Famiglia, due strade per la prossima legislatura

Famiglia, due strade per la prossima legislatura

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 15 dicembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Per come è stato formato e per come è composto, il Governo Gentiloni è la modalità attraverso la quale Renzi:

 a) mostra propagandistica coerenza con l’impegno di lasciare Palazzo Chigi a seguito della sconfitta referendaria. Nella prossima campagna elettorale uno dei suoi argomenti di forza sarà di averlo detto e di averlo fatto: ogni sforzo contrario si infrangerà col dato obiettivo delle dimissioni date;

 b) continua però a guidare di fatto l’Esecutivo, senza neanche salvare la forma. I suoi sono saldamente collocati nei posti chiave, a cominciare dalla “nuova” sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, dal cui tavolo passa, in entrata e in uscita, tutto ciò che conta realmente. Nell’assenza di remore pur solo formali rientrano le consultazioni svolte dall’ex premier nell’ultimo fine settimana, in parallelo a quelle del Capo dello Stato: altrimenti a che titolo prima di ricevere l’incarico l’on. Gentiloni si è recato più volte a palazzo Chigi?

 c) controlla anche la vita del Parlamento. L’inclusione di Ala nella compagine ministeriale avrebbe nuociuto alla già avviata campagna elettorale di Renzi per le politiche. L’esclusione di Ala – che è ingenuo immaginare non concordata con Verdini – è una ipoteca a breve scadenza: non appena Renzi lo riterrà utile, il voto contrario di Ala servirà a chiudere la Legislatura. Prima di credere alla fola della lite Renzi-Verdini attendiamo di leggere il contenuto del decreto-legge che il Governo si appresta a varare su Mps. O pensiamo che Verdini sia più interessato alla promozione di Zanetti da viceministro a ministro?

 d) manda messaggi chiari a suoi oppositori: da quelli interni al Pd, cui prospetta un futuro privo di interlocuzione sulle questioni importanti – meno prosaicamente la non ricandidatura -, a quelli presenti nel corpo sociale. Al posto del ministro Fedeli non sarei tanto entusiasta di una nomina che la fa identificare, in un modo che è evidentemente strumentale, come la ritorsione operata da Renzi contro il popolo dei Family day. All’insegna del “mi avete dichiarato guerra? e io colloco il personaggio a voi simbolicamente più ostile nel terreno che vi è più caro, quello della scuola”. Per dare l’idea di come considerava il Senato, Caligola nominò senatore il proprio cavallo; per dare l’idea di come considera le famiglie di piazza S. Giovanni e del Circo Massimo, Renzi nomina la paladina del gender ministro dell’istruzione. Non vi è altra ragione se non questa: non certo il cv della senatrice che, come appare con evidenza, non è esattamente quello del prof. Tullio De Mauro (per citare un titolare del dicastero di viale Trastevere di un non remoto governo di centrosinistra). Ciò contribuisce a dare la cifra dell’ex premier, che usa rispondere con lo sfregio (politico, s’intende) a chi lo sfiducia.

Torniamo all’Italia semplice – ma non stupida – del 20 giugno 2015 e del 30 gennaio 2016. Torniamo ai milioni di padri e di madri che da anni vivono la crisi, la precarietà e i servizi sempre più carenti, e che – in aggiunta – da tre anni subiscono la mortificazione di provvedimenti tutti pesantemente ostili alla famiglia. Torniamo ai genitori che riprendono i figli alla scuola materna e, mentre li accompagnano a casa, scoprono che è iniziato il corso di educazione alla affettività, che perfino a 3 o 4 anni di età inocula i germi del gender.

Al di là delle sacrosante proteste e delle reazioni giustamente indignate. Al di là del No, che è stato l’unico strumento a loro disposizione per esprimere la contrarietà agli oltraggi subiti. Chi li rappresenta? Quali delle forze che concorreranno alle prossime politiche sono in grado di garantire eco in Parlamento alle loro ragioni? Il panorama allo stato non conforta. Fa prevedere che, in assenza di novità, se nella Legislatura in corso deputati e senatori sensibili ai principi sono molti di meno rispetto alle Legislature precedenti, alla prossima potrebbero avvicinarsi allo zero.

