Come fermare l’ecatombe

Come fermare l’ecatombe

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato il 30 giugno 2017 su Il Foglio.
Il problema non è la fotografia dell’esistente: se si pensa al quantità di profughi che oggi si trovano in Turchia, in Giordania o in Libano, gli oltre 200.000 previsti per l’Italia nel 2017 non sono un peso così insostenibile in teoria, pur se sommati a quelli già presenti. Il problema è per un verso la prospettiva: il trend in crescita rischia – se non accompagnato da misure serie – di rendere il peso insostenibile in concreto; per altro verso è il terreno da recuperare: il governo e l’attuale ministro dell’Interno fronteggiano una realtà negli ultimi cinque anni rimasta senza una guida politico-istituzionale capace di individuare le priorità, di operare le scelte necessarie, di verificarne l’attuazione. Nel lavoro intrapreso dall’on. Minniti e dai suoi colleghi dell’esecutivo ci sono profili positivi e altri da sviluppare. In questa duplice ottica passiamo in rassegna le voci principali, che rispondono al tema del che cosa può fare di più l’Italia mentre l’Europa fa nulla.
1. Rimodulare il soccorso in mare. L’annuncio di permettere l’ingresso nei porti italiani solo alle imbarcazioni con bandiera italiana mette in mora una Europa solidale a parole e crudele nella sostanza – modello Macron/Ventimiglia, per intenderci – e può costituire, se realizzato, una prima misura di contenimento. E’ però l’occasione per chiarire un punto cruciale. Dell’operazione Mare nostrum, durata da ottobre 2013 a ottobre 2014, il governo Renzi decise la fine non tanto per ragioni di costi bensì per l’evidente incremento delle partenze che essa ave-va provocato dalle coste libiche, accompagnato da un altrettanto significativo aumento dei morti in mare: avviata dopo il naufragio che il 3 ottobre 2013 era costato la vita a 366 persone al largo di Lampedusa, Mare nostrum ha visto aumentare i decessi nel Canale di Sicilia da un totale di 707 nel 2013 a 3.072 nel 2014. Il ruolo che svolgono le ong che raccolgono migranti davanti alle acque libiche è nient’altro che Mare nostrum in gestione privatistica: senza alcun mandato istituzionale, surrogando il minor numero di imbarcazioni impiegate dagli stati europei operanti in quel braccio di mare. Quasi tutti i migranti recuperati sono poi condotti in Italia e dislocati nella nostra rete di accoglienza. L’autorità giudiziaria italiana stabilirà se e quali di tali ong abbiano accordi con i trafficanti di uomini. Poiché però i tempi dei procedimenti giudiziari non sono quelli delle decisioni dei governi, il quesito da porsi è se sia ammissibile che ong di varia nazionalità svolgano compiti che spettano agli stati e agli organismi internazionali. La domanda non è di stile, vista la ricaduta immediata che l’attività di soccorso in mare ha sull’Italia. E’ più che logico che uno stato sovrano affronti il nodo dell’incidenza dell’attività di tali ong all’interno della propria realtà istituzionale e sociale, non si rassegni ad accollarsi l’intera gestione del “dopo” lo sbarco senza interloquire sulla filiera del “prima”, e ponga il tema in sede europea e internazionale.
2. Rendere concreta l’istanza etica. L’incremento di attività delle ong nel tratto di Mediterraneo fra Libia, Italia, Grecia e Spagna ha moltiplicato gli arrivi e i morti dalla sponda sud: 153.842 arrivi e 3.771 morti nel 2015, 362.376 e 4.685 nel 2016, 44.776 e 1.092 nei primi quattro mesi del 2017 (si ricordi che nel 2010 arrivarono in 4.406 e ci furono 20 morti!). Si cantino pure le lodi delle ong quale emblema della solidarietà: il dato oggettivo, al di là delle intenzioni, è che il loro intervento fa crescere i morti in mare. Per una ragione evidente: se il trafficante ha la certezza che la nave soccorritrice attende a 12 miglia marine dalla costa, adopererà i natanti più economici, e quindi più insicuri, riempiendoli fino all’inverosimile, pur di ottenere il massimo illecito profitto. Il soccorso impone di condurre le imbarcazioni nel porto sicuro più vicino: escludendo che sia un porto libico (ma tale esclusione potrebbe non essere assoluta, seguendo i criteri delle convenzioni vigenti), non è detto che debba essere sempre un porto italiano. Prima dell’Italia c’è Malta, la cui area di soccorso marino è vastissima. E’ evidente che Malta non ce la fa ad accogliere sul proprio ridottissimo territorio i migranti che la corretta applicazione delle convenzioni imporrebbe di far scendere nei suoi porti; ma se il concetto di limite vale per ragioni obiettive relativamente a Malta perché, in scala maggiore, non dovrebbe valere per l’Italia? Chi stabilisce che La Valletta non può e Roma sì, e senza misura?
