Buon Natale!

Buon Natale!

Possiamo ancora augurarci buon Natale? Oppure è un augurio politicamente scorretto, una formula augurale che urta la sensibilità dei non credenti o dei fedeli di altre religioni? E se le cose stanno così, chi e, soprattutto, perché si è deciso che questo augurio debba essere messo da parte e ostracizzato, per lasciare spazio a locuzioni più neutrali e meno divisive? Che so, un generico “buone feste”, adatto per tutte le stagioni e per tutti gli ambienti?

Provo a rispondere partendo da un’esperienza personale. Mi trovavo, qualche anno fa, in un consesso internazionale proprio in prossimità del 25 dicembre; ricordo che fui piacevolmente colpito dai luminosi e variopinti addobbi che abbellivano la sala destinata al meeting. Fu istintivo lasciarmi andare ad un’esclamazione: “Che bello! C’è aria di Natale!”. “Natale?” Fui subito ripreso dalla zelante funzionaria che mi accompagnava; “E’ la festa dell’inverno! Qui di Natale non si parla. Questo non è un luogo religioso!”. Il gelo di quelle parole mi paralizzò. Tutte quelle luminarie mi sembravano all’improvviso senza senso; quasi fuori posto. Mi avviai verso l’uscita quando incrociai con lo sguardo un artigiano dai tratti orientali, intento a sistemare festoni e palline colorate; gli feci un cenno di saluto con la mano. “Merry Christmas!”, mi rispose allegro. E lo fui anch’io, di nuovo. E fu così che incominciai a violare quel rigido protocollo, augurando “a very, very holy Christmas!” a chiunque incontrassi; quasi eccitato – lo confesso – dal fatto di compiere un gesto che veniva percepito dalle paludate autorità che incominciavano ad affollare quel luogo di festa, come sfacciatamente «rivoluzionario». Violai quella censura che non era stata posta da nessuna norma.

Lo feci perché sentii quel divieto profondamente insensato, grottescamente ridicolo. Un’auto-censura inflitta da un Occidente falsamente tollerante, prigioniero dell’odio di sé stesso, del quale le recenti linee guida sulla comunicazione inclusiva dell’Unione Europea sono soltanto l’ultima e più goffa manifestazione. E poco importa se sono state, ancor più goffamente, ritirate: quel che colpisce è la motivazione addotta dalla Commissaria UE all’Eguaglianza, Helena Dalli: “documento poco maturo”. Il documento o i destinatari? Forse si era convinti che anche quel che residua nel costume di una Cristianità agonizzante fosse oramai del tutto spento? Sorprendentemente, qualcosa di quella cultura, seppur in modo irriflesso, permane e ha fatto scatenare la reazione; una reazione più emotiva che razionale, ma sufficiente a far fare ai burocrati eurounitari una clamorosa retromarcia. Anche se non è affatto escluso che questo passo indietro serva per farne due in avanti appena le circostanze saranno mature.

Si può, dunque, ancora augurare buon Natale, per ora. La realtà, tuttavia, è che, al di là delle fumisterie ideologiche, non vi è, non vi può essere, offesa alcuna nell’augurarsi buon Natale. Cosa è, infatti, il Natale se non la festa di un Dio che si fa uomo? E cosa può esserci di più straordinario per un uomo sapere che c’è un Dio che ci ama a tal punto da assumere il nostro stesso corpo e condividere la nostra umanità? Cosa c’è di più rivoluzionario del sapere che d’ora in poi la nostra vita non finisce qui ma che siamo chiamati a quell’eternità che avvertiamo pulsare dentro il nostro cuore? E come può tutto ciò offendere qualcuno? E rappresentare un’offesa talmente grande dall’essere annoverata tra le cose impronunziabili in società, quasi si trattasse di una bestemmia?

Ecco, una bestemmia! Di questo si tratta agli occhi dei nostri maitre a penser. Questo va bandito dalla nostra comunicazione. Come è possibile che un Dio si faccia uomo? E che razza di Dio è questo? Non c’è bisogno di un Dio così nel nostro mondo, nella nostra modernità, fondata sull’idea esattamente antitetica: quella di un Uomo che è chiamato a farsi Dio. Un mondo in cui è l’uomo che riscrive, assieme ai codici, le leggi della natura; stabilendo che cosa è vita, che cosa è morte, quando inizia l’una e quando deve essere somministrata l’altra. Un mondo in cui è l’uomo che pretende di salvare sé stesso, di realizzare il paradiso in terra, che non ha bisogno di altro né di un Altro; soprattutto di un Dio che è disposto a condividere la sua divinità.