La rassegna che segue è limitata alle attuali opposizioni, visto che con lo stendardo Fedeli i gruppi che sostengono il Governo hanno proclamato che quel mondo desiderano schiacciarlo:

1. M5S è connotata da un radicalismo libertario pari, se non superiore, a quello di Pd e soci. Qualche interessante eccezione nelle sue file non intacca la linea del Movimento;

2. in Forza Italia non mancano sinceri pro family e pro life, ma la loro convinta testimonianza non coincide con l’orientamento prevalente: apparso finora soft sui temi eticamente sensibili, e più in generale – nei confronti di Renzi – più vicino al tratto Mediaset;

3. gruppi di opposizione di entità più circoscritte hanno al loro interno parlamentari di valore. Saranno presenti nella prossima Legislatura? La loro sorte dipende dalla legge elettorale, ma le dimensioni di ciascun gruppo potrebbero rivelarsi non sufficienti qualunque fosse il sistema di voto;

4. la Lega alla prossima ci sarà. E’ chiamata a scelte non facili, che esigono tempo: quella – dolorosa al proprio interno – di provare il salto da partito territoriale a partito nazionale; quella, se diventasse una realtà nazionale, di non scadere nel nazionalismo, modello Marine Le Pen (in contrasto con la propria identità, che è l’opposto dello statalismo della destra lepenista); quella di affrontare temi cruciali come l’immigrazione con tratto meno propagandistico e più propositivo; quella di un rapporto con l’Europa all’insegna del riequilibrio delle competenze e del rispetto della sovranità nazionale, ma senza improvvisazioni e slogan; quella di impegnarsi sulle questioni di principio con continuità, non solo nelle occasioni di maggiore rilievo mediatico.

Questo è il panorama – lo ripeto – in assenza di novità. Se resta tale, il destino del popolo dei Family Day è di andare in tribuna e assistere a un torneo noioso, visto che non si sa nemmeno per quale squadra tifare. Certo, va proseguito l’essenziale lavoro di formazione: sapendo tuttavia che esso viene affrontato con maggiore entusiasmo se è affiancato dalla prospettiva di una ricaduta concreta.

Quali potrebbero essere le novità? Immaginando tempi differenziati, le novità devono partire da consapevolezze precise:

 a. la forza elettorale c’è. Lo hanno mostrato le piazze riempite per due volte in pochi giorni e senza mezzi. Lo ha confermato – in quota parte – l’esito referendario;

 b. non esistono “vescovi-pilota”. Se larga parte di questo popolo viene dal mondo cattolico, il Magistero lo ha ribadito con costanza: spetta, all’interno della Chiesa, ai laici. I quali non devono attendere deleghe né chiedere autorizzazioni: è il loro proprium.

La prima novità potrebbe essere l’orientamento del consenso di questo mondo ai gruppi politici che si impegnino a mostrare concreta e quotidiana coerenza parlamentare e di governo con un nucleo essenziale di temi di principio. Detta così, non è una novità: lo si è fatto tante volte in passato. La novità sarebbe prospettare ai partiti che ci stanno l’inserimento nelle proprie liste di persone espressione del mondo delle famiglie: non con funzione di mero riempitivo, bensì di soggetti con probabilità di elezione che si rendano garanti dell’attuazione degli impegni assunti. Diventa essenziale in quest’ottica capire quale saranno le regole del voto: ma ciò scongiurerebbe il rischio della scomparsa dei “cattolici” dal Parlamento.

La seconda novità, che richiede tempi più lunghi ma sulla quale iniziare a lavorare da subito, è quella di non fermarsi alla precedente modalità di ingresso nella politica attiva: obbligata se se si hanno pochi mesi a disposizione, ma complessa nella gestione e certamente di respiro corto.

E’ di andare oltre, e provare a dare rappresentatività diretta con la costruzione di un cartello elettorale: non un partito ma un gruppo identificabile, espressione delle associazioni e dei movimenti che – senza perdere identità e autonomia né trasformarsi in qualcosa d’altro rispetto a ciò che si è – accettino di contribuirvi per quota e per delega. Il che presuppone piena condivisione del Magistero sociale e altrettanto piena consapevolezza che la gravità del momento esige un passo così impegnativo.

Fa mettere nel conto che non tutti ci staranno: se la nomina di un ministro dell’istruzione portabandiera di quel gender che Papa Francesco ha qualificato “colonizzazione ideologica” trova come risposta l’offerta di collaborazione da parte di realtà ecclesiali italiane, è evidente che qualcuno preferisce fare dell’altro. Era ben chiaro che principio non negoziabile fosse diventato l’8 x 1000; può darsi che lo stiano diventando anche i finanziamenti ministeriali ai progetti antibullismo o sulla affettività.