3. Abbattere i tempi per riconoscere o negare la protezione internazionale. Il ministro Minniti ha dato impulso alle Commissioni territoriali a ciò delegate, ha indetto un concorso per 250 funzionari chiamati a svolgere questo lavoro in via esclusiva, mentre il suo collega Orlando ha eliminato un grado di giudizio per le impugnazioni contro il rigetto della domanda di asilo. Sono misure condivisibili, che tuttavia daranno risultati a medio-lungo termine. Avendo rivolto questo sguardo lontano, quel che serve oggi per superare ii periodo intermedio e investi­re massicciamente le risorse umane e materiali disponibili, anche a costo di ridimensionare la funzionalità di settori meno prioritari, per contrarre la durata dei procedimenti amministrativi e giudi­ziari. Con correttivi come l’elenco dei paesi di provenienza “sicuri”, che per­mettano addirittura di evitare – dichia­rando l’inammissibilità della domanda – l’esame di chi proviene da stati come il Marocco, nei quali non vie alcuna perse­cuzione.
4.Rendere effettive le espulsioni. Una parte delle richieste di protezione inter­nazionale presentate variabile attorno al 60 per cento viene respinta. Decine di migliaia di migranti irregolari non avan­zano neanche la richiesta di asilo. Disin­teressarsi della loro sorte, lasciarli indi­sturbati sul territorio italiano, non orga­nizzare una rete di dissuasione che pas­sa anche attraverso meccanismi di espulsioni vere ha finora aggravato la Non si può invertire la rotta in pochi giorni, ma si può intanto indivi­duare coloro che da noi hanno commes­so reati come destinatari in prima battu­ta di riconsegna al paese di origine: non è difficile.
5. Regolarizzare la prima accoglienza. L’emergenza ha concorso a provocare sprechi e mala gestione: quando un pre­fetto riceve in poche ore centinaia di persone bisognose di tutto non ha il tem­po per vagliare le “offerte” di accoglien­za non gratuita, e deve accontentarsi di quel che it mercato offre in quel momento.­ Poiché la storia dura da qualche anno, esigere requisiti standard – ci sono già, ma spesso si va in deroga – è il mini­mo del decoro.
6. Rendere l’accoglienza appetibile per le comunità. Se pretendo la ripartizione degli oneri dell’accoglienza fra tutti gli stati europei, è poi incoerente che dica “nel tuo comune sì, nel mio no”. E se reputo grave la restituzione dalla Fran­cia dei 200 che hanno superato il confine a Ventimiglia, non sono autorizzato a transennare la via d’accesso al munici­pio del quale ho la responsabilità. Se un prefetto tollera che ciò accada, o ha sba­gliato prima nel non usare la dovuta e cauta persuasione o sbaglia adesso a permettere che vinca l’arroganza. Le co­munità pero non vanno osteggiate; le lo­ro ragioni di contrarietà meritano una risposta nei Patti: va data cogenza a quel passaggio del “decreto Minniti” che al momento è un invito a favorire lavori socialmente utili per i richiedenti asilo. Spiegando che non sottraggono lo stipen­dio a nessuno: la prestazione di un lavo­ro che va a vantaggio di tutti, da indivi­duare sulla base delle doti di ciascuno, è un modo per corrispondere al manteni­mento fino all’esito della domanda di asilo. E per impedire che per lungo tem­po persone abili vaghino senza far nulla, e quindi siano sottoposte a tentazioni di coinvolgimento in attività illecite.
7. Recuperare it senso di virtù politica della prudenza. Parlando con i giornalisti sul volo Malmo-Roma il 1° novembre 2016, Papa Francesco diceva: “Credo che in teoria non si possa chiudere it cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la pru­denza dei governanti: devono essere mol­to aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, per­ché un rifugiato non lo si deve solo rice­vere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti […] di integrazione, faccia fino a questo. Un al­tro di più, faccia di più”. Tutti riconoscono gli enormi sforzi dell’Italia negli ulti­mi anni: esigere da altri che facciano di più non è egoismo, è “prudenza”.
8. Rendere “cristiana” l’accoglienza. Ci­bo e alloggio non esauriscono le necessi­tà; spesso vi è l’esigenza di sostenere moralmente e spiritualmente chi ha vis­suto e vive una esperienza cosi carica di sofferenza. E questo è compito non di ministri o governi, ma di noi cristiani e delle nostre comunità ecclesiali: il lavo­ro è in qualche modo più agevole se il migrante proviene da aree cristiane; se proviene da altre zone, la proposta —non certo l’imposizione — della speranza fondata su Cristo farà guardare al futuro in modo diverso e positivo. Ed è tanto più necessario allorché le famiglie dei migranti s’imbattono in leggi e in costu­mi antitetici ai loro: la testimonianza e la cura dei cristiani che accolgono in Euro­pa e in occidente possono vincere le dif­fidenze di chi lascia una persecuzione cruenta e materiale e rischia d’imbatter­si in una persecuzione incruenta e ideo­logica; vie una differenza fra le due, ma riguarda il modo dell’ostilità, non l’esi­stenza dell’ostilità verso i cristiani. Una pastorale diffusa e omogenea per questa fascia di persone, che cresce di numero e che mostra necessità anche in senso lato culturali e spirituali, è indilaziona­bile. Anche questa è carica, e non di stato.

