Papa Francesco ai medici: non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita

Papa Francesco ai medici: non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita

Discorso tenuto alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri da Sua Santità Papa Francesco, il 20 settembre 2019.

 

Cari fratelli e sorelle,

accolgo con piacere tutti voi, appartenenti alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, e ringrazio il vostro Vice Presidente per le sue cortesi parole.

So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano.

La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna.

Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano.

Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia.

Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: «Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente» (n. 169).

San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari «è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enc. Evangelium vitae, 89).

Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Lo hanno ribadito due Tribunali, quello di Parma e quello di Reggio Emilia.

Contro ogni tentativo di elusione della legge e di interpretazioni ideologiche.

“Il principio di diritto, nella sua perentorietà, non può lasciare spazio a dubbi –così scrivono i giudici-, poiché pone anzitutto l’accento sull’illiceità in sé, e cioè a prescindere dal superamento della soglia di principio attivo, della vendita di infiorescenze olii e resine di cannabis, quand’anche light, poiché si tratta di iniziative che si collocano al di fuori delle strette maglie di liceità tracciate dalla recente normativa”.

La legge è, dunque, chiara e va fatta rispettare. Soprattutto quando, come in questo caso, costituisce difesa anticipata rispetto al rischio di incamminarsi su un sentiero di autodistruzione.


Non abbiate paura (ma siate prudenti)

Non abbiate paura (ma siate prudenti)

Articolo di Alfredo Mantovano da Tempi di settembre 2019. 

Nella vulgata, per la realtà ecclesiale italiana l’immigrazione è (quasi) esclusivamente accoglienza, letta come una necessità caritatevole inderogabile, alla stregua dell’evangelico “bussate e vi sarà aperto”, e dell’identificazione fra il migrante e il nuovo povero. I media di area criticano lo sforzo di regolamentare gli ingressi con norme più stringenti, e le politiche di contenimento degli arrivi opponendo, in modo spesso aprioristica, l’eliminazione di qualsiasi freno all’ingresso. La preoccupazione per la sorte del singolo migrante in difficoltà, se non in pericolo, subisce un effetto transfert sul fenomeno nel suo insieme: non ci si limita a dire “è arrivato a pochi metri dalla riva, raccogliamolo prima che affoghi” – che è il minimo del buon senso -, ma si teorizza che tutti debbano poter partire a giungere a destinazione.

Eppure nel Magistero e nella tradizione della Chiesa la cura e la pastorale dei migranti occupano un posto non banale. Intanto il Magistero ha più volte esortato, nel rispetto della dignità di ogni persona, a non sovrapporre — per quanto possibile — le differenti figure del migrante e del rifugiato. Di ritorno dal viaggio in Svezia, colloquiando con i giornalisti sul volo Malmö-Roma il 1° novembre 2016, Papa Francesco ricordava che «si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante devessere trattato con certe regole perché migrare è un diritto ma è un diritto molto regolato. Invece, essere rifugiato viene da una situazione di guerra, di angoscia, di fame, di una situazione terribile e lo status di rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro».

Nelle sue parole non solo non vi era apertura indiscriminata, ma vi era pure l’esigenza che, una volta accolto il profugo, vi sia uno sforzo serio teso alla sua integrazione: «Credo che in teoria — aggiungeva il Pontefice nella stessa occasione — non si possa chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti […] di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più». La prudenza diventa così il faro per orientare su questo terreno; la prudenza, sottolinea il Papa, non la paura. Quest’ultima è «[…] il più cattivo consigliere per i Paesi che tendono a chiudere le frontiere». Come esempio concreto di «prudenza», ripartendo da uno Stato da sempre fra i primi nell’accoglienza dei rifugiati, Papa Francesco citava «un funzionario del governo svedese» che gli aveva descritto «[…] qualche difficoltà perché vengono tanti che non si fa a tempo a sistemarli, trovare scuola, casa, lavoro, far imparare la lingua. La prudenza deve fare questo calcolo. […] io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza — così concludeva il Pontefice — lo faccia per egoismo o perché ha perso quella capacità; se c’è qualcosa del genere è per questultima cosa che ho detto: oggi tanti guardano alla Svezia perché ne conoscono laccoglienza, ma per sistemarli non c’è il tempo necessario per tutti».