Ma, come è accaduto per le due manifestazioni romane, il primo passo è quello più importante: all’inizio il timore è grande e si pensa di restare da soli. Poi ci si accorge di essere in mezzo a qualche milione di persone.

Lezione di ribaltamento dei fatti (con esempi tratti da Repubblica)

Lezione di ribaltamento dei fatti (con esempi tratti da Repubblica)

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi il 6 dicembre 2016

Titolo: “Il riscatto di Saviano. ‘Ho vinto la mia battaglia contro quei giornali’”. Sottotitolo: “I giudici in Appello ribaltano la sentenza su Gomorra”. Così la Repubblica di martedì 22 novembre. Riassunto delle puntate precedenti, che recupero dalle colonne dello stesso quotidiano: «Il primo grado. Nel 2008 parte la causa di plagio contro Saviano. La società Libra, editrice di due testate campane, pretende 300.000 euro di risarcimento. Il Tribunale rigetta la richiesta. Nel 2013, in appello, Saviano e Mondadori sono condannati al risarcimento: 60 mila euro. Lo scrittore ricorre in Cassazione, che accoglie e rinvia a nuovo collegio». La nuova puntata, quella del giudizio di rinvio, stando al titolo comparso a tutta pagina, avrebbe dato all’autore di Gomorra piena ragione.

Nella realtà è proprio così? Andiamo alla fonte. Che è la sentenza pronunciata in sede di rinvio dalla Corte di appello di Napoli: reca la data del 26 settembre 2016, ed è stata resa nota la scorsa settimana. Ne riprendo per intero il dispositivo: «In parziale accoglimento della domanda avanzata da Libra (…), condanna la società Arnoldo Mondadori editore s.p.a. e Roberto Saviano, in solido tra di loro, al pagamento in favore di Libra (…) della somma complessiva di euro 6.000 (…) a titolo di danni patrimoniali, per l’illecita riproduzione nei brani del libro Gomorra (alle pagg. n. 72 e 73, 142 e 143) degli articoli “Il multilevel applicato al narcotraffico” e “Ore 9: il padrino lascia la sua Secondigliano”, entrambi pubblicati sul quotidiano Cronache di Napoli del 17 settembre 2005, nonché per l’illecita riproduzione (alle pagg. 140, 141 e 262) in quanto priva dell’indicazione della fonte dell’articolo “Boss playboy, De Falco è il numero uno”, pubblicato dal quotidiano Corriere di Caserta del 17 gennaio 2005».

Dunque, la notizia è che il risarcimento del danno è stato quantificato in 6.000 invece che in 60.000 euro, non che Saviano non abbia copiato, nelle pagine indicate dai giudici, attingendo da quotidiani campani senza citare la fonte. È come se l’autore di un furto venga condannato nei gradi di merito a dieci mesi di reclusione e poi, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, si veda rideterminare la pena in un mese di carcere: la sanzione è inferiore, ma sempre furto è. Nessun giornale si sognerebbe di parlare di “riscatto” del ladro e di “ribaltamento della decisione”.

Per Saviano la Repubblica opera un “ribaltamento” non delle sentenze che lo riguardano – non siamo ancora a questo –, ma certamente della verità dei fatti. Solo per Saviano? Più o meno negli stessi giorni papa Francesco ha firmato la lettera apostolica Misericordia et misera, a chiusura dell’Anno santo. Al paragrafo 12 del documento il Santo Padre scrive che «perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre». Il testo è chiaro e non ha bisogno di chiose, bensì solo di preghiere di ringraziamento. Ma la Repubblica ha titolato “Assolvete medici e donne che abortiscono”, che non è esattamente quel che ha scritto il vescovo di Roma.

Morale della favola. Prima di partecipare al concorso Facebook su chi la spara più grossa – concorso sempre in atto, pur se non è ben chiaro che cosa si vince –, se abbiamo amore per la verità, andiamo sempre alla fonte. E se oltre ad amare la verità amiamo la Chiesa – i due amori in genere si tengono – il ricorso all’originale è ancora più doveroso.

Il popolo c’è. Mancano i capi

Il popolo c’è. Mancano i capi

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 5 dicembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Cercasi Hofer versione 2016. Non Norbert, ma Andreas. Sì, quel padre di famiglia che – nomen omen – faceva l’oste vivendo in un maso della val Passiria quando Napoleone invase il Tirolo. Il popolo non voleva Bonaparte e si attendeva che le elité guidassero la resistenza: ma i capi scapparono o si accordarono con l’invasore e, alla ricerca di una guida vera, i valligiani si rivolsero a chi stimavano e ritenevano affidabile.