 

Charlie simbolo della deriva di morte dell’Occidente

Charlie simbolo della deriva di morte dell’Occidente

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato l’1 luglio 2017 su Il Tempo.

Un primo livello la vicenda di Charlie Gard è simile a quanto da tempo accade anche nel nostro sistema sanitario: l’ideologizzazione dell’impiego delle risorse. Si negano chemioterapici a pazienti anziani, perché costano e non ne vale la pena vista l’ età, ma si finanzia la fecondazione artificiale di tipo eterologo. Il Great Ormond street hospital di Londra, che nega la prosecuzione delle cure al piccolo, si muove su questa lunghezza d’onda. Vi è un secondo livello, che fa un salto di qualità. I genitori di Charlie avevano contattato un centro medico negli Usa che, senza garanzia di esito favorevole – trattandosi di una patologia rara – assicurava che ci avrebbe provato, con una terapia obbligatoriamente sperimentale. L’ospedale inglese ha negato il diritto di coltivare questo filo di speranza: perché? Non per i costi, visto che sono arrivate offerte per 1,4 milioni di sterline. Dovrebbero rispondere i responsabili dell’Hospital, che invece tacciono. Potevano dire: è una illusione, una presa in giro, mancano evidenze scientifiche, anche solo per acquietare l’angoscia dei genitori. Invece niente. Quasi che la decisione di non attendere il decorso infausto della malattia, ma di provocare prima la morte di Charlie, non sia da mettere in discussione da nessuno, nemmeno oltre Oceano. Qui si va oltre l’uso ideologico delle risorse sanitarie: vi è una pervicacia di morte. I responsabili dell’ospedale affermano con i fatti, pur senza parlare: quel bambino deve morire perché lo abbiamo stabilito noi, né i genitori né altri hanno titolo a interloquire. Nel Regno Unito qualche giorno fa si è votato: ma S. Giovanni Paolo II insegnava che il totalitarismo c’è quando si decide con arbitrio della vita e della morte di una persona, pur se a scadenze periodiche lo Stato nel cui territorio ciò avviene va a elezioni. Terzo livello… e non permettiamo neanche che muoia a casa sua, come i genitori da ultimo hanno pregato che avvenisse. Qui il tratto totalitario è ancora più esplicito: che differenza c’è tra negare questo elementare gesto di umanità e gettare nelle fosse comuni il corpo degli internati nei lager e nei gulag? Charlie è piccolo e gravemente ammalato: ma mostra la deriva di morte in cui, con l’avallo di giudici nazionali e di una Corte che si richiama ai diritti, siamo precipitati in Occidente.