Per la realtà ecclesiale italiana il costo di una posizione coincidente con l’accoglienza senza limiti e con la demonizzazione – al posto dello sforzo di comprensione – della paura è pesante. E’ far mancare al dibattito il contributo di riflessione proveniente dalla Dottrina sociale cristiana; è accontentarsi di banalizzare un fenomeno complesso, riducendolo alla versione contemporanea di Lazzaro che bussa invano alla mensa del ricco epulone; è ridursi a una megaonlus che garantisce servizi; è sottrarsi a recitare una parte più incisiva di integrazione culturale, e di ciò che è necessario perché essa si realizzi (il lavoro, la lingua, il rispetto dell’essenziale); è rinunciare a quell’orientamento del quale vi è necessità quanto per l’accoglienza materiale; è condannarsi all’irrilevanza, come accade sempre di fronte a posizioni generiche e approssimative.

Al di là della visione d’insieme del fenomeno – che non può mancare alla comunità cattolica nazionale -, lo stesso Magistero, mentre esorta a prestare attenzione ai bisogni materiali, invita a non dimenticare altre esigenze. Uno dei profili più significativi della tragedia di chi fugge da persecuzioni e da guerre è costituito dalle famiglie che si ritrovano dimezzate o diminuite nel numero dei propri componenti a seguito delle morti per atrocità nei luoghi d’origine o durante la fuga; che si dividono, pur se desiderano stare insieme, alcuni rimanendo nella zona di provenienza; che si lacerano talora per la materiale impossibilità di continuare a convivere, poiché violenza e persecuzione abitano nella famiglia di origine, per esempio con l’imposizione di un matrimonio non voluto o di pratiche religiose ostili alla più elementare dignità umana; che hanno difficoltà, una volta raggiunte terre più tranquille, a mantenere quella pratica religiosa e quello stile di vita che seguivano prima delle persecuzioni o delle guerre.

Le varie realtà ecclesiali, se ancora sopravvivono nei luoghi nei quali si combatte e dai quali si fugge — quasi sempre restano fino all’ultimo — sono fra le più capaci di tenere vivi questi legami, mentre le realtà ecclesiali operanti in Occidente possono concorrere a far ritrovare gruppi familiari dispersi. A fianco di ciò vi è l’esigenza di sostenere moralmente e spiritualmente chi ha vissuto e vive una esperienza così carica di sofferenza. Compete anzitutto ai cristiani di qui e alle nostre comunità farsi carico di questa situazione: il lavoro è in qualche modo più agevole se il migrante proviene da aree cristiane; se viene da altre zone, la proposta — non certo l’imposizione — della speranza fondata su Cristo farà guardare al futuro in modo diverso e positivo. E’ assurdo immaginarlo, o abbiamo ancora il complesso da colonizzazione, che fa evitare rigorosamente qualsiasi riferimento religioso con chi è giunto da noi?

Da ultimo. Giunte in Europa, le famiglie dei migranti s’imbattono in leggi e in costumi antitetici ai loro, impregnate di laicismo e di libertarismo: se lasciano una persecuzione cruenta e materiale, rischiano d’imbattersi in una persecuzione incruenta e ideologica. Una pastorale diffusa e omogenea per questa fascia di persone, che cresce di numero e che mostra necessità anche in senso lato culturali e spirituali, è indilazionabile. Il lavoro è grande, anche solo dal punto di vista pastorale: sarebbe un peccato non svilupparlo al pieno delle potenzialità della comunità ecclesiale nazionale proseguendo su una strada più ideologica che di adesione alla realtà.

Card. Bassetti: Quale dignità della morte e del morire?

Card. Bassetti: Quale dignità della morte e del morire?

Eutanasia e suicidio assistito
Quale dignità della morte e del morire?

 

Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa. 

