Milano, vetrine infrante e una generazione senza fiducia. Fermezza o comprensione? Forse nessuna delle due basta da sola.

Daniele Onori

C’è qualcosa di profondamente simbolico nelle vetrine infrante di Milano. Non perché rompere una vetrina sia un gesto rivoluzionario, né perché il saccheggio possa essere scambiato per una forma di giustizia sociale. Ma perché, talvolta, una città si racconta meglio attraverso le proprie ferite che attraverso le proprie pubblicità.

Milano è la capitale italiana del denaro che diventa immagine, del lusso esibito, dell’efficienza elevata a religione. È la città dove il successo si misura in metri quadrati, il prestigio in marchi e la felicità, possibilmente, in rate sostenibili. Poi, all’improvviso, arriva una generazione che sembra voler rovesciare il tavolo. E lo fa nel modo più assurdo: distruggendo ciò che incontra, saccheggiando negozi, affrontando la polizia, trasformando una protesta contro il caro vita in una scena di guerriglia urbana.

È accaduto nei giorni scorsi, nel cuore di Milano, dove manifestazioni inizialmente legate al costo della vita e ad altre questioni sociali sono degenerate in violenze, incendi e devastazioni. Piazza Duomo, simbolo monumentale della città, è diventata il teatro di uno spettacolo che ha poco di politico e molto di inquietante.

La domanda, tuttavia, non può esaurirsi nell’indignazione. L’indignazione è una merce facilmente reperibile: basta un video, una vetrina distrutta, un agente ferito. Il problema comincia quando si spegne il televisore e si prova a capire.

Chi sono questi ragazzi? E soprattutto, quale società li ha preceduti?

Non commettiamo l’ingenuità di trasformare ogni violento in un martire sociale. Chi aggredisce, devasta o saccheggia deve rispondere delle proprie azioni. Il disagio non è un’assoluzione preventiva, la povertà non è una licenza di distruggere e la rabbia non diventa virtù soltanto perché si rivolge contro qualcosa che ci sta antipatico.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo credere che basti arrestare i responsabili per avere compreso il fenomeno. La giustizia deve individuare le responsabilità individuali; la sociologia deve interrogarsi sulle condizioni collettive. Confondere i due compiti significa non capire né la giustizia né la società.

Il consumatore che distrugge il tempio del consumo

C’è una contraddizione che merita attenzione. Una parte di questi giovani sembra ribellarsi a un mondo nel quale tutto ha un prezzo, ma la sua rivolta assume proprio la forma del consumo: entrare nei negozi, prendere le merci, impossessarsi degli oggetti, trasformare la vetrina in una dispensa improvvisata.

È una protesta contro il sistema che finisce per parlare la lingua del sistema stesso.

Non sappiamo se tutti i protagonisti di queste violenze agiscano per ragioni ideologiche, per opportunismo, per emulazione o per il semplice piacere di sentirsi potenti. Sarebbe scorretto attribuire loro un’unica motivazione. Ma la scena, nel suo insieme, suggerisce una domanda: che cosa resta della ribellione quando non riesce a immaginare un mondo diverso da quello che vorrebbe abbattere?

Il giovane che rompe la vetrina non necessariamente rifiuta la società dei consumi. Potrebbe desiderare di entrarvi, di possedere ciò che essa promette, di conquistare per qualche minuto una posizione che gli appare negata. In questo caso, il gesto non è l’opposto del consumismo: ne è una caricatura violenta.

Il capitalismo, del resto, possiede una straordinaria capacità di assorbire persino i propri nemici. Sa vendere la trasgressione, confezionare la ribellione e trasformare l’anticonformismo in un prodotto. Ma c’è una differenza sostanziale tra contestare il valore attribuito alle merci e appropriarsene con la forza.

La prima operazione può essere politica. La seconda, quando si traduce in saccheggio e violenza, rischia di essere soltanto la versione più brutale della stessa fame.