Cosa accadrebbe a un Charlie Gard in Italia?

Cosa accadrebbe a un Charlie Gard in Italia?

Articolo di Caterina Giojelli pubblicato su Tempi il 30 giugno 2017.

In Italia si può già arrivare facilmente a un verdetto letale come quello pronunciato dai medici inglesi sul bambino inglese Charlie Gard. Non sono indispensabili tribunali e sentenze, «sono sufficienti le prassi già in vigore», spiega a tempi.it Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro Studi Livatino. La “norma” infatti non è amica del malato terminale, grave o impegnativo, e non solo se affetto da una patologia rarissima e semisconosciuta come quella di Charlie: «Nel sistema sanitario italiano accade che un paziente cui viene riscontrata una patologia tumorale sia dissuaso dall’iniziare una cura che potrebbe avere successo se per esempio ha un’età molto avanzata: gli si parla di proporzione tra cure e sofferenze, ma la verità è che le risorse sono limitate, non riescono a garantire a tutti cure costose e impegnative per chi le mette in opera, e, soprattutto, vengono soprattutto destinate a questioni che si ritengono più importanti. Come la fecondazione artificiale di tipo eterologo». Mantovano ricorda che approvando i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza pubblica) in cui è inserita la copertura dei costi dell’eterologa, il governo ha di fatto sottratto «ulteriori risorse alla cura efficace di patologie anche gravi per destinarle a una pratica che, al netto di qualsiasi considerazione etica, conosce esiti positivi inferiori al 15 per cento dei trattamenti avviati, ove il “successo” è il “bambino in braccio”». In altre parole, in Italia medici e sanitari sono già costretti a fare selezione perché «sono state fatte delle scelte di tipo ideologico che non orientano le risorse alla tutela della salute dove è necessaria, ma alla tutela dei desideri. Per questo dico che se di una legge c’è necessità oggi non è certo quella sulle Dat, ma una legge che torni a individuare delle priorità giuste, fondate sul rispetto della persona».

TESTAMENTO BIOLOGICO. Mentre si discute del caso di Charlie Gard, in Italia è infatti in corso di approvazione una legge sul testamento biologico che apre all’eutanasia anche dei minori, rendendo possibile la sospensione di idratazione e nutrizione qualificate come trattamenti sanitari: «Nell’articolo 1, comma 6, si legge: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. A fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”. Quest’ultimo periodo è stato inserito come una beffa, spiegando che permetterebbe il riconoscimento dell’obiezione di coscienza; in realtà può essere utilizzato esattamente al contrario. In un caso come quello di Charlie, che non è in grado di esprimersi e per il quale sono i genitori a farlo, verrebbero richiesti trattamenti sanitari che consentano un filo di speranza. Ma proprio per il contesto e le prassi di cui parlavamo sopra, la richiesta avrebbe esito negativo, e così questa norma darebbe pieno fondamento allo stesso risultato a cui si è arrivati in Inghilterra».

DUE CASI OPPOSTI, STESSA SENTENZA. Lo stesso esito che in Italia ebbe un caso opposto, quello di Eluana Englaro. Per Charlie è stata determinante la nomina di un guardian (lo ha spiegato bene il Foglio), nel caso Englaro lo è stata la nomina di un tutore allineato alla decisione del padre Beppino di non farla più assistere: in entrambi i casi ai giudici non è spettato che indagare la “posizione legale” senza entrare nel merito delle due vicende. Per Eluana venne usato l’alibi dell’autodeterminazione delegata a un terzo (la stessa che con la disciplina per i minori prevista dalle Dat realizzerebbe un’eutanasia di non consenziente, non essendo di fatto il paziente a decidere), ma per Charlie questo potere decisionale delegato ai genitori non sarebbe valido. Per Eluana il padre ha chiesto la morte, per Charlie i genitori hanno chiesto la vita. Due casi opposti, stessa sentenza. Cosa accadrebbe a un Charlie Gard in Italia, dunque? Quello che accade già ora, mentre per la prima volta nel nostro ordinamento sta passando una legge che afferma in modo esplicito il principio della disponibilità della vita umana contro quello della sua indisponibilità.