  1. Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

  1. Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

  1. L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice.

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare. 

  1. Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

  1. Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve
Presidente della CEI

[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

La libertà religiosa garantisce i diritti di tutti gli americani. Il “caso Larsen”

La libertà religiosa garantisce i diritti di tutti gli americani. Il “caso Larsen”

Pubblichiamo l’interessante sentenza dell’8° “circuito” della Corte di appello USA in tema di rispetto della libertà religiosa e delle convinzioni sui temi eticamente sensibili, in relazione allo svolgimento del proprio lavoro. La pronuncia viene correttamente inquadrata da un primo commento/scheda di lettura preparato per questo sito da Marco Respinti, uno dei più attenti conoscitori e studiosi italiani del mondo nordamericano.



La libertà religiosa garantisce i diritti di tutti gli americani. Il “caso Larsen”

Un tribunale federale degli Stati Uniti d’America ha dato ragione a una coppia di professionisti, marito e moglie, che lo Stato del Minnesota, violando il Primo Emendamento alla Costituzione federale, avrebbe voluto costringere a infrangere la propria coscienza in nome dell’ideologia gender.

Carl e Angel Larsen sono titolari del Telescope Media Group a St. Cloud, nel Minnesota. In qualità di operatori cinematografici girano spot pubblicitari e filmati brevi su commissione. Ovviamente non entrano nel merito del contenuto dei video richiesti dai clienti, non fanno differenze, tanto meno discriminazioni, e non giudicano le intenzioni dei committenti. Svolgono professionalmente il proprio mestiere al meglio per soddisfarli. A meno però che questo non chieda loro di oltrepassare i limiti della coscienza. I Larsen, infatti, girano, tra l’altro, anche video-ricordo per le coppie di sposi, ma si oppongono fermamente alla richiesta di filmare coppie omosessuali. Sono cristiani praticanti, e in piena coscienza non se la sentono di avallare con la propria professionalità atti e manifestazioni che giudicano immorali. È un loro diritto. Nessuno dovrebbe essere infatti mai indotto, tanto meno costretto, ad agire contro coscienza, a maggior ragione quando l’obiezione di coscienza è esercitata in ragione di un credo esplicitato ed esplicito, supportato da ragionamenti e considerazioni ad hoc, insomma non solo ben argomentato ma in primis positivamente scelto e vissuto.

Nessuno dovrebbe mai infrangere questo ultimo tribunale del foro interno della persona ovunque, ma tantomeno negli Stati Uniti, dove il Primo Emendamento alla Costituzione federale, cioè l’Articolo 1 del Bill of Rights varato nel 1791 e da allora parte integrante della legge fondamentale del Paese, entrata in vigore nel 1789, recita: «Il Congresso [federale] non promulgherà alcuna legge che riconosca ufficialmente una religione [come religione di Stato] o che ne proibiscano il libero esercizio; o che limiti la libertà di espressione o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di sottoporre petizioni al governo per la riparazione di torti».

Se infatti nessuna legge degli Stati Uniti può impedire il libero esercizio della religione, nessuno può conculcare la coscienza di un cittadino statunitense che per motivi religiosi si rifiuti di compiere un determinato atto. A garantire ai coniugi Larsen il rifiuto di girare video “nuziali” omosessuali è cioè la Costituzione federale che protegge la libertà religiosa dei cittadini statunitensi da ogni e qualunque ingerenza.

