Nessuno vuole dire che il problema è la droga

Nessuno vuole dire che il problema è la droga

Articolo di Benedetta Frigerio, pubblicato il 10 febbraio 2018 su La nuova Bussola Quotidiana.

Hanno incolpato anche loro per la fuga di Pamela, fatta a pezzi dal nigeriano, uno spacciatore clandestino, Innocent Oseghale. Eppure la comunità terapeutica Pars di Civitanova Marche ha salvato tanti giovani dalle dipendenze, come testimoniano loro stessi in un libro Il miele e la neve. Il ritorno di chi si era perso, l’avventura della Pars, dove si descrivono quanti miracoli possa fare una comunità terapeutica quando “l’educazione, che implica la libertà, viene messa al centro”, spiega alla Nuova BQ, José Berdini, responsabile della Pars. Sull’omicidio di Pamela, secondo lui si è detto di tutto, tranne che “il vero problema: la droga. Il disastro non nasce solo con l’immigrazione ma da una cultura che normalizza la droga! Non lo dice nessuno perché ormai è un tabù rinforzato da un asse”.

Quale asse, Berdini?
Ciò che viene tralasciato e rimosso da questa vicenda è la droga che penetra tutti gli strati, alti e bassi, della società e attorno a cui si è creato un asse che il governo e i governi fingono di non vedere. Voglio dire che lo sdoganamento dello sballo, per cui drogarsi è ormai normale, ha fatto sì che si creasse uno Stato nello Stato con le sue regole che riguarda gli italiani e ora gli immigrati. Ci sono spacciatori e consumatori che fanno ciò che vogliono, passando inosservati nelle città e nei paesi. Questo fa si che la gente sia terrorizzata.

Anche perché restano impuniti.
La legge è blanda perché la droga viene considerata “leggera”. Invece bisognerebbe arrestare e punire con decisione chi spaccia e aiutare le comunità e i servizi pubblici che trattano il problema delle dipendenze. Altrimenti questo Stato nello Stato crescerà sempre di più e questa guerra contro la criminalità e la droga sarà perduta.

Il magistrato ed ex sottosegretario al Interni, Alfredo Mantovano, ci ha spiegato che di droga ne gira di più perché nel 2014 il governo impose con voto di fiducia un decreto legge che ripristinava la distinzione fra droghe pesanti e leggere, restaurava la non punibilità per detenzione e “uso personale”, eliminando l’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità.
Che sia così lo conferma la vicenda maceratese perché nella casa di Innocent Oseghale sono stati trovati 70 gr di hashish, senza che la stampa desse rilievo al fatto. Ormai l’abuso di sostanze è sdoganato, la marijuana è sdoganata. Si pensa che le droghe possano far parte della vita, anche di quella delle famiglie: è un pensiero ideologico il cui prezzo viene pagato dai nostri giovani, dalle loro famiglie distrutte e lasciate sole dallo Stato, che non punisce, e infine dai servizi sociali che assistono alla presa in carico di un numero crescente di ragazzini malati di mente a causa dell’abuso di quelle che lo Stato e la cultura chiama appunto “sostanze leggere”.

Il tutto è aggravato dalla riforma del 2014 della Legge Bossi Fini, che ha colpito anche la questione del recupero nelle comunità, come dicono i dati calanti sui “trattamenti di recupero” e sugli “affidamenti in prova”. Cosa ne pensa?
È così, ma ci sono errori anche nella legislazione antecedente alla dannosa riforma del 2014. Purtroppo lo sdoganamento di cui dicevo è un fatto compiuto da decenni: dalla prima repubblica in poi si è ritenuta un assoluto la teoria della “riduzione del danno”. Questa si fonda sull’idea che siccome il tossicodipendente non è curabile ma è un cronico recidivante, la lotta politica va ridotta all’incentivo dell’uso farmaco (metadone, morfina, antidepressivi etc.). In alcuni casi il farmaco, come anche la psicoterapia, è necessario ma non è sufficiente.

Questa, però, come dicono i dati dei servizi pubblici è la prassi dominante…
Che ha generato un’assoluta interruzione della dinamica educativa nelle comunità di recupero. Gli Stati hanno preferito allearsi alle case farmaceutiche, pensando di risolvere il male così: come se la soluzione fosse sedare e addormentare chi si droga. Ma il farmaco non può essere il fine, deve essere il mezzo. Non si possono mantenere i malati senza curare la malattia.

Qual è il vostro fine?
L’educazione, altrimenti il disastro mentale dei giovani cresciuti nella dipendenza da queste medicine resta.

Cosa vuole dire che il problema della droga è educativo? 
Il lavoro migliore viene fatto dalle comunità terapeutiche, oggi anch’esse abbandonate dallo Stato. È il migliore perché, appunto, il problema di chi si droga è educativo, di senso, dove va ristabilito innanzitutto un minimo di ordine nella vita quotidiana. A volte da ridurre all’osso perché la gente che arriva qui è sempre più diseducata, distrutta umanamente. Serve un luogo sano, un lavoro, un’amicizia che rialzi la persona e le insegni a vivere.

