La proclamazione del beato Rosario Angelo Livatino patrono dei magistrati è un evento davvero epocale, per i credenti segno tangibile dell’incontro fra divino ed umano, per i non credenti testimonianza di virtù autentiche nel crepuscolo di una modernità disorientata.

E lo è in particolare per i magistrati.

Il giovane giudice di Canicattì, poco conosciuto fino a qualche anno fa -ma forse è proprio questa la prova del disegno provvidenziale-, è un patrono dalle caratteristiche singolari.

Noi siamo abituati, infatti, a patroni proclamati talora per le modalità del martirio (san Lorenzo è patrono dei cuochi perché fu ucciso sulla graticola) oppure per gli speciali talenti ricevuti (san Francesco di Sales lo è per i giornalisti per le particolari modalità scelte per fare missione). Livatino è patrono dei magistrati proprio in quanto magistrato, proprio perché giudice.

Qualcuno si potrebbe legittimamente chiedere perché proprio Livatino e non altri, fra i tanti giudici che pure hanno sacrificato la loro vita per servire la giustizia. La risposta è innanzitutto nella vita stessa del beato Livatino, che ha inteso il rendere giustizia come vocazione, come dedizione di sé a Dio, come preghiera (così leggiamo nel suo scritto su “Fede e Diritto”). E la risposta è pure nelle parole dei suoi assassini, che ne avevano a tal punto compreso l’incorruttibilità in quanto giudice cristiano, tanto da chiamarlo spregiativamente “santocchio”.

Ed è per questa ragione che Livatino è martire della fede e della giustizia, perché chi lo ha ucciso ha voluto sopprimere chi non avrebbe mai tradito un giuramento fatto a Dio, oltre che agli uomini. 

Livatino è patrono dei magistrati perché ha vestito l’abito della giustizia come via della sequela Christi.

E non è un caso che la reliquia che ha infiammato e scosso i cuori di tutta Italia -suscitando un moto unanime di ammirazione e di reincanto verso la bellezza della virtù incarnata- è una camicia intrisa di sangue, proprio a testimoniare una vita spesa quotidianamente nella cura di dare a ciascuno il “suo”, ovvero a riconoscere ad ogni uomo, in qualunque condizione si trovi, la sua inalienabile dignità.

La fede non era per Livatino né qualcosa da nascondere né da ostentare; era per lui l’”istanza vivificatrice dell’attività ‘laica’ di applicazione delle norme”.

La sua profonda e a tratti drammatica vita spirituale gli aveva fatto comprendere, infatti, che “decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare”; che per scegliere occorre la luce e che “nessun uomo è luce assoluta” (così sempre scriveva in “Fede e diritto”). Ed è per questa ragione che egli si affidava allo sguardo protettivo di Dio. “Sub tutela Dei” non era solo una formula di stile, era il motto della sua vita. 

Ricercava la luce e la luce traspariva dai suoi occhi, specchio della sua anima.

Di questa luce abbiamo bisogno noi magistrati, credenti e non credenti. Perché se il giudice credente troverà il senso profondo del giudicare nell’”amore verso la persona giudicata”, “il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale”, disposti entrambi a svolgere il difficile compito di giudicare “senza atteggiamento da superuomo”.

Di questa luce hanno disperata necessità tutti i giuristi, chiamati, mai come in questo tempo, a ricordare che “date a Cesare quel che è di Cesare significa dare ciò che è giusto che Cesare chieda; ma Cesare ha, a sua volta, un regola naturale che deve osservare”; e a non rassegnarsi al ruolo di chierici dell’ideologia o del potente di turno.

Di questa luce sono affamati i giovani, in cerca di modelli credibili, che diano risposte incarnate alla domanda di senso che questa modernità imbevuta di un vuoto relativismo è incapace di fornire, preferendo ubriacarli con desideri assoluti più che impegnarli a desiderare l’assoluto.

Di questa luce devono tornare ad essere portatori i cristiani, spenti da una sciagurata frattura fra fede e vita, che li ha resi irrilevanti culturalmente e socialmente.

Mai beatificazione, in definitiva, fu più provvidenziale! Mai patrono fu davvero di tutti!

Si discute di questioni morali, di ecclissi del senso stesso del giusto, di una pace sempre più senza giustizia.

La via d’uscita non è, al pari degli idoli, quelle delle ideologie, che hanno fallito. Tutte. E neppure quella di un individualismo libertario. La via d’uscita è stata tracciata da un uomo venuto da una terra martoriata del nostro Sud.

Livatino, con la sua camicia insanguinata, è la prova che per noi che abitiamo questo mondo disperato e disperante una via di uscita c’è, anche se costa sacrificio, anche se sembra così difficile. Ed è quella che passa attraverso la riscoperta di principi immutabili, veri tutori della dignità di ogni uomo.

Rosario Livatino rivolge il suo sguardo a tutti; quella sua camicia deve diventare la nostra camicia.

D’ora in poi, il suo sguardo popolerà ancor di più aule di giustizia e non solo.

E ci ricorderà che si può diventare santi anche lavorando nelle istituzioni, anche facendo i magistrati. Sub tutela Livatini!

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