La colpa non è soltanto del disagio: la crisi dell’autorità

Qui si apre una questione più profonda, che riguarda non soltanto la politica, ma anche il mondo della cultura, dell’università, dell’informazione e dell’educazione.

Per anni, in determinati ambienti intellettuali, si è guardato con sospetto a qualsiasi forma di autorità, come se ogni regola fosse necessariamente uno strumento di oppressione, ogni disciplina una limitazione della personalità e ogni richiamo alla responsabilità un residuo di autoritarismo da consegnare al museo delle idee superate.

Naturalmente, l’autorità può abusare di sé. La storia dimostra che il potere deve essere controllato, che le istituzioni devono essere criticabili e che l’obbedienza cieca non è una virtù democratica.

Ma da questa verità non discende che ogni autorità sia illegittima, che ogni limite sia ingiusto o che ogni trasgressione sia liberatoria.

Una società libera non è una società senza autorità. È una società nella quale l’autorità è legittima, regolata dalla legge, sottoposta a controllo e capace di assumersi responsabilità.

Eppure, una parte della cultura contemporanea sembra aver dimenticato proprio questa distinzione. Ha spesso celebrato la demolizione delle regole senza interrogarsi abbastanza su ciò che avrebbe dovuto sostituirle. Ha insegnato a sospettare di ogni limite, ma non sempre ha saputo spiegare che la libertà di ciascuno termina dove comincia il diritto dell’altro.

Il risultato, quando queste idee vengono banalizzate e trasformate in slogan, è una confusione pericolosa: il ragazzo finisce per credere che opporsi sia sempre un merito, disobbedire sempre un atto di coraggio e riconoscere un’autorità sempre una forma di sottomissione.

Ma chi ha detto che contestare significhi necessariamente avere ragione?

E chi ha stabilito che infrangere una regola sia più intelligente che comprenderla, discuterla e, quando necessario, cambiarla attraverso gli strumenti della democrazia?

L’accusa che rivolgo a certi ambienti pseudo-culturali non è quella di aver insegnato ai giovani a pensare. È, semmai, quella di aver talvolta confuso il pensiero critico con il rifiuto sistematico, la libertà con l’assenza di responsabilità e la demolizione con il progresso.

Quando si delegittima ogni autorità, non si libera necessariamente l’individuo: si rischia di consegnarlo all’autorità informale del gruppo, alla prepotenza del branco, al dominio di chi urla più forte e non riconosce alcun limite.

È una singolare eterogenesi dei fini: si proclama di voler emancipare l’individuo da ogni potere e si finisce per renderlo più vulnerabile al potere più elementare, quello esercitato dalla forza.

Ecco perché la responsabilità non può essere attribuita soltanto ai singoli che devastano le strade. Occorre interrogare anche gli adulti che li hanno educati, le istituzioni che avrebbero dovuto accompagnarli e quegli ambienti culturali che, in nome di una libertà astratta, hanno talvolta trattato ogni forma di disciplina come un sospetto ideologico.

Non significa attribuire a un’intera generazione di intellettuali la responsabilità diretta degli scontri di Milano. Sarebbe una semplificazione speculare a quella che stiamo contestando.

Significa, però, chiedere alla cultura di fare il proprio mestiere: non limitarsi a denunciare il potere, ma interrogarsi anche sulle conseguenze delle idee che diffonde.

Perché educare non significa soltanto insegnare a dire di no. Significa anche insegnare quando, perché e a che cosa è giusto dire di sì.

Caivano: quando lo Stato non arretra e ricostruisce

Di fronte agli scontri, la risposta delle istituzioni si concentra inevitabilmente sulla sicurezza. Il governo ha annunciato nuove misure e un rafforzamento della presenza militare a Milano. La necessità di proteggere cittadini, commercianti e forze dell’ordine è evidente. Uno Stato che non garantisce la sicurezza degli spazi pubblici tradisce una delle proprie funzioni essenziali.

