Una riflessione del postulatore dopo il decreto del 7 ottobre 2026.

✠ Vincenzo Bertolone, SdP
Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace
Postulatore della Causa di beatificazione e canonizzazione del Beato Rosario Angelo Livatino

Questo Centro porta il nome di Rosario Livatino e ha contribuito a farlo conoscere a una generazione di giuristi. Dal 7 ottobre il beato è patrono dei magistrati italiani: il Dicastero per il Culto Divino ha accolto la richiesta del comitato promotore, che i vescovi avevano sostenuto all’unanimità. È giusto esserne lieti, e lo sono anch’io, che ne ho seguito la causa. Un patrono, però, non viene dato a una categoria per confermarla nelle proprie convinzioni; lo si propone perché la sua vita pone domande che non si possono eludere. Vorrei dire qui, tra amici del suo nome, quali domande pone a noi credenti.

Patrono di tutti

La prima responsabilità è non considerarlo cosa nostra. Le ragioni per farlo non mancherebbero, perché è un beato e un martire e la sua causa è passata per le mani della Chiesa. Livatino però fu un giudice della Repubblica, non il giudice dei cattolici; applicava a tutti la stessa legge, e il decreto lo dà come patrono a tutti i magistrati italiani, credenti e non credenti, compresi quelli che su molte questioni la pensano diversamente da noi. Il giudice che non crede giunge alle stesse esigenze di imparzialità, di rigore e di rispetto della persona per la via della Costituzione, della ragione e della coscienza morale. Un patrono che servisse a distinguere i magistrati buoni dagli altri sarebbe il contrario di lui.

In questi giorni mi è stato chiesto di scriverne anche per lettori di diversa sensibilità. A loro ho detto la stessa cosa che ripeto qui con le stesse parole: non lo si arruoli. Un patrono al quale si fanno dire le nostre battaglie smette di essere un patrono e diventa un portavoce. Il primo rispetto dovuto a un giudice è non attribuirgli opinioni che non ha espresso.

La santità di un laico

Livatino non era prete né religioso, ma un fedele cresciuto nell’Azione Cattolica, che viveva con i genitori e andava al lavoro. Il Concilio annoverò tra gli errori più gravi del nostro tempo il distacco tra la fede professata e la vita quotidiana (Gaudium et spes, 43); noi lo abbiamo citato molte volte, lui lo ha colmato. Leone XIV, un anno fa, ha ricordato che «la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità». Il patronato prende sul serio quelle parole. La Chiesa ha fissato la sua memoria al 29 ottobre, giorno in cui nel 1988, a trentasei anni, ricevette la Cresima, e ha scelto così la data di una decisione presa da adulto anziché quella dell’agguato.

La legalità non è una delega della coscienza

Fu un magistrato dello Stato e non un predicatore in toga: studiava gli atti, rispettava le procedure, motivava le decisioni. Sapeva però che nessuna procedura sostituisce per intero la responsabilità di chi la applica. Nel 1984, parlando del ruolo del giudice, disse che l’indipendenza non sta soltanto nelle garanzie dell’ordinamento, perché si vede nella condotta fuori dall’ufficio, nelle amicizie, nelle frequentazioni, negli affari a cui si dice di no. Volle un giudice serio, equilibrato, responsabile e anche umano, capace di condannare ma anche di capire.

La legge può stabilire incompatibilità, obblighi di astensione e inamovibilità, ma non può produrre un uomo libero. Si può essere indipendenti per ordinamento e servi, per carattere, dell’ambizione, della vanità o della paura. L’indipendenza è una condizione della giustizia, non una garanzia della virtù. Questo vale per ogni autorità, civile ed ecclesiastica, perché un ufficio ricevuto legittimamente non rende giusto tutto ciò che si compie in suo nome.

Il giurista credente non ha scorciatoie

Chi cercasse nella conferenza del 1986 su fede e diritto l’idea di un diritto dei credenti resterebbe deluso. Livatino non chiese per il giudice cristiano alcun privilegio sulle prove, sulle garanzie o sulla motivazione. Disse che la fede gli consegna una responsabilità più pesante verso la persona giudicata, e che la giustizia, necessaria, chiede di essere superata dalla carità: dopo essere stata resa, non al suo posto.

Il giurista cattolico si riconosce dalla competenza prima che dalle convinzioni. Livatino non mise il Vangelo al posto del codice: il Vangelo gli impedì di tradirlo. Tra il 1984 e il 1988 fu il magistrato della sua Procura con il maggior numero di procedimenti definiti. La sua testimonianza cominciava lì, nel lavoro fatto bene, che è la prima carità di chi ha un ufficio.