Il popolo c’era. Allora come ora. Mancano i capi, allora come ora. Il fronte del No ha una composizione varia, che non permette a nessuno di vantare la vittoria esclusivamente come propria. Anche le motivazioni sono varie, e spaziano da quelle meramente conservative degli apologeti della Costituzione “la più bella del mondo” all’opposizione alla riforma come conseguenza dell’opposizione a Renzi, che accomuna M5s e Lega, fino alle riserve sul merito sollevate da ambienti differenti, incluso quello del popolo del Family day. Un popolo che ha da subito individuato nella riforma il contrasto con quel che ha di più caro, e che ora può dire a pieno titolo “Matteo, ci siamo ricordati”. Sarebbe grave se questa componente del No fosse ignorata ancora adesso, dopo esserlo stata dai media, dai commentatori e dallo stesso premier per l’intera campagna referendaria; sarebbe grave per il rispetto che si deve agli elettori e alla verità.

Una percentuale di No così elevata non si spiega con la mera sommatoria dei simpatizzanti di Lega, M5s e di una parte di Forza Italia (una parte, visto il posizionamento sul Sì di Mediaset e un impegno del suo leader che non può definirsi propriamente deciso). Si spiega con la contrarietà a un testo pasticciato: chi ha partecipato a conferenze, convegni, manifestazioni alle quali erano previste le domande dal pubblico ha potuto cogliere una crescente consapevolezza, capace anche di entrare nel dettaglio dei singoli profili della riforma.

Si spiega con l’insofferenza a essere considerati da media, commentatori e personaggi più o meno illustri, come dei paria incapaci di comprendere la pretesa grandezza del cambiamento portato dal Bonaparte formato twitter; e con la volontà di sottrarsi al ricatto del presunto diluvio che si sarebbe scatenato dopo di lui.

E i media perseverano: i primi commenti continuano sull’onda delle sciagure che nell’immediato il successo del No provocherebbe all’Italia… Si spiega con il giudizio negativo per una esperienza di governo che non ha dato seguito a uno solo degli annunci di maggiore dignità in Europa, di rientro dall’indebitamento, di incremento dell’occupazione, di contenimento dell’immigrazione. Si spiega, nel quadro di tale giudizio negativo, con l’amarezza e la mortificazione subita dalle famiglie italiane negli ultimi tre anni, con leggi e azioni di governo mai così pesantemente ostili.

Certo, non consola che vada via Renzi, quando resta una legge così contraria al buon senso e alla natura come quella c.d. sulle unioni civili, rivendicata dallo stesso premier all’atto delle dimissioni. Ma il tempo è galantuomo sempre: il conto è stato presentato presto.

Il Sì ha potuto vantare uno spiegamento di forze impressionante: risorse senza limite, media proni, sponde e sostegni di ogni tipo negli ambienti che contano in Europa e sulla scena internazionale e finanziaria. Il No ha opposto le mani nude ai lanciafiamme e ai mitragliatori. Del No hanno fatto parte piazza San Giovanni e il Circo Massimo: quei milioni di persone hanno manifestato anche nelle urne. Nel No – lo ripeto – non c’è solo quel popolo, evidentemente. Ma c’è anch’esso.

Lo slogan dell’altra parte è stato Basta un Sì. Lo slogan di questo popolo deve essere Non basta un No; e perché ciò avvenga è necessario passare dalla piazza – che è una ricchezza e non va abbandonata – a qualcosa di più e di più strutturato. Al recupero da parte del mondo cattolico di quel Magistero sociale che orienta, permette di valutare e di operare. Ma al tempo stesso al senso della propria responsabilità e del ruolo che è chiamato a svolgere. Se c’è un nuovo Andreas Hofer per l’Italia è bene che esca fuori, che non sia lasciato solo, che guidi un popolo al quale oggi non poteva chiedersi di più. E che per questo pretende, oggi come nel Tirolo del 1809, di essere guidato con dignità, competenza e coraggio.

Promemoria per votare sereni, senza farsi terrorizzare

Promemoria per votare sereni, senza farsi terrorizzare

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 3 dicembre 2016.

Come larga parte degli italiani, vorrei votare senza la sgradevole sensazione – mentre sono nella cabina elettorale con la scheda e la matita – del freddo di un revolver appoggiato alla tempia. I cui proiettili hanno il nome di spread, fallimento di banche, ripercussioni in borsa, caduta del Governo, Italexit, opere pubbliche bloccate, giovani costretti ad andare all’estero per lavorare, (altro…)