Ma sarebbe un errore pensare che la risposta alle fratture sociali debba esaurirsi nella repressione. La legalità è il punto di partenza, non il punto d’arrivo. Dopo aver ristabilito le condizioni di sicurezza, occorre ricostruire ciò che il degrado, l’abbandono e la sfiducia hanno consumato.

Un esempio significativo è rappresentato da Caivano, dove l’intervento dello Stato è stato accompagnato da un progetto di riqualificazione e rafforzamento della capacità amministrativa, con l’obiettivo di migliorare i servizi, sostenere la comunità e restituire credibilità alle istituzioni.

Il significato di quell’esperienza, al di là delle valutazioni sui singoli risultati e sulla loro durata, sta anche nell’impostazione: lo Stato non deve scegliere tra presenza e ricostruzione, tra legalità e opportunità, tra sicurezza e attenzione sociale.

Deve fare entrambe le cose.

Dove si è radicata la convinzione che le istituzioni siano lontane, inefficienti o incapaci di mantenere le promesse, non bastano le dichiarazioni. Occorrono amministrazioni che funzionino, spazi pubblici curati, servizi accessibili, scuole sostenute, opportunità per i giovani e una presenza concreta delle istituzioni.

La fiducia non si ordina per decreto. Si conquista dimostrando, giorno dopo giorno, che lo Stato esiste, mantiene gli impegni e non abbandona chi rispetta le regole.

Caivano offre quindi una prospettiva utile anche per leggere quanto accaduto a Milano: la fermezza contro chi delinque deve accompagnarsi alla capacità di distinguere i territori, comprendere i problemi e costruire alternative reali per chi vuole vivere nella legalità.

Non ogni disagio produce criminalità, e non ogni contesto difficile può essere paragonato a un altro. Ma il principio generale resta valido: dove le istituzioni riescono a essere presenti in modo credibile, la legalità può smettere di apparire come un’imposizione esterna e diventare un bene condiviso.

Questo è il compito più ambizioso della politica: non soltanto ristabilire l’ordine quando viene violato, ma rendere la convivenza civile più forte delle ragioni che spingono qualcuno a distruggerla.

Lo Stato che interviene con decisione non è necessariamente uno Stato che reprime. Può essere uno Stato che protegge, ricostruisce e restituisce fiducia.

E uno Stato che fa entrambe le cose non deve chiedere scusa per esercitare la propria responsabilità.

Conclusione: le vetrine si riparano, il futuro no

Milano tornerà a illuminare le proprie vetrine. I vetrai sostituiranno i cristalli, gli assicuratori calcoleranno i danni, i negozi riapriranno e le telecamere, prima o poi, cercheranno un’altra emergenza.

Resterà però una domanda, più scomoda di qualsiasi bilancio dei feriti o degli arresti: che cosa abbiamo costruito, fuori e dentro quelle vetrine?

Non dobbiamo scegliere tra la legalità e la comprensione, tra la fermezza e la giustizia sociale. Una società che rinuncia alla legalità abbandona i più vulnerabili alla legge del più forte. Una società che rinuncia a comprendere le proprie fratture si condanna a curare i sintomi e a riprodurre le cause.

La vera sconfitta non sarebbe soltanto vedere una città devastata. Sarebbe tornare alla normalità senza aver imparato nulla, convincendoci che basti ripulire le strade per ripulire la coscienza.

Perché le vetrine infrante sono un fatto di cronaca. Ma il vuoto che può esserci dietro una generazione senza fiducia è una questione politica, culturale e morale.

E qui sta il paradosso più amaro: una società che insegna a tutti a desiderare il successo, ma non riesce a renderlo accessibile a molti, rischia di ritrovarsi davanti persone che non chiedono più di entrare nel suo mondo. Vogliono soltanto dimostrare di poterlo ferire.

Non è una rivoluzione. Non è giustizia. È il segnale di una frattura che nessuna vetrina, per quanto costosa, può nascondere.

E nessuna divisa, da sola, può ricucire.

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