Lo si riconosce anche dalle garanzie. Un Ferragosto andò di persona in carcere a consegnare un ordine di scarcerazione, perché un uomo non restasse dentro un’ora più del dovuto, e lo stesso magistrato colpiva i patrimoni mafiosi con le misure di prevenzione. Una giustizia che dimentica la persona può diventare efficiente e disumana, mentre una giustizia che dimentica la responsabilità può diventare indulgente e ingiusta. Chi giudica accerta un fatto e non possiede una persona: la sua autorità è grande perché è limitata.

Sub tutela Dei non è un sigillo

Sulle agende scriveva tre lettere, S.T.D., sub tutela Dei. A noi credenti piacciono molto e rischiamo di leggerle male, come se ponessero le sue decisioni sotto una protezione speciale. Gli ricordavano invece che chi giudica sarà giudicato e che il potere ricevuto non gli appartiene. Non furono una polizza, perché quella tutela non gli risparmiò l’agguato.

Che cosa ha provato la causa

Per riconoscere un martire non basta che un uomo giusto sia stato ucciso; occorre provare l’odio alla fede. Quando Giovanni Paolo II, nel 1993, lo chiamò «martire della giustizia e indirettamente della fede», parlava un papa commosso dall’incontro con i genitori. Il giudizio canonico è venuto il 21 dicembre 2020, al termine di un processo.

Una parte decisiva della prova è venuta dalle dichiarazioni dei mafiosi, valutate insieme alle altre testimonianze e agli atti della causa. Lo dicevano «inavvicinabile e incorruttibile», e il primo aggettivo dice più del secondo: l’incorruttibile non vende una decisione, l’inavvicinabile non offre nemmeno un canale per raggiungerlo. Il capo provinciale di Cosa Nostra, che abitava nel suo stesso palazzo, lo chiamava «santocchio»; in un primo tempo si pensò di colpirlo davanti alla chiesa in cui sostava ogni mattina. Avevano capito che la sua giustizia aveva una radice, e odiarono la radice.

Una fede ridotta a devozione privata convive anche con poteri ingiusti, e diventa scomoda quando si traduce in scelte che quei poteri non riescono né a comprare né a piegare. Un patrono così chiede a noi non più devozione, ma che la devozione si veda dagli atti.

Un patrono che non concede immunità

Il patronato non attribuisce alla magistratura una superiorità morale e non offre a nessuno una protezione religiosa contro la critica. Ricorda che la dignità di una funzione deve trovare riscontro nella condotta di chi la esercita, e che l’indipendenza vale se il cittadino può riconoscervi una garanzia per sé.

Lo stesso vale in casa nostra, e ai canonisti che leggono queste pagine lo dico da canonista. Anche la Chiesa giudica, nei suoi tribunali e ogni volta che un superiore decide di una persona. Il diritto di difesa e l’obbligo di motivare stanno scritti nel Codice, ma non sempre trovano piena attuazione nella prassi. Una Chiesa che indica Livatino ai magistrati deve lasciarsi misurare da lui, cioè ascoltare prima di decidere, leggere tutto, motivare e rispondere in tempo.

Chi ha esercitato per anni il ministero episcopale sa che firmare un decreto è semplice; comprendere ciò che esso produrrà nella vita di una persona lo è molto meno. Lo scrivo pensando alle mie responsabilità. Non sarebbe serio indicare Livatino ai giudici dello Stato senza lasciare che interroghi anche noi.

Che cosa farne

Un patrono, anzitutto, si prega. L’esperienza insegna che una causa di canonizzazione non avanza con i convegni e nemmeno con le riviste, ma se un popolo invoca il suo beato; e per proclamare santo un martire la Chiesa chiede ancora un miracolo. Chi tiene a Livatino cominci da qui e lo preghi per i magistrati che fanno più fatica, gli stanchi, gli impauriti, quelli tentati di firmare contro coscienza. Poi lo si studi sui testi più che sulle immaginette, cioè sulle due conferenze, sulle agende e sugli atti giudiziari. Un Centro che porta il suo nome può fare molto perché i giovani giuristi lo incontrino lì, dove è più esigente.

La mattina del 21 settembre 1990 non arrivò in tribunale. Il martirio rivelò il senso dei dodici anni di lavoro che lo avevano preceduto. Livatino non chiede ai magistrati di diventare eroi, ma di compiere il proprio dovere senza vendere la coscienza, e lo chiede a chiunque abbia il potere di decidere qualcosa della vita altrui: non tutto ciò che si può fare è, per questo, giusto.

Il suo ritratto entrerà nei palazzi di giustizia e nelle nostre sedi, ed è bene: un’immagine è sempre un richiamo. Sarà davvero il patrono di tutti se chi lo invoca, per primo, avrà il coraggio di lasciarsi giudicare dalla sua vita.

Palermo, 8 ottobre 2026

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