“Buon Natale!” svela la menzogna dell’Uomo-dio. “Buon Natale!” ha l’effetto di un salutare richiamo al reale. “Buon Natale!” dà la giusta direzione alla nostra libertà. “Buon Natale!” richiama la nostra dignità trascendente. “Buon Natale!” è un potente raggio di luce in un mondo di tenebre disperanti e di uomini delusi e depressi. Tutti, dunque, hanno bisogno di sentirsi augurare buon Natale; credenti e non credenti, cristiani e non cristiani; perché il Natale è la festa dell’uomo, è la festa della speranza, è la festa dell’Eterno che incrocia il tempo e gli dà senso e scopo.

“Buon Natale!”, dunque. Diciamolo senza timore. E con tanta gioia.

      Domenico Airoma

Omicidio del consenziente e droga: non è neutra la scelta del governo

Omicidio del consenziente e droga: non è neutra la scelta del governo

“Il governo non si costituirà contro l’ammissibilità dei referendum. Non ne ha alcuna intenzione”, è quanto il presidente del Consiglio Mario Draghi ha riferito durante la conferenza stampa di fine anno, rispondendo a una domanda sui referendum; e ha aggiunto che “il governo avrebbe potuto in alcuni casi creare delle condizioni per cui la presentazione sarebbe slittata all’anno prossimo e non lo ha fatto”.

In tema di ammissibilità del referendum, il governo si è quasi sempre costituito nel relativo giudizio davanti alla Consulta. Su temi etici è sufficiente ricordare le sentenze n. 45, 46, 47 del 2005, riguardanti i referendum abrogativi della legge n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: nei relativi giudizi di ammissibilità l’avvocatura dello Stato era ben presente. Senza andare così lontano nel tempo, in epoca più recente il governo si è costituito, per es., nei giudizi conclusi dalla sentenze n. 26, 27 e 28 del 2017 per i referendum sui voucher e in materia di lavoro. Il premier Draghi non solo ha rivendicato la non costituzione del governo per un referendum che propone di non punire più l’omicidio del consenziente – nulla a che vedere col suicidio assistito o con l’eutanasia, evocati in conferenza stampa -, bensì pure il varo di due distinti decreti legge che hanno permesso di far slittare i termini per la raccolta delle firme: a maggio quanto all’avvio della raccolta e poi dal 30 settembre al 31 ottobre quanto alla conclusione.

Se la mancata costituzione del governo nel giudizio di ammissibilità dei referendum ha pochi precedenti, la protrazione del termine per la raccolta delle firme precedenti non ne ha: essa ha reso possibile oltrepassare le 500.000 sottoscrizioni per il quesito sulla droga, mentre tale traguardo non sarebbe stato raggiunto entro settembre.

Questa non è neutralità: è una scelta precisa e non equivocabile verso una deriva libertaria e di morte.

Centro studi Rosario Livatino

Roma, 23 dicembre 2021

Il ‘nuovo mondo’ di Davos: dalla transizione ecologica al controllo sociale?

Il ‘nuovo mondo’ di Davos: dalla transizione ecologica al controllo sociale?

Secondo Klaus Schwab, fondatore ed Executive Chairman del World Economic Forum (WEF) di Davos, il paradigma sociale ed economico dominante nel secondo dopoguerra, in crisi già da alcuni decenni, è giunto oramai al punto di non-ritorno. Solo la conversione dallo shareholder capitalism allo stakeholder capitalism del XXI secolo potrà consentire alle “società capitalistiche di sopravvivere e prosperare nell’attuale era, caratterizzata da cambiamento climatico, globalizzazione e digitalizzazione”. La “soluzione” proposta, tuttavia, va nella direzione opposta a quella desiderabile, aggravando ulteriormente i mali che si pretenderebbe voler curare.

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Quando l’IMU disincentiva il matrimonio (nell’ultimo decreto fiscale)

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Il nuovo art. 5-decies, introdotto in sede di conversione del decreto fiscale n. 164/2021, si propone di risolvere il problema della spettanza dell’esclusione da IMU per le abitazioni principali di coniugi che si trovano a dover risiedere in Comuni diversi. La nuova norma, tuttavia, non risolve i problemi di costituzionalità dell’assetto derivante dalle pregresse opinabili pronunce della Cassazione sul tema, e continua a discriminare le coppie sposate. Quella in procinto di essere approvata appare dunque come un’ulteriore disposizione fiscale che, anziché agevolare la famiglia, produce l’effetto di penalizzarla.

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