La libertà religiosa garantita dal Primo Emendamento alla Costituzione federale configura il primo dei diritti politici dei cittadini statunitensi. Ogni altro loro diritto politico si fonda e si spiega a partire dalla libertà religiosa, che dunque è l’architrave della cosa pubblica americana. Quello stesso Primo Emendamento istituisce peraltro, al secondo comma, la libertà di parola (e di stampa) e, al terzo, la libertà sia di riunione sia di petizione al governo. Il secondo e il terzo comma (libertà di parola e libertà di assemblea con possibilità di appellarsi allo Stato) sono, negli Stati Uniti, logiche conseguenze del primo comma (libertà religiosa). La libertà religiosa sancita dal Primo Emendamento non è infatti semplicemente la libertà di credere (ché del resto nessuno potrebbe mai davvero impedirlo), ma è, espressamente, anche la libertà di vivere pubblicamente la fede. Per questo motivo il secondo comma ‒ una volta garantita in principio e per principio questa libertà religiosa, ovvero la libertà anche di esprimere pubblicamente la fede ‒ garantisce la libertà di espressione: anzitutto per tutelare appunto la dimensione pubblica della libertà di credere (se la fede non si potesse dire in pubblico, ne verrebbe meno la dimensione pubblica e la libertà stessa di credere verrebbe impoverita), quindi perché la libertà di vivere pubblicamente la fede religiosa è la matrice e il suggello di ogni libertà di parola che abbia minimamente senso. Di conseguenza il terzo comma garantisce la libertà di riunione anche, nel caso, per muovere rimostranze allo Stato per la riparazione di torti: senza questa possibilità di garantire pubblicamente la libertà di espressione, anche nei confronti dello Stato, la stessa libertà di espressione resterebbe un flatus vocis e una mera petizione di principio. La libertà di riunione e di petizione allo Stato viene cioè concretamente garantita solo dal diritto all’espressione pubblica della fede religiosa.

Esercitando obiezione di coscienza i Larsen esercitano insomma pienamente i propri diritti costituzionali. Abuso grave commette invece lo Stato del Minnesota, che avrebbe voluto imporre a quei professionisti non solo di produrre filmati lesivi delle loro libertà costituzionali, ma pure video gay di qualità che ritraessero l’omosessualità sotto una luce positiva, pena dover risarcire i clienti qualora questi non avessero alla fine gradito il prodotto.

Nel 2016 i Larsen hanno dunque presentato un esposto contro la Commissione per i diritti umani del Minnesota, il Minnesota ha dato loro torto e i coniugi hanno fatto ricorso in appello nell’ottobre 2018 con l’aiuto dell’Alliance Defending Freedom, la benemerita organizzazione no profit che fornisce assistenza legale nei casi in cui è in gioco la libertà religiosa, la vita umana dal concepimento alla morte naturale e la famiglia naturale. Venerdì 23 agosto la Corte d’appello dell’Ottavo circuito degli Stati Uniti ha finalmente dato ragione ai due professionisti, affermando, nella sentenza vergata dal giudice David Ryan Stras, che la produzione video del Telescope Media Group costituisce una forma di espressione e che come tale è protetta dal Primo Emendamento alla Costituzione federale.

La vicenda ricorda da vicino il caso di Jack Phillips, il proprietario della Masterpiece Cakeshop di Lakewood, in Colorado, di tutti gli altri pasticceri cristiani che si sono sempre rifiutati di confezionare dolci per “nozze” omosessuali e a cui la legge statunitense ha dato ragione.

Il punto nodale, però, come osserva raffinatamente Davide French su National Review, è che in più di un caso le agenzie governative americane si sono mosse dando l’impressione di ritenere le leggi contro la discriminazione degli omosessuali superiori alla libertà costituzionale di espressione. Se dunque avesse sentenziato contro i Larsen, la Corte d’appello dell’Ottavo circuito avrebbe sancito proprio questo puro e semplice ribaltamento della Costituzione federale e del primo dei diritti politici degli statunitensi, affermando, spiega bene French, che quanto stabilito dal Primo Emendamento, cioè la base di ogni diritto pubblico americano, sia soltanto una forma di esenzione speciale rispetto alle leggi universali che governano il Paese cui i credenti degli Stati Uniti ritengono erroneamente di avere diritto. Ma, dice sempre French, «[…] è esattamente il contrario. Il Primo Emendamento fa parte del documento che governa il nostro Paese e che riconosce i diritti inalienabili di tutti gli statunitensi, non solo dei credenti. Sono le amministrazioni locali e degli Stati quelle che chiedono esenzioni speciali. Sono loro che stanno cercando di chiamarsi fuori dalla legge suprema di questo Paese».

Marco Respinti