Sì l’educazione, ma la legge? 
Sui social ci dicono che avremmo dovuto bloccare Pamela. Certo qui ci sono delle regole, ma noi siamo un manicomio né una prigione: abbiamo una funzione educativa che non può eliminare la libertà. Ma certo la gente ci scrive così perché è terrorizzata non solo dal dilagare della droga, ma dall’assenza dello Stato e della legge, che per altro lascia i carabinieri impotenti, senza contare che gli spacciatori pagano profumatamente gli avvocati che permettono loro di uscire immediatamente dal carcere. Quindi sì serve una legge efficacie ma senza realtà educative forti non basta. Cito il mio amico don Giussani: “Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio”. Ma le persone hanno perso il gusto di educare. E senza l’educazione la gente si ammala e diventa bestiale, brutale.

In conclusione serve uno Stato forte, leggi chiare, terapie e una vita comunitaria/educativa…
In cui gli educatori e le persone che vivono una dipendenza condividano un ideale concreto che passa dalle regole, dal lavoro, dall’impegno con la realtà. Se i partiti volessero davvero risolvere il problema non si fermerebbero a quello dell’immigrazione, pur presente e aggravato dall’impunibilità e dall’ideologia, ma combatterebbero contro la droga e sosterrebbero realtà come le nostre.

Il governo vuole controllare anche le omelie

Il governo vuole controllare anche le omelie

Articolo di Andrea Zambrano pubblicato il 9 febbraio 2018 su Il Giornale.

Controllare le prediche dei preti per verificare se fanno attività antimafia. E, nel caso, intervenire con una commissione di giudici e giornalisti.

Non è la Repubblica Democratica Tedesca, ma la proposta choc che emerge dal Tavolo 13 su Religione e Mafia promosso dagli Stati generali del ministero della Giustizia. Un’indicazione che ha fatto andare su tutte le furie il segretario della Conferenza Episcopale Italiana Nunzio Galantino, il quale ha bollato il documento ministeriale come «banale e arrogante». Un’ingerenza, ma c’è qualcosa di più perché il testo, che rimprovera alla Chiesa italiana di non aver fatto abbastanza in chiave antimafia, non è stato prodotto da funzionari di via Arenula, ma da un think tank progressista molto in vista, quella scuola di Bologna che ha in Alberto Melloni il suo segretario plenipotenziario e in Enzo Bianchi il suo «vate».

I lavori del tavolo sono stati presentati a fine novembre, ma il caso è esploso pochi giorni fa quando il numero due della Cei, partecipando a un incontro di Libera ha tuonato contro il tavolo ministeriale: «Tra le affermazioni, banalità non documentate scritte con una buona dose di arroganza e sicuramente sostenute da preconcetti e mancanza di conoscenze dirette, leggo di una fattuale estraneità della Chiesa cattolica a una lotta alle mafie». Un colpo insolito da parte di un vescovo, indirizzato però non solo all’attuale candidato Pd Orlando, ma soprattutto agli estensori del documento. In testa l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, vicino alla Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna di cui Melloni è segretario, ma che non si è mai occupata di Mafia. Melloni poi è un tifoso di Orlando, dato che ha sostenuto la sua corsa alla segreteria del Pd. Ma le conclusioni hanno destato sconcerto nel mondo cattolico.

A cominciare dall’accusa generalizzata di contiguità con il potere mafioso, anche a livello culturale, tutta da dimostrare e giustificata più dall’anticomunismo della Chiesa. Il documento infatti cita pochi casi di preti martiri, come don Pino Puglisi e don Peppino Diana, ma ancor meno episodi di sacerdoti realmente invischiati in vicende di malavita. Troppo poco per sostenere la tesi, eppure, il concetto è passato. E ha trovato ad opporsi non soltanto il vescovo Galantino, ma anche un magistrato impegnato in prima linea. Si tratta di Domenico Airoma, procuratore aggiunto a Napoli Nord che, intervistato dalla Nuova Bussola Quotidiana, ha contestato il Rapporto, sottolineando come sia stata volutamente dimenticata la figura del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla Mafia non solo perché giudice, ma anche perché «cattolico scomodo». Airoma infatti, ha ricordato come Livatino non fosse un giudice «esibizionista», ma ebbe sempre chiaro l’alto compito missionario che lo ha portato a testimoniare la sua fede nell’impegno antimafia col martirio. Sul progetto di istituire un osservatorio per monitorare le prediche dei preti, poi, Airoma si è chiesto dove porterà questo accanimento nei confronti della Chiesa. «Ho visto con i miei occhi molti mafiosi convertirsi dopo aver incontrato sacerdoti che hanno mostrato loro il giudizio di Dio ha detto alla Nuova BQ – Ed è questo aspetto della conversione, unito alla consapevolezza dell’Inferno e del Paradiso che è la principale strada con cui la Chiesa fa, nel nascondimento, la sua migliore attività antimafia».