere finalmente ascoltate.

Le protagoniste di Voci interrotte, lontane nel tempo e diverse per destino, condividono un tratto essenziale: sono state a lungo raccontate attraverso lo sguardo altrui. Onori spezza questa consuetudine narrativa. Nei monologhi, le donne non sono più soltanto vittime, colpevoli o personaggi tragici: diventano presenze vive, capaci di raccontare il proprio dolore e la propria ribellione; capaci di interrogare il lettore in prima persona.

La scrittura teatrale si intreccia con l’analisi critica dei contesti storici, culturali e letterari da cui provengono queste figure. Anche le indicazioni sceniche − sulla luce, sul tono della voce, sulla postura − contribuiscono a rendere il lettore parte dell’ascolto: non semplice destinatario di informazioni, ma interlocutore di chi prende la parola. È questo, spiega Onori nell’introduzione, il desiderio da cui nasce il libro: «restituire a molte donne la cui vita è stata brutalmente interrotta o segnata in modo indelebile dalla violenza, una voce che sia finalmente ascoltata».

È un’affermazione che mi ha molto colpita. Mi è capitato spesso di ascoltare testimonianze di donne che hanno subito per anni, in silenzio, vessazioni e violenze: non hanno parlato per paura di non essere credute, comprese o ascoltate; talvolta, per il timore di essere giudicate. Saper ascoltare una vittima, infatti, non è scontato. Può accadere che proprio chi dovrebbe aiutarla o renderle giustizia la esponga a una nuova forma di sofferenza: la vittimizzazione secondaria, alimentata anche da domande sbagliate, inopportune o formulate senza la dovuta attenzione e delicatezza.

Le donne di Onori parlano senza filtri e consegnano al lettore la propria sofferenza, a volte con rabbia. Non sempre le loro affermazioni sono condivisibili: io stessa, per esempio, mi sono trovata in disaccordo con alcune di loro. Ma il libro non chiede al lettore di approvare ogni parola o ogni gesto; lo invita piuttosto a entrare nel dramma umano delle protagoniste, anche quando le loro vicende sono a lui lontane. Chiede un ascolto libero dal pregiudizio e una riflessione sulle origini della violenza e sulle conseguenze che lascia, spesso indelebili o irreparabili.

Ascoltare significa anche riflettere sulle domande che le protagoniste rivolgono a chi legge. Medea, scrutando e sfidando il pubblico, chiede: «Sapete cosa significa morire restando vivi? Sapete cosa vuol dire vedere la propria vita frantumarsi come vetri sotto il peso di una promessa tradita, di un sogno strappato via senza pietà? Guardarsi allo specchio e non riconoscere nemmeno più il proprio volto, vedere solo un’ombra, un guscio vuoto, un’eco soffocata dal proprio essere?». Sono parole dure, che esigono una risposta. Non si tratta di giustificare Medea, accecata dall’odio e responsabile di delitti atroci. Si tratta di ascoltarne il dolore e riconoscerne la dignità umana, senza ridurre la persona agli atti che ha commesso.

E come non interrogarsi, poi, davanti alla domanda di Francesca da Rimini, dannata nell’Inferno dantesco: «Chi è il vero dannato? Io, che ho seguito la voce del cuore fino all’ultimo battito, o chi si è condannato all’assenza di vita per paura di vivere davvero?». O, ancora, davanti a quella che Onori pone nell’introduzione al monologo di Desdemona, protagonista della tragedia di Shakespeare: «Quale spazio viene concesso alla voce femminile? Quante volte, ancora oggi, le Desdemona del mondo vengono uccise non per colpa, ma per amore deformato in dominio, per paura maschile travestita da onore?».

Voci interrotte affida alla letteratura un compito: restituire parola a chi è stata ridotta al silenzio e trasformare l’ascolto in consapevolezza. Le voci del libro non appartengono soltanto al passato o alla letteratura: ci raggiungono, ci interrogano e ci chiedono di non distogliere lo sguardo. Il libro invita ad indagare sulla complessità delle dinamiche umane e a riconoscere che la protezione delle donne dalla violenza comincia anche da qui: dal modo in cui ascoltiamo, raccontiamo e diamo spazio alla